Archive pour février, 2018

LA SCALA DEGLI ANGELI (Genesi 28,12) – Gianfranco Ravasi

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LA SCALA DEGLI ANGELI (Genesi 28,12) – Gianfranco Ravasi

Una scala poggiava sulla terra, la sua cima raggiungeva il cielo. Ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. (Genesi 28, 12)

Un uomo è in fuga dalla sua terra: sente ancora alle sue spalle il clamore del fratello maggiore che egli ha beffato. Bastano i due nomi, Giacobbe ed Esaù, per far emergere nella memoria di tutti una storia di divisioni e di prevaricazioni familiari. Eppure questo giovane di nome Giacobbe, non certo esemplare, che ora sta sfuggendo all’ira vendicatrice del fratello, sarà scelto come il capostipite del popolo dell’elezione, del quale assumerà anche il nome, Israele. Si manifestano anche in questo caso le strane, per non dire estrose, decisioni di Dio che privilegia il secondo, il debole, persino il peccatore (si pensi a Davide!) per attuare il suo disegno di salvezza.
È sera e Giacobbe, spossato per il viaggio che lo sta conducendo dal sud della Terrasanta verso l’attuale Siria, cerca un masso liscio, se lo adatta a guanciale, si sdraia e la stanchezza gli concilia il sonno. Ed ecco aprirsi davanti a lui la magia di un sogno. Secoli e secoli prima che su questi fenomeni interiori si accanisse l’interpretazione psicanalitica, già le antiche civiltà avevano elaborato una vera e propria “scienza” di decifrazione dei valori simbolici di quelle epifanie notturne.
Questa, che verrà poi chiamata con termine colto l’“oniromanzia”, cioè l’interpretazione dei sogni, affiora ininterrottamente nella Bibbia: poche pagine più avanti, nel libro della Genesi, sarà in azione Giuseppe, figlio di Giacobbe, straordinario interprete di sogni, considerati come una rivelazione divina, espressa appunto nel misterioso linguaggio onirico. Davanti al nostro protagonista ecco emergere in quella visione notturna un segno, una scala immensa, capace di ascendere e perdersi nell’infinito del cielo: l’immagine non era strana perché noti allora erano i templi a gradini, le ziqqurrat mesopotamiche, che idealmente volevano congiungere la valle della nostra terra con lo zenit celeste, residenza divina, attraverso appunto una scalinata.
Non per nulla su quella gradinata Giacobbe vede una processione di angeli, che sono i messaggeri divini e che, quindi, connettono Dio all’umanità e l’umanità a Dio. Proprio per questo, subito dopo, il Signore stesso entra in scena con la sua parola, promettendo a questo fuggiasco di divenire padre di un popolo. Al risveglio Giacobbe prende quel masso, lo infigge nel terreno a mo’ di stele, lo consacra con olio e denomina la località Betel, che in ebraico significa “casa di Dio”. È, questo, un modo per assegnare a un noto santuario di Israele, quello di Betel appunto, un’origine antica, connessa ai primordi stessi del popolo ebraico, mediante questo racconto che vede per protagonista Giacobbe-Israele.
Il simbolo della scala, però, rimarrà nella tradizione successiva come un segno della provvidenza divina esercitata attraverso gli angeli (così il filosofo ebreo del I secolo Filone d’Alessandria d’Egitto e vari Padri della Chiesa), oppure come una rappresentazione della preghiera e dell’ascesi che ci fa ascendere verso Dio (così Giovanni Climaco, abate del monastero di S. Caterina al Sinai, vissuto nel VI-VII secolo, autore di un suggestivo trattato mistico intitolato La scala del paradiso). 

byzantine icons, Angels

ciottoli e diario - Copia

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GIOVANNI PAOLO II (sugli angeli) (1986)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19860806.html

GIOVANNI PAOLO II (sugli angeli) (1986)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 agosto 1986

1. Nelle recenti catechesi abbiamo visto come la Chiesa, illuminata dalla luce proveniente dalla Sacra Scrittura, ha professato lungo i secoli la verità sull’esistenza degli angeli come esseri puramente spirituali, creati da Dio. Lo ha fatto fin dall’inizio con il simbolo niceno-costantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I nel contesto della dottrina sulla creazione: Dio “creò insieme dal nulla fin dall’inizio del tempo l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l’angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo” (DS 3002). Ossia: Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico. Tutto ciò egli creò insieme (“simul”) in ordine alla creazione dell’uomo, costituito di spirito e di materia e posto secondo la narrazione biblica nel quadro di un mondo già stabilito secondo le sue leggi e già misurato dal tempo (“deinde”).

