Archive pour octobre, 2015

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LA VETTA DELL’OLTRE E DELL’ALTRO – DI GIANFRANCO RAVASI (O.R.) (uno sguardo verso i monti)

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LA VETTA DELL’OLTRE E DELL’ALTRO

DI GIANFRANCO RAVASI

« Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari ». Chi non ricorda questo struggente addio ai monti del Lecchese che Manzoni ci ha lasciato ne I Promessi Sposi? La vetta di un monte costringe a alzare lo sguardo; è come se fosse un indice puntato verso il cielo, è il rimando allo zenit e quindi alla luce, all’inaccessibilità, alla trascendenza rispetto all’orizzonte in cui noi siamo immersi quotidianamente. Il monte con la sua cima che sembra quasi perforare il cielo ricalca la posizione eretta dell’uomo che si è alzato dalla brutalità della terra; è una specie di simbolo della vittoria sulla forza di gravità. Tutte le culture hanno ritrovato nel profilo verticale della montagna un’immagine della tensione verso l’oltre e l’altro rispetto al limite terrestre e tutte le religioni vi hanno letto un segno dell’Oltre e dell’Altro divino.
Anche chi non ha una grande assuefazione a questi temi sa bene cosa significhino l’Olimpo o il Parnaso nella civiltà greca. Lunghi elenchi di monti sacri, le cui vette sono segnate da santuari, appartengono a tutte le tradizioni religiose. Per esempio gli Ittiti consideravano i monti come la sede del dio della tempesta, mentre l’India, che pure edifica i grandi templi lungo i fiumi o in riva al mare, nei testi sacri indù celebra il monte Meru: « una trave di legno che funge da puntello perché il cielo non cada sulla terra » (così nei Veda). Si ha in tal modo una visione cosmologica per cui il monte costituisce una specie di asse che regge l’universo, è « la montagna polare » (così nelle Upanishad). Curiosa è la concezione della genesi di questo monte: quasi come la frusta o il manico di una zangola che fa coagulare e condensare il latte del caos originario solidificandolo come un burro, cioè la terra. Tra l’altro nella mitologia indù il dio Shiva abita i monti in compagnia della sua sposa, la dea Parvati, nome che letteralmente significa « la montanara ».
Anche in Giappone i monti erano considerati residenze dei kami, cioè le divinità: da lassù facevano scorrere l’acqua per la coltivazione del riso. Gli spiriti degli antenati, purificati dai riti funebri, salivano sui monti ove erano divinizzati. Le ascensioni ai monti sacri come il Fuji-yama sono, perciò, vere e proprie processioni mistiche che richiedono rituali purificatori previ. Per i maestri taoisti cinesi è, invece, il monte K’un-lun la sede paradisiaca dell’immortalità: lassù il Signore Celeste, Chan Tao-ling aveva scoperto due spade vittoriose contro gli spiriti del male e da lì era asceso al cielo su un drago dai cinque colori, dopo aver bevuto l’elisir dell’immortalità.
Per gli Arabi, che consideravano la superficie terrestre come un cerchio piatto, Qâf era la catena montuosa circolare dell’orizzonte, separata dal cerchio terrestre da un territorio oscuro di frontiera, limite tra il visibile e l’invisibile, perché è solo ascendendo sulla cima del Qâf, fatto di smeraldo, che si scopre l’infinita distesa dei cieli divini. In quella montagna, che è la radice dei nostri monti terrestri, vive in perfetta solitudine fin dall’origine del mondo l’uccello mitico Simurgh, fonte di sapienza e di felicità perché a lui è concesso di vedere il mistero dei cieli divini.
Anche la civiltà occidentale, spesso sulla scia delle immagini della Bibbia, è ricorsa allo stesso simbolismo in modi e forme diverse. Se pensiamo, ad esempio, alle ziqqurratu, cioè ai famosi templi a gradoni della Mesopotamia, evidente riproduzione architettonica di un monte sacro (sul loro vertice si ergeva appunto il santuarietto-residenza delle divinità), riusciamo a comprendere la simbologia sottesa al sogno di Giacobbe narrato dalla Genesi, (28, 12). Ebbene, un monaco di Santa Caterina al Sinai, uno dei monti biblici fondamentali, Giovanni Climaco, vissuto tra il 579 e il 649 circa, si affiderà proprio a questa immagine per titolare e strutturare la sua opera La scala del Paradiso, opera che impose a lui il soprannome di « Climaco » (in greco climax è la scala coi suoi gradini).
