CREDO DUNQUE ATTENDO – Enzo Bianchi

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CREDO DUNQUE ATTENDO

Enzo Bianchi

« La Stampa », 14 maggio 2005

C’è un aspetto della fede cristiana, un aspetto centrale che la determina e la specifica tra tutte le altre fedi, anche quelle monoteistiche, un aspetto che purtroppo è sovente taciuto, non messo in risalto dagli stessi cristiani, un aspetto che raramente appare come determinante nella loro vita quotidiana: la venuta di Cristo nella gloria per aprire il regno di Dio attraverso il giudizio.
Sì, i cristiani dovrebbero sempre comprendere la storia dell’umanità e dell’universo come segnata da un « preciso fine », la venuta definitiva del Signore, e da una « precisa fine », un decreto estrinseco alla storia da parte del Dio creatore che porta a compimento la sua azione di salvezza. Se non si crede fermamente a questa prospettiva, allora nasce nei cuori dei credenti l’autosufficienza, una mancanza di timore del Signore, un’indifferenza rispetto al proprio agire quotidiano, una schizofrenia tra ciò che magari si chiede agli altri con rigore in nome del Vangelo e ciò che concretamente ciascuno vive in prima persona. Ma il tempo che viviamo, la nostra vita fatta di giorni che si susseguono, non è un aeternum continuum omogeneo e senza sorprese, la storia umana non è un’infinità evolutiva, ma è un cammino verso l’incontro con il Signore il quale, comunque, con la morte chiama ciascuno personalmente in giudizio a rendere conto di quanto abbiamo vissuto nel rapporto con gli altri uomini e in noi stessi nel rapporto con Dio. Chi tra i cristiani ricorda oggi questa verità centrale della fede – una verità talmente efficace da determinare l’agire quotidiano e, dunque, anche l’etica del cristiano – viene giudicato apocalittico, catastrofista, persino nocivo al bene del cristianesimo proprio da coloro che si ritengono « esenti dalle cose di questo mondo » e pretendono di saper fornire nuovi presidi alle fede e alla chiesa. Eppure fede e speranza nella venuta di Cristo sono inseparabili nel cristianesimo: una richiama l’altra, e insieme permettono di leggere l’esistenza di realtà invisibili ed eterne, permettono di « scrutare e vedere l’invisibile », conoscendo così una saldezza rocciosa.
Nei giorni scorsi il cardinale Carlo Maria Martini ha fatto memoria dei suoi venticinque anni di episcopato ritornando da Gerusalemme alla città in cui è stato vescovo, Milano, e ci ha offerto un’omelia che appare una grande testimonianza di fede, ma anche un segno della forza del credente in attesa del ritorno del Signore. Il cardinal Martini è stato un vescovo capace di una rara testimonianza di fede e di obbedienza alla parola di Dio, della quale si è sempre fatto interprete: « schiavo della parola, inviato da quella Parola » non solo studiata ma soprattutto pregata, contemplata prima di essere annunciata. In questa omelia Martini non stupisce solo i non credenti che volessero leggerla, ma anche i cristiani: con forte perorazione chiede al Signore di ritornare a visitarci, di venire presto perché i credenti in lui amano e attendono questa manifestazione definitiva.
Sete di Dio, fame di vedere il volto di Gesù Cristo, certo, ma anche desiderio del giudizio: « questo regno venga nella sua realtà definitiva, là dove tutto sarà chiaro, tutto apparirà trasparente… ». Ecco l’autentica sete del giudizio: non certo vendetta contro qualcuno, ma giudizio sulla storia e finalmente giustizia per i piccoli, i poveri e quanti nella storia sono stati vittime indifese e misconosciute. Guai se così non fosse! Sarebbe un’ingiustizia tutta la vita, sarebbe stata vana una vita faticosamente vissuta discernendo ciò che era bene e ciò che era male e scegliendo, per quanto se ne era capaci, di compiere il bene e astenersi dal male. Il cristiano, proprio perché guarda al giudizio di Cristo, proprio perché ci crede e lo attende, lascia anche che quel giudizio, i cui criteri sono annunciati dal vangelo, si riverberi sul presente permettendo di leggere le vicende della storia e offrendo un orientamento all’agire quotidiano. Ecco perché chi sente decisivo quel giorno del Signore non si lascia determinare da applausi o da fischi, dall’approvazione o dalla disapprovazione: è il Signore il suo criterio ultimo e definitivo.
Ed è qui che Martini parla di relativismo cristiano, nel senso che tutte le realtà che viviamo oggi nel mondo e nella vita fluttuante della chiesa sono relative: ci sono nella vita umana ed ecclesiale molte cose che non si capiscono, che restano enigmatiche, che sollevano in noi tanti interrogativi, che ci tentano addirittura al livello della fede: « Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? Dov’è il tuo Dio? Perché, o Dio, nascondi il tuo volto? ». Queste espressioni non sono solo registrate come grida dei credenti nella bibbia, sono anche le nostre espressioni oggi, in tanti momenti della nostra esistenza. Ma alla luce del Signore giudice palese dei nostri cuori e delle nostre azioni si può restare saldi e non avere paura: non perché ci si ritenga irreprensibili, ma perché comunque si accetta il rimprovero del Signore e la sua purificazione, confidando nella sua misericordia. Il male, infatti, è non credere nel giudizio e agire come se non ci fosse. Ecco il relativismo cristiano che il cardinal Martini mette di fronte al relativismo etico che sembra dominare nell’attuale società in cui una cosa vale l’altra, tutte le verità sono uguali, in cui sembrano latitare misure, principi etici e criteri di responsabilità in un orizzonte sociale e collettivo perché l’idolo è l’autorealizzazione in cui « l’ultima misura è solo il proprio io e le sue voglie », come ammoniva il cardinal Ratzinger nella sua ultima omelia prima di essere eletto papa.
Ma il relativismo cristiano nutrito dalla fede nella venuta del giorno del Signore non genera inimicizia o disprezzo verso il mondo e la società attuali, perché questa venuta del Signore è proprio per salvare il mondo che Dio ama; al contrario, esso genera uno sguardo di simpatia e di « compassione », quello stesso sguardo che aveva Gesù verso le folle sfiduciate e senza guida. È ancora questo relativismo cristiano che favorisce il discernimento vero nel presente, un discernimento che rende capaci di scegliere, di decidere con umiltà ma anche con convinzione in vista di un’autentica umanizzazione. Commentando sul Corriere della Sera l’omelia del cardinal Martini, Gianni Riotta ha saputo cogliere che è proprio del discernimento che abbiamo bisogno tutti, credenti e non credenti, se vogliamo insieme costruire un mondo più umano, segnato da giustizia, pace e qualità della convivenza. I non credenti, così come i credenti, sanno di avere una coscienza, di poter esercitare la ragione: allora è giunto il momento perché insieme e con umiltà ci si ascolti e si cerchi di discernere nell’opacità della nostra storia comune le vie verso un umanesimo migliore.
Intanto, in attesa di quel giorno in cui, secondo l’espressione del cardinal Martini qualche tempo fa, « ci sarà riconoscimento reciproco e gioioso tra coloro che hanno amato Gesù e atteso la sua manifestazione » anche all’interno dei conflitti e delle diffidenze reciproche, ci sono sentinelle cui è possibile chiedere: « A che punto è la notte? » e da cui ricevere una risposta sufficiente per la fede degli uni e il senso della vita di tutti. 

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