LA FANCIULLA CHE GIOCAVA CON IL CIELO – GIANFRANCO RAVASI

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LA FANCIULLA CHE GIOCAVA CON IL CIELO – GIANFRANCO RAVASI

«L’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine, ed egli è interamente uomo soltanto quando gioca». Così scriveva il grande poeta tedesco Friedrich Schiller nel 1795 nel suo trattato Sull’educazione estetica dell’uomo. Certo, egli si riferiva – come faranno molti autori (per tutti pensiamo al famoso Homo ludens di Johan Huizinga o alla Festa dei folli del teologo Harvey Cox) – al gioco puro che ha la sua espressione nel bambino ancora « innocente » rispetto ai calcoli economici dell’adulto tifoso o sportivo. Il gioco può diventare in tal modo una parabola della libertà creatrice divina. Emblematica è la raffigurazione della Sapienza divina nell’atto creativo: secondo il libro dei Proverbi essa è ’amôn, forse una « fanciulla » che sta danzando e divertendosi nell’ »atelier » del mondo che sta fiorendo dalle sue mani. Si legge, infatti, nell’inno autocelebrativo di Proverbi 8: «Io ero come una fanciulla… mi divertivo in ogni istante, mi ricreavo sulla faccia della terra, la mia felicità era tra i figli dell’uomo» (vv. 30-31). Il gioco umano autentico è costantemente ritratto dagli autori sacri nella sua freschezza, anche quando gli adulti non capiscono o lo osteggiano, come nel caso dei due piccoli Ismaele e Isacco che si divertono insieme (Genesi 21,9). Il ragazzo Davide «scherza con leoni e orsi» (Siracide 47,3) e, quando sarà adulto, non temerà l’ironia di sua moglie Mikal danzando come un forsennato davanti all’arca del Signore (2Samuele 6,5-22). Anche Gesù si ferma a osservare i ragazzi che giocano sulle piazze dei villaggi e non s’accordano sul tipo di gioco da adottare: alcuni vorrebbero mimare una festa di nozze ballando al suono del flauto, altri si orienterebbero invece verso un funerale piangendo e lamentandosi (Matteo 11,16-17). Anzi, l’orizzonte messianico sarà descritto proprio come un tempo in cui il bambino potrà tornare a giocare con tutti gli animali senza nessuna paura, introducendo persino la sua manina nella buca delle vipere (Isaia 11,8) e le piazze di Gerusalemme «formicoleranno di ragazzi e ragazze che giocheranno» felici (Zaccaria 8,5). Lutero descriverà il paradiso così: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e una gioia lirica e rideranno con te, o Signore». Già nel Medioevo il monaco Notker dell’abbazia di San Gallo dipingeva la Chiesa immersa in una specie di gioco paradisiaco ed eterno: Ecce sub vite amoena, Christe, / ludet in pace omnis Ecclesia / tute in horto («Ecco, o Cristo, tutta la Chiesa giocare in pace e in sicurezza nel giardino sotto un’amena vite»). La Bibbia, però, conosce anche i giochi degli adulti. Ne elenchiamo alcuni senza i vari riferimenti testuali per non appesantire la lista: c’è la corsa libera ma anche il gioco della palla, il tiro al bersaglio e il sollevamento pesi (con massi di pietra); c’è il lancio del disco e si fa riferimento persino alla palestra greca o al gioco dei dadi; c’è la corsa nello stadio e il pugilato, evocati soprattutto da Paolo che menziona anche a più riprese il premio (in greco, brabeion)e la corona d’alloro (stephanos); ci sono i giuochi « intellettuali » come gli indovinelli (Sansone ne è maestro in Giudici 14). Se stiamo al gioco in senso stretto, l’archeologia stessa può venirci in aiuto e mostrarci, ad esempio, Ramses II che gioca a scacchi con una donna del suo harem (rilievo del tempio di Medinet Habu). Nelle tombe reali di Ur, la patria di Abramo, è venuta alla luce una scacchiera o forse una tavola da dama intarsiata con le relative pedine (XXV secolo a.C.) e un’altra dalla tomba di Tutankhamon (XIV secolo a.C.), mentre nella città palestinese di Meghiddo è stata ritrovata una scacchiera d’avorio intarsiato con oro e pasta di vetro, lunga 27 centimetri (XIV-XII secolo a.C.). Ma il gioco, se entra nelle spire del guadagno o di altre finalità, può degenerare e divenire persino una perversione. Già i maestri giudaici ammonivano che «chi gioca a dadi è un rapinatore dell’anima e non può esercitare le funzioni di giudice e testimone in tribunale». Nella passione di Gesù c’è anche il lugubre « gioco del re » con la coronazione di spine e le finte reverenze, c’è il sorteggio coi dadi della sua veste e c’è quell’infame curiosità che – come accade ancor oggi negli Stati Uniti in occasione delle esecuzioni capitali – rende la crocifissione uno spettacolo a cui molti accorrono (Luca 23,48). Paolo ai Corinzi scriverà che anche noi, testimoni di Cristo, possiamo diventare «come condannati a morte, divenuti spettacolo al mondo» (1Corinti 4,9). Tuttavia il vero gioco, che ha nella festa la sua incarnazione, rimane il segno della libertà, della creatività, della gioia, del gratuito, della poesia, dell’armonia, dell’amore. Potremmo, allora, concludere questo sguardo molto semplificato al gioco biblico con le parole di un sapiente del II secolo a.C., il Siracide, che così ci ammonisce: «Corri a casa e non indugiare: là divertiti e fa quello che desideri, ma non peccare!» (32,11-12). E ai giovani potremmo, invece, ricordare il consiglio di un altro sapiente, il Qohelet: «Divertiti, o giovane, nella tua giovinezza, si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo, Dio ti convocherà in giudizio» (11,9).

 

Publié dans : CAR. GIANFRANCO RAVASI, GIOCO (IL) |le 28 décembre, 2015 |Pas de Commentaires »

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