Come è facile intuire, il Sinai che quel monaco aveva davanti agli occhi diventava la parabola dell’ascensione al cielo attraverso l’erta salita dell’ascesi spirituale. Parallela sarà l’esperienza proposta da un altro grande mistico, san Giovanni della Croce (1542-1591), che data la sua vocazione di carmelitano, sceglierà come simbolo un altro monte. La salita del monte Carmelo è, infatti, il titolo di una delle sue opere più note, composta tra il 1578 e il 1583. Attraverso un’ascesa irta di asperità, cioè attraverso una purificazione liberamente accolta e vissuta, si raggiunge la vetta della perfezione.
Sulla scia di Giovanni della Croce un notissimo autore mistico contemporaneo, Thomas Merton (1915-1968), convertitosi al cattolicesimo nel 1938, e vissuto nella trappa del Getsemani nel Kentucky (Usa), intitolò la sua autobiografia spirituale proprio La montagna delle sette balze (1948), uno scritto divenuto popolare e per molti versi affascinante proprio per l’immediatezza quasi diaristica di questa ascesa sul monte della contemplazione, vicenda sofferta e gloriosa al tempo stesso. Ma il simbolo del monte è un elemento capitale anche nella letteratura occidentale.
È quasi spontaneo pensare al Purgatorio di Dante (tra l’altro le parole « monte/ montagna » ricorrono più di 70 volte nella Divina Commedia). Se l’Inferno è concepito quasi come un monte cavo capovolto che ha come vertice il nadir del centro fisico della terra, per antitesi il Purgatorio è un’altissima montagna a sette balze o « cornici », al cui vertice è collocato il Paradiso terrestre, mentre ai suoi piedi si stende la spiaggia dell’approdo delle anime. Questo monte dell’espiazione, è esattamente agli antipodi di Gerusalemme, sotto la quale si apre la cavità infernale: anzi, ne è quasi il riflusso materiale, cioè la massa di terra respinta dal vuoto tenebroso degli inferi. Dopo l’Incarnazione di Cristo quel monte « di riporto » è divenuto la sede delle anime in attesa di liberazione: è, quindi, un’altra raffigurazione dell’ascesa come ascesi, come purificazione dal male. La meta è la vetta ove è situato il Paradiso terrestre, una foresta lussureggiante, oltre il confine delle meteore e oltre le sfere dell’acqua e del fuoco. Da lassù si spicca il volo verso l’Empireo paradisiaco dai nove cieli tolemaici.
A questo monte letterario, il più celebre di tutti, ne potremmo associare molti altri. Ci accontentiamo di indicarne due, tipici della letteratura contemporanea. Come non pensare subito al famoso romanzo che Thomas Mann (1875-1955) pubblicò nel 1924 col titolo La montagna incantata, vera e propria parabola dell’Europa malata? Ambientata a Davos, in un sanatorio svizzero d’alta montagna, la trama vede il protagonista Hans Castorp approdare in quella clinica in visita al cugino malato. Ma una malattia, prima, e un fascino magico, poi, attanagliano anche Hans su quel monte per sette anni, fino al 1914, allorché lo scoppio della guerra lo induce a tornare in Germania. Quei sette anni sullo sfondo impervio dei monti si trasformano in una straordinaria avventura vitale: sboccia l’amore tra Hans e una degente, si sviluppano complessi dibattiti teorici tra un italiano liberale e umanista e un cèco, comunista e materialista, si snodano eventi apparentemente insignificanti, ma carichi di tensione e mistero.
Come osservava un critico, Erich Heller, « quale ironia nella sorte del protagonista il quale, convertito alla vita, torna dalla montagna incantata, regno di Venere e della morte, in un mondo in cui « servire la vita » significa « servire con le armi », e che scompare alla vista del lettore avanzando oscillante nel fango di un campo di battaglia, probabilmente verso la morte eroica! ». L’altra opera che abbiamo scelto è certo meno importante ma è anch’essa a suo modo emblematica. Si tratta del romanzo Go Tell It on the Mountain pubblicato nel 1953 dallo scrittore afro-americano James Baldwin (1924-1987) e tradotto in italiano nel 1966 col titolo Gridalo forte (omettendo così il rimando alla montagna). Il protagonista John sale sulla collina che sta nel cuore del Central Park di New York. Da lassù contempla il profilo della città che i suoi antenati avevano visto da lontano, scintillante nelle sue luci, come fosse una specie di Nuova Gerusalemme, mentre in realtà essa si sarebbe rivelata come la Babilonia distruttrice che ha in Broadway la sua avanguardia verso la perdizione.
Questa visionarietà, affidata alla montagna nel suo valore simbolico, pervade la letteratura di lingua inglese (Bunyan, Milton, Spencer, Wordsworth, Shelley, Coleridge, Buckler e così via) ma ha anche un’espressione altissima nel quarto atto del Faust di Goethe ambