Archive pour le 26 février, 2016

G. RAVASI. ANGELI IN VOLO -

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G. RAVASI. ANGELI IN VOLO -

By Pmartucci

G. RAVASI. ANGELI IN VOLO - dans CAR. GIANFRANCO RAVASI chagall-sipario-400-214

All’improvviso s’incrina il soffitto, le crepe s’allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci s’affaccia un volto radioso: « Un angelo! Pensai.
Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parlerà » . In realtà l’angelo scompare senza proferire parola e Kafka, che incastona questa angelofania nei suoi « Diari » , lascia aperto il dilemma reiterato nei secoli, destinato sia a cogliere il delicato e misterioso « brusio » ( Peter L. Berger) dell’angelo sia a dissolverne la presenza in sogno, anche se con nostalgia e con un rigurgito di fede, come confessava Czeslaw Milosz: « Vi ho tolto le vesti bianche,/ le ali e perfino l’esistenza,/ tuttavia io vi credo, messaggeri » .
L’angelo, però, ha come sua culla generativa per la civiltà occidentale soprattutto le Sacre Scritture. Dalla prima pagina coi « Cherubini dalla fiamma della spada folgorante » , posti a guardia del giardino dell’Eden ( Genesi 3, 24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, l’intera Bibbia è animata dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalità differenti.
Il nome stesso ebraico, « mal’ak » ( 215 volte nell’Antico Testamento), e greco, « ánghelos » ( 175 volte nel Nuovo Testamento), ne denota la funzione: significa, infatti, « messaggero » . Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la « necessità » ( L’Angelo necessarioè il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari ( a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietà popolare.
Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e « altro » rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il « messaggero » . È per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto « l’angelo del Signore » , ma subito dopo è « Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè! » (Esodo 3, 2- 4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: « L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede » ( 34, 8; 91, 11- 12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell’ « angelo custode » , bene raffigurata nell’angelo Azaria- Raffaele del libro di Tobia.
Il compito dell’angelo è, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, « gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come splendore della ascesa in Dio » . La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta.L’angelo può, però, sconfinare paradossalmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la « Lettera di Giuda » che parla di « angeli che non conservarono lo loro dignità ma lasciarono la propria dimora » ( v. 6); oppure ci si può riferire alla seconda Lettera di Pietro che presenta « gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno » ( 2, 4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene.
Non per nulla il poeta madrileno Pedro Salinas nel suo Angelo smarrito cantava: « Le mani di chi ama/ terminano in angeli » . Ma il tracciato dei voli angelici pervade tutto il cielo del Natale e della Pasqua quasi come una mappa di luce, di salvezza, di speranza.
Una posizione privilegiata è occupata da Gabriele, ministro nel consiglio della corona di Dio: non per nulla Luca ( 1,19) gli mette in bocca una frase che nel linguaggio orientale definisce i ministri ( » Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio » e i ministri erano appunto « coloro che avevano accesso al cospetto del re » ). Ma con Gabriele appaiono altri angeli anonimi nel Natale di Cristo; anzi Luca ( 2,14) in quella notte, come si è visto, introduce « tutta la milizia celeste » , cioè tutto l’esercito di Dio composto da legioni angeliche, pronte a combattere il male e l’ingiustizia. Quelle legioni che Gesù al momento dell’arresto nel giardino del Getsemani dirà di non voler convocare per bloccare il suo destino sacrificale ( Matteo 26,53: « Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? » ). Ma la presenza angelica si era affacciata già prima di quell’ora terribile. Ci sono, infatti, gli angeli che si accostano a Gesù al termine delle tentazioni sataniche per servirlo ( Matteo 4,11). C’è l’angelo che veglia sul piccoli: « Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » ( Matteo 18,10).
