Archive pour le 30 juin, 2017

Le Beatitudini

salmi e diaio - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – QUANT’È DIFFICILE CREDERE ALLE APPARENTI-ASSURDITÀ DI CRISTO

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=40267

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – QUANT’È DIFFICILE CREDERE ALLE APPARENTI-ASSURDITÀ DI CRISTO

don Marco Pozza

Il grado d’irritazione causato da questa pagina del Vangelo è direttamente proporzionale alla fascinazione che abita le labbra di chi l’ha pronunciata, l’Iddio dei Vangeli. D’altronde, stante così la faccenda, una volta scoperto l’assoluto, a che giova accontentarsi del relativo? A maggior ragione se Colui che dice di Se-medesimo di essere il tuo assoluto, fa sentire anche te come assoluto per Lui. Il che, se ci pensate, è di una grandezza insuperabile, quasi-bestemmia: senza di me Dio pare soffrire di solitudine. Io, per Lui, sono complemento-di-compagnia, il più bel complimento-di-appartenenza. T’appartengo, io ci tengo. M’appartieni.
Dio, anche a dispetto del cuore. La grammatica degli affetti, per chi vorrà salvata la propria vita, sarà da riscrivere da cima a fondo: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me». Non c’è padre né madre che regga al suo cospetto: Dio sembra proprio non vergognarsi di esagerare. Pare non riesca a concepire l’amore senza una buona dose d’esagerazione: a dargli retta, sembra proprio che solamente le vie esagerate siano degne di essere vissute, di essere narrate. Più che il morire, la vera tragedia, a dargli retta, è il non aver vissuto. Il non aver amato. Chi non fa questo, «non è degno di me». Che, tradotto, pare annunciare che la grandezza di un uomo si misurerà dalla portata delle sue rinunce. Dal tempo che si è perso per Lui, per le sue cause-perse. Scampoli di scusanti in agguato, sul ciglio: « Mi hai fatto solamente perdere tempo. Non ho più tempo da perdere con te. Non farmi perdere tempo. Questa settimana non ho disponibilità di tempo. Voglio il mio tempo. Il fatto è che non ho mai tempo. Con te ho perso tempo per nulla. Tempo sprecato ». Era difficile, anche solo da immaginare, che il perdere-tempo fosse sinonimo di amore per Dio: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Perdere-tempo come traduzione letterale di « amare », il verbo più evangelico che esista. La sfida più folle che Dio sia disposto a giocare con l’uomo: se la fede ti è stata concessa in dono – quasi fosse una sorta di eredità -, tuo compito sarà di riconquistartela, se vuoi possederla per davvero.
Dio è sempre una piccolissima-cosa, quasi impercettibile: un granello, una misura di lievito, una brezza. Una focaccia, una sedia, un dettaglio. L’arte sua è quella d’ingigantire tutto a dismisura: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno di questi piccoli (…) non perderà la sua ricompensa». Un bicchiere d’acqua è nulla, un piccolo è quasi-nulla: pare tutto di così poco conto, eppure, attraversando il piccolo, Dio s’insedia come un ospite di passaggio, senza mai stabilirvisi. La sua grandezza non è ingombrante, onerosa, spavalda: il difficile, vista la sua definizione di piccolezza, è credere che in quell’apparente nulla s’è insediato il Tutto. La grandezza, l’onnipotenza, la bellezza, la maestà e l’onore. Chi ha perso tempo, alla fine, avrà guadagnato addirittura l’eternità, una misura-di-tempo sproporzionata rispetto a quello che si aveva in cuore di fare. Il fattore che ha prodotto tutto questo è in un piccolo dettaglio: «Per causa mia». Il più piccolo complemento di causa, anche complemento-di-guadagno. Non è acqua torbida, acqua di secchiaio: è un «bicchiere d’acqua fresca», una sorta di acqua di sorgente, quella che d’estate è nostra premura tenere nel frigorifero. È dissetante, rigenerante, acqua-buona. Quella che, mentre la versiamo ad altri, il primo pensiero non è: « Poca-acqua, altrimenti poi noi dobbiamo berla calda » ma la gioia di vedere una sete-abbeverata, una storia-rialzata. Un Dio dissetato.
Amare, nel Vangelo, è verbo di ingegneria edile, verbo-manovale: mani callose, pelle bruciata, piedi scalzi, magari pure senza olio, contro-vento. Tutta-in-salita. Ai tutto-cuore – tanta emozione poco calore – Dio mostra di prediligere i manuali: gente di manovra, che apre rubinetti, si carica in spalla i legni-traversi delle croci, sale per scendere. Un Dio di proporzioni-sproporzionate: sta in un bicchiere, come in una Croce. S’ingigantisce, si rimpiccolisce: vallo a capire Tu come deciderà d’apparirmi domattina. Dio-imprevedibile, quasi senza pudore

Publié dans:OMELIE |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

NON È VUOTO IL CIELO DI DIO

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page262/page303/page303.html

NON È VUOTO IL CIELO DI DIO

Lo scrittore cristiano africano Tertulliano (II sec.), che è stato il primo commentatore del Padre Nostro con la sua opera De oratione dominica, affermava che questa preghiera è il breviarium totius evangelii cioè la sintesi di tutto il Vangelo. Nell’ultima nostra puntata avevamo evocato la sua presenza nella storia della musica, una presenza non particolarmente esaltante.
Tuttavia ai nostri giorni il Padre Nostro si è curiosamente ripresentato anche nella musica popolare.
Così, nel 1997 il cantante Enrico Ruggeri ha proposto ai FestivaI di Sanremo per gli O.RO. un suo Padre Nostro, ripreso nell’album L’isola dei tesori (1955).
Nel 1999 Cliff Richard, considerato la risposta europea a Elvis Presley, da alcuni anni sulla breccia con almeno 60 album e 250 milioni di copie vendute, ha presentato un Padre Nostro sulle note di una melodia tradizionale scozzese, il Walzer delle candele. Un Pater Noster famoso è quello cantato da Giovanni Paolo II in gregoriano e proposto in compact disc nei 1999 dalla Radio Vaticana e dagli Audiovisivi San Paolo col titolo Abba’ Pater.
Ma lasciamo da parte la musica e tra le mille riprese, commenti e meditazioni intessute sulla preghiera di Gesù, cerchiamo solo
due testimonianze antitetiche tra loro. Non è mancato, infatti, chi ha sbeffeggiato il Padre Nostro, come ha fatto il poeta francese Jacques Prévert che nelle sue Parole (1946) ha composto una parodia che cominciava così: «Padre nostro che sei nei cieli, restaci ».
Ma terribile e disperata (più che blasfema) è la ripresa che Ernest Hemingway, il famoso scrittore americano morto suicida nel 1961, ha fatto di questa preghiera nel 1938 nei suoi Quarantanove racconti (Mondadori 1966), sostituendo a ogni parola importante del testo di Gesù il vocabolo spagnolo Nada cioè ‘Nulla”. Ecco questa tragica invocazione al Dio del nulla, che è in realtà un lugubre lamento sul fallimento dell’uomo. «O Nada nostro che sei nel Nada, sia Nada il tuo nome, Nada il regno tuo e sia Nada la tua volontà così in Nada come in Nada.
Dacci oggi il nostro Nada quotidiano e nada a noi i nostri Nada come noi li nadiamo ai nostri Nada e non nadare noi in Nada, ma liberaci dal Nada».
A questa estrema implorazione senza speranza modellata sulla preghiera della fiducia, com’è per eccellenza il Padre Nostro, opponiamo qualche battuta della rielaborazione fatta dal teologo Karl Rahner nel libro Necessità e benedizione della preghiera (Queriniana 1994).
«Padre Nostro che sei nei cieli del mio cuore, anche se esso sembra un inferno. Sia santificato il tuo nome, sia invocato nel silenzio mortale del mio perplesso ammutolire. Venga a noi il tuo regno, quando tutto ci abbandona. Sia fatta la tua volontà, anche se ci uccide, perché essa è la vita e ciò che in terra sembra la fine in cielo è invece l’inizio della tua vita. Liberaci da noi stessi, liberaci in te, nella tua libertà e nella tua vita».

Publié dans:BIBLICA |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

Parto del cavalluccio marino in natura

Image de prévisualisation YouTube
Publié dans:Animali acquatici |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...