2. Assieme all’esistenza, la fede della Chiesa riconosce certi tratti distintivi della natura degli angeli. Il loro essere puramente spirituale implica prima di tutto la loro non materialità e la loro immortalità. Gli angeli non hanno “corpo” (anche se in determinate circostanze si manifestano sotto forme visibili in ragione della loro missione a favore degli uomini) e quindi non sono soggetti alla legge della corruttibilità che accomuna tutto il mondo materiale. Gesù stesso, riferendosi alla condizione angelica, dirà che nella vita futura i risorti “non possono più morire, perché sono uguali agli angeli” (Lc 20, 36).

3. In quanto creature di natura spirituale, gli angeli sono dotati di intelletto e di libera volontà, come l’uomo, ma in grado a lui superiore, anche se sempre finito, per il limite che è inerente a tutte le creature. Gli angeli sono quindi esseri personali e, in quanto tali, sono anch’essi a “immagine e somiglianza” di Dio. La Sacra Scrittura si riferisce agli angeli adoperando anche appellativi non solo personali (come i nomi propri di Raffaele, Gabriele, Michele), ma anche collettivi” (come le qualifiche di Serafini, Cherubini Troni, Potestà, Dominazioni, Principati), così come opera una distinzione tra angeli e arcangeli. Pur tenendo conto del linguaggio analogico e rappresentativo del testo sacro, possiamo dedurre che questi esseri-persone, quasi raggruppati in società, si suddividono in ordini e gradi, rispondenti alla misura della loro perfezione e ai compiti loro affidati. Gli autori antichi e la stessa liturgia parlano anche dei cori angelici (nove, secondo Dionigi l’Areopagita). La teologia, specialmente quella patristica e medievale, non ha rifiutato queste rappresentazioni cercando invece di darne una spiegazione dottrinale e mistica, ma senza attribuirvi un valore assoluto. San Tommaso ha preferito approfondire le ricerche sulla condizione ontologica, sull’attività conoscitiva e volitiva e sulla elevazione spirituale di queste creature puramente spirituali, sia per la loro dignità nella scala degli esseri, sia perché in loro poteva meglio approfondire le capacità e le attività proprie dello spirito allo stato puro, traendone non poca luce per illuminare i problemi di fondo che da sempre agitano e stimolano il pensiero umano: la conoscenza, l’amore, la libertà, la docilità a Dio, il raggiungimento del suo regno.

4. Il tema cui abbiamo accennato potrà sembrare “lontano” oppure “meno vitale alla mentalità dell’uomo moderno. Eppure la Chiesa, proponendo con franchezza la totalità della verità su Dio Creatore anche degli angeli, crede di recare un grande servizio all’uomo. L’uomo nutre la convinzione che in Cristo, Uomo Dio, è lui (e non gli angeli) a trovarsi al centro della divina rivelazione. Ebbene, l’incontro religioso con il mondo degli esseri puramente spirituali diventa preziosa rivelazione del suo essere non solo corpo ma anche spirito, e della sua appartenenza a un progetto di salvezza veramente grande ed efficace, entro una comunità di esseri personali che per l’uomo e con l’uomo servono il disegno provvidenziale di Dio.

5. Notiamo che la Sacra Scrittura e la Tradizione chiamano propriamente angeli quegli spiriti puri che nella fondamentale prova di libertà hanno scelto Dio, la sua gloria e il suo regno. Essi sono uniti a Dio mediante l’amore consumato che scaturisce dalla beatificante visione, faccia a faccia, della santissima Trinità. Lo dice Gesù stesso: “Gli angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10). Quel “vedere sempre la faccia del Padre” è la manifestazione più alta dell’adorazione di Dio. Si può dire che essa costituisce quella “liturgia celeste”, compiuta a nome di tutto l’universo, alla quale incessantemente si associa la terrena liturgia della Chiesa, specialmente nei suoi momenti culminanti. Basti qui ricordare l’atto col quale la Chiesa, ogni giorno e ogni ora, nel mondo intero, prima di dare inizio alla preghiera eucaristica nel cuore della santa Messa, si richiama “agli angeli e agli arcangeli” per cantare la gloria di Dio tre volte Santo, unendosi così a quei primi adoratori di Dio, nel culto e nell’amorosa conoscenza dell’ineffabile mistero della sua santità.

6. Sempre secondo la rivelazione, gli angeli, che partecipano alla vita della Trinità nella luce della gloria, sono anche chiamati ad avere la loro parte nella storia nella salvezza degli uomini, nei momenti stabiliti dal disegno della divina Provvidenza. “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?”, domanda l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 1, 14). E questo crede e insegna la Chiesa, in base alla Sacra Scrittura dalla quale apprendiamo che compito degli angeli buoni è la protezione degli uomini e la sollecitudine per la loro salvezza. Troviamo queste espressioni in diversi passi della Sacra Scrittura, come ad esempio nel Salmo 90 già più volte citato: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (Sal 90, 11-12). Gesù stesso, parlando dei bambini e ammonendo di non dar loro scandalo, si richiama ai “loro angeli” (Mt 18, 10); attribuisce inoltre agli angeli la funzione di testimoni nel supremo giudizio divino sulla sorte di chi ha riconosciuto o ha rinnegato il Cristo: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8-9). Queste parole sono significative perché se gli angeli prendono parte al giudizio di Dio, sono interessati alla vita dell’uomo. Interesse e partecipazione che sembrano ricevere una accentuazione nel discorso escatologico, nel quale Gesù fa intervenire gli angeli nella parusia, ossia nella definitiva venuta di Cristo alla fine della storia (cf. Mt 24, 31; 25, 31. 41).

7. Tra i libri del Nuovo Testamento, sono specialmente gli Atti degli apostoli che ci fanno conoscere alcuni fatti che attestano la sollecitudine degli angeli per l’uomo e per la sua salvezza. Così, quando l’angelo di Dio libera gli apostoli dalla prigione (cf. At 5, 18-20)e prima di tutto Pietro, che era minacciato di morte dalla mano di Erode. (cf. At 12, 5-10) O quando guida l’attività di Pietro nei riguardi del centurione Cornelio, il primo pagano convertito (cf. At 10, 3-8; 11, 12-16), e analogamente l’attività del diacono Filippo lungo la via da Gerusalemme a Gaza. (cf. At 8, 26-29)

Da questi pochi fatti citati a titolo esemplificativo, si comprende come nella coscienza della Chiesa abbia potuto formarsi la persuasione sul ministero affidato agli Angeli in favore degli uomini. Perciò la Chiesa confessa la sua fede negli angeli custodi, venerandoli nella liturgia con una festa apposita, e raccomandando il ricorso alla loro protezione con una preghiera frequente, come nell’invocazione dell’“Angelo di Dio”. Questa preghiera sembra fare tesoro delle belle parole di san Basilio: “Ogni fedele ha accanto a sé un angelo come tutore e pastore, per portarlo alla vita” (Adversus Eunomium, III,1; si veda anche san Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 11, a. 3).

8. È infine opportuno notare che la Chiesa onora con culto liturgico tre figure di angeli, che nella Sacra Scrittura sono chiamati per nome. Il primo è Michele arcangelo (cf. Dn 10, 13. 20; Ap 12, 7; Gd 9). Il suo nome esprime sinteticamente l’atteggiamento essenziale degli spiriti buoni. “Mica-El” significa infatti: “Chi come Dio?”. In questo nome si trova dunque espressa la scelta salvifica grazie alla quale gli angeli “vedono la faccia del Padre” che è nei cieli. Il secondo è Gabriele: figura legata soprattutto al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. (cf. Lc 1, 19-26) Il suo nome significa: “la mia potenza è Dio” oppure “potenza di Dio”, quasi a dire che, al culmine della creazione, l’incarnazione è il segno supremo del Padre onnipotente. Infine il terzo arcangelo si chiama Raffaele. “Rafa-El” significa: “Dio guarisce”. Egli ci è fatto conoscere dalla storia di Tobia nell’Antico Testamento (cf. Tb 12, 15 ss), così significativa circa l’affidamento agli angeli dei piccoli figli di Dio, sempre bisognosi di custodia, di cura e di protezione.