C’è l’angelo consolatore nella sera dell’agonia: « Gli apparve ( nel Getsemani) un angelo del cielo a confortarlo » ( Luca 22,43).
C’è l’angelo che indica il destino dell’uomo oltre la morte: « Alla risurrezione… si sarà come angeli nel cielo » ( Matteo 22,30). Ma, importanti come quelli del Natale, sono gli angeli della Pasqua. Se l’angelo del Natale era simile a un profeta che annunziava l’incarnazione, cioè l’ingresso di Dio nella storia proprio sotto le spoglie di quel bambino nato nella « città di Davide » Betlemme, l’angelo della Pasqua proclama la redenzione piena operata da Cristo e sigillata dalla sua vittoria sulla morte. « Vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: ‘ Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso.
Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto.
Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto’ » ( Matteo 28,2- 7). Sulle labbra dell’angelo risuona la professione di fede pasquale della Chiesa: « È risorto! » . È ciò che ripeterà anche l’angelo pasquale di Marco raffigurato come « un giovane vestito di una veste bianca » ( 16,5- 6) o « i due uomini in vesti sfolgoranti » del racconto di Luca ( 24,4- 6).
Essi inaugurano anche la missione della Chiesa quando, nel giorno dell’ascensione di Cristo nella sua gloria celeste, sotto l’aspetto di « due uomini in bianche vesti » ( e il bianco nella Bibbia è simbolo dell’eterno), si rivolgeranno agli apostoli così: « Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?
Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo » (Atti 1,10- 11). La Chiesa vive da quel momento accompagnata dagli angeli. C’è l’angelo degli apostoli: apre loro le porte del carcere a notte fonda ( Atti 5,19). C’è l’angelo di Pietro: di notte gli scioglie le catene, lo riveste e gli spalanca le porte della prigione ( Atti 2,7- 11). C’è l’angelo del diacono Filippo: mette questo ministro del Vangelo sulla strada di Gaza per incontrare l’eunuco etiope, funzionario della regina Candace, e così convertirlo ( Atti 8,26). C’è l’angelo del centurione romano Cornelio: gli annunzia la via della salvezza attraverso l’incontro con Pietro ( Atti 10,3; 11,13). C’è l’angelo di Paolo: durante la tempesta che colpisce la nave che porta l’apostolo a Roma per essere processato, lo conforta e gli assicura che raggiungerà il tribunale di Cesare per testimoniare Cristo ( Atti 27,23­24). C’è l’angelo di tutti gli annunziatori del Vangelo: assiste alla lotta che il discepolo deve condurre per compiere la sua missione ( 1Corinzi 4,9). C’è l’angelo della liturgia e ce lo presenta lo stesso Paolo nel passo un po’ folcloristico sul velo delle donne (1Corinzi 11,10). Come si vede, la presenza angelica popola le strade della Chiesa e della sua storia. E non l’abbandona nel momento estremo, quello dell’approdo alla Gerusalemme celeste. Lo stesso Gesù nel suo « discorso escatologico » , dedicato alla meta ultima della vicenda umana e cosmica, aveva evocato la funzione degli angeli quasi come cerimonieri dell’evento del giudizio finale ( Matteo 13,41- 42; Marco 13,27.32; Luca 16,22). Ma sarà l’Apocalisse ad affollare il cielo di angeli, riflettendo in questo un modello tipico di una letteratura allora popolare, quella chiamata appunto apocalittica e che abbiamo già avuto occasione di evocare per l’Antico Testamento e per il giudaismo. In un trionfo di luce gli angeli dell’Apocalisse cantano, assistono al soglio divino, suonano trombe, scagliano i flagelli del giudizio, scardinano dalle fondamenta Babilonia, la città del male, simbolo della Roma imperiale, incatenano la Bestia infernale, vegliano alle porte della Gerusalemme celeste, la città della gioia, seguono Michele nella lotta estrema tra bene e male. La coreografia dell’Apocalisse ha l’angelo come attore di grande rilievo, nella prospettiva di una palingenesi di tutto l’essere e in particolare dell’umanità, chiamata alla cittadinanza celeste e alla comunione angelica, come ricorda Paolo (Efesini 1,18; Filippesi 3,20). Ma lo stesso libro nelle sue pagine di apertura, cioè nelle lettere indirizzate ad altrettante comunità cristiane dell’Asia Minore ( capitoli 2- 3), rivela che su ogni Chiesa ancora pellegrina sulla terra veglia un angelo del Signore.
Egli raccoglie il messaggio ora dolce ora aspro che il Cristo rivolge ai fedeli di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, divenendo così partecipe delle sorti della comunità che assiste.