A ben riflettere si vede che ciascuna di queste tre figure – Mica-El, Gabri-El, Rafa-El – riflette in modo particolare la verità contenuta nella domanda sollevata dall’autore della Lettera agli Ebrei: “Non sono forse essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?” (Eb 1, 14).

Publié dans:ANGELI, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 5 février, 2018 |Pas de commentaires »

una bellissima farfalla per la buona notte (cominciamo con gli insetti?)

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Publié dans:FARFALLE |on 3 février, 2018 |Pas de commentaires »

fiore Uccello del Paradiso, buona notte e buon risveglio (a seconda che cosa state facendo) se clikkate la foto si allarga!

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Publié dans:fiori e piante |on 3 février, 2018 |Pas de commentaires »

il Vangelo di domenica V del T.O. B -passi 1, 29-32- 1, 32-35

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Publié dans:Vangelo di domenica prossima |on 2 février, 2018 |Pas de commentaires »

Giovanni Bellini, Circoncisione del Signore

THE FEAST OF THE PRESENTATION OF THE LORD- AND THE FEAST OF THE PURIFICATION OF THE BLESSED VIRGIN MARY

Publié dans:immagini sacre |on 1 février, 2018 |Pas de commentaires »

OMELIA PER LA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/30924.html

OMELIA PER LA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO

Paolo Curtaz

Illuminati

Nel passato in questa giornata si benedivano i ceri che servivano ad illuminare le nostre chiese quando ancora non esisteva l’illuminazione elettrica. E sempre questa giornata, ancora oggi, rappresenta un momento importante per le persone consacrate che rinnovano la loro totale adesione a Cristo, il dono di sé al Padre, gesto richiamato dalla presentazione al tempio di Gesù.
E il valore di questa festa è rimasto talmente inciso nella memoria della liturgia che quest’anno, cadendo di domenica, finisce col sostituirla.
È una festa che richiama il tempo di Natale appena concluso, festa dal sapore sacro che odora di incenso: con la fantasia rivediamo le alte colonne che sorreggevano il portico di Salomone e i vasti cortili lastricati che immettevano nella zona più sacra del tempio di Gerusalemme.
Maria e Giuseppe, giovane coppia spaurita della Galilea, otto giorni dopo la nascita del loro primogenito, adempie il precetto della Legge della circoncisione, forte segno nella carne che testimonia l’appartenenza del popolo di Israele al Dio rivelatosi a Mosè.
Un segno che consacra ogni vita al Dio che l’ha donata.
Bella storia.

Obbedienti
Mi affascina questo gesto compiuto da Maria e Giuseppe, un gesto di obbedienza alla tradizione, di rispetto per le Leggi di Israele. Sanno bene che quel bambino è ben più di un primogenito da consacrare, sanno e hanno appena fatto esperienza del mistero infinito che lo abita.
Potrebbe pensare di essere superiori alle Leggi, di non averne bisogno perché sorreggono fra le braccia colui che ha dato la Legge e che, misteriosamente, ha deciso di diventare uomo. Invece no, vanno al tempio come una coppia qualsiasi, compiono quel gesto senza farsi troppe domande.
Fa tenerezza immaginare la coppia di Nazareth incedere timidamente negli ampi spazi del ricostruito tempio, in mezzo ad un viavai di gente indaffarata, alle preghiere pronunciate ad alta voce, all’odore acre dell’incenso mischiato alla carne bruciata… Sono lì ad assolvere un gesto di obbedienza secondo la Legge mosaica: un’offerta da compiere per riscattare il primogenito, un rito che ricorda che la vita appartiene a Dio e a lui ne va riconosciuto il dono.
Gesù obbedisce alla Legge, Dio si sottomette alle tradizioni degli uomini. Nell’obbedienza vuole cambiare le regole, nel solco della tradizione vuole ridare vitalità e senso ai gesti del suo popolo.

Donati
Gesù è offerto al Padre, è donato da subito e quel gesto si ripeterà infinite volte nella sua luminosa vita. Gesù è e resta dono, diventa dono al Padre che ne fa dono all’umanità.
E in questa logica del dono, oggi, desideriamo fortemente fare della nostra piccola vita un’offerta a Dio. Da lui l’abbiamo ricevuta, a lui vogliamo donarla: ciò che siamo sia utile alla realizzazione del Regno, ci aiuti a fare di ogni gesto, di ogni giorno, un atto consapevole di amore verso Dio e il suo progetto di salvezza…
Gesù stesso si comporterà allo stesso modo, senza rigettare le prescrizioni rituali, senza porsi al di sopra della tradizione religiosa del suo popolo, senza fare l’anarchico ma vivendo con autenticità e verità le norme della Torah.
Il gesto di andare al tempio ci incoraggia a vivere la nostra fede attraverso i sicuri sentieri della tradizione, ripercorrendo l’esperienza che ha coagulato l’esperienza dei discepoli attorno a momenti ben precisi, celebrando nella vita la presenza del Signore anche attraverso segni ben concreti, come i Sacramenti.
Troppe volte chi cerca di vivere con maggiore intensità e verità la fede si sente « migliore » di chi, invece, la vive senza grande coinvolgimento. La tentazione, però, è quella di costruirsi una fede che guarda dall’alto le devozioni, le tradizioni, i percorsi abituali della santità.
Non dobbiamo ignorarli od evitarli, ci suggeriscono Maria e Giuseppe, ma riempirli di verità.

Illuminati
Il vecchio Simeone vede il neonato e capisce.
Nella splendida preghiera che ci riporta Luca, vede in quel bambino la luce che illumina ogni uomo, la luce delle nazioni.
In realtà Gesù non emana luce, non ha nessuna caratteristica che lo distingua da qualunque altro bambino. Nessun prodigio, nessun discorso edificante, nessun gesto miracoloso: solo un bambino che sonnecchia, beato, fra le braccia della mamma.
È nel cuore di Simeone la luce. Nel suo sguardo.
Così è la fede: anche noi siamo chiamati a vedere con lo sguardo del cuore, a capire che ogni cosa è illuminata. E di quanta luce necessitiamo, oggi! Di una chiave di interpretazione che ci aiuti a vedere al di là, al di sopra e al di dentro delle evidenze sconfortanti di una società ripiegata su se stessa.
Agli inizi del cristianesimo i seguaci del Nazareno venivano chiamati, fra altri modi, anche « illuminati ».
E Dio solo sa di quanta luce ha bisogno questo mondo! Portiamo luce perché siamo accesi, come le candele che oggi benediciamo.

Simeone
Gesù è portato al Tempio per la circoncisione: è un segno di obbedienza alla Legge da parte dei suoi genitori che non si sentono diversi o migliori, ma appartenenti ad un popolo ricco di tradizioni religiose che essi vogliono rispettare. Nel momento dell’offerta del primogenito a Dio, Maria e Giuseppe incontrano il vecchio e sconfortato Simeone.
Simeone è il simbolo della fedeltà del popolo di Israele che aspetta con fiducia la venuta del Messia, da tutta la vita sale al Tempio sperando di vedere il Messia, ma ora è anziano e Luca ci lascia intuire la sua stanchezza interiore, che è la stanchezza di tanti anziani che incontro ogni giorno.
Simeone è il simbolo dell’ansia profonda di ogni uomo, perché la vita è desiderio insoddisfatto, la vita è cammino, la vita è attesa.
Attesa di luce, di salvezza, di un qualche senso che sbrogli la matassa delle nostre inquietudini e dei nostri « perché ».
La preghiera intensa di Simeone che finalmente vede l’atteso è bellissima: ora è sazio, soddisfatto, ora ha capito, ora può andare, ora tutto torna. Sono sufficienti tre minuti per dare senso e luce a tutta una vita di sofferenze, tre minuti per dare luce ad una vita di attesa.
Che il Signore ci conceda, nell’arco della nostra vita, almeno questi tre minuti

Publié dans:OMELIE |on 1 février, 2018 |Pas de commentaires »

stanotte una balena bianca per voi

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Publié dans:MAMMIFERI DI MARE |on 1 février, 2018 |Pas de commentaires »
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