Ci rimane un’ultima nota da fare. È facile colmare i cieli di deliziosi angioletti, è ancor più facile bamboleggiare ideologicamente con le « misteriose presenze » alla « New Age » . È pericoloso inoltrarsi nel mondo angelico con intenti esoterico- magici perché questa è idolatria nel caso peggiore o stupidità nel caso dell’ingenuità superstiziosa. Ritornare al rigore e alla sobrietà della fede, in questo come in altri campi, è necessario. Ce lo ricorda soprattutto Paolo. Egli aveva già reagito con veemenza a questa riduzione idolatrica del mistero cristiano quando, scrivendo ai cristiani di Colossi, una città della più profonda provincia dell’Asia Minore, aveva polemizzato con un loro culto angelico esasperato, forse simile a quello che sta ai nostri giorni qua e là affiorando: « Nessuno si compiaccia in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni » ( 2,18).
« A quale degli angeli Dio ha detto: ‘ Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato’? » , si domanda l’anonimo autore neotestamentario della Lettera agli Ebrei ( 1,5). Al centro dell’autentica fede cristiana non ci sono gli angeli ma il Cristo che è « al di sopra di ogni potenza angelica » e nel cui nome « ogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e sotto terra » ( Filippesi 2,10).
Scriveva il teologo von Balthasar: «Gli enti abitatori del Paradiso circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della sua discesa in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come fulgore dell’ascesa lassù» La loro missione è mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce diretta»

pubblicato in Avvenire del 18.04.2010

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IL BUCANEVE – UNA FIABA DI HANS CHRISTIAN ANDERSEN

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IL BUCANEVE – UNA FIABA DI HANS CHRISTIAN ANDERSEN

Era inverno, l’aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e busso.
«Avanti!» disse il fiore.
«Non posso» rispose il raggio «non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.»
«Quando verrà l’estate?» chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c’era ancora tanto tempo prima dell’estate, la neve era ancora lì e ogni notte l’acqua gelava.
«Quanto dura!» disse il fiore. «Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all’estate; sarà un tempo meraviglioso!»
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l’acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
«Benvenuto, benvenuto!» cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l’umiltà.
«Bel fiore» cantavano i raggi «come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l’unico, sei il nostro amore. Tu annunci l’estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!»
Era proprio divertente. Era come se l’aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l’estate. Ma c’era ancora tempo prima dell’estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
«Sei arrivato troppo presto!» dissero il vento e l’aria. «Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.»
C’era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c’era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c’era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l’estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui.
«Ti spezzerai!» gli dicevano. «Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!»
«Bucaneve!» ripetè quello nel freddo mattino.
«Bucaneve!» gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino «ce n’è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l’unico!»
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d’essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell’acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d’essere entrato nell’estate.
La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. «Sarà lui il mio fiorellino beffato dall’estate!» esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con « fiorellino beffato dall’estate » e terminavano con « beffato dall’estate. »
« Caro amico, beffato dall’estate! » Lei lo aveva beffato d’estate. Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c’era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo. Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l’unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com’era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l’estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono. Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell’estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento.
La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.
Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere. L’uomo che leggeva quel libro girò la pagina. «Oh, c’è un fiore!» esclamò «un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all’altro, come un fiore in un vaso d’acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall’estate, zimbello dell’inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l’unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!»
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall’estate e vittima dell’inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
Questa è la fiaba del bucaneve.

Publié dans:FIABE D'AUTORE |on 26 février, 2016 |Pas de commentaires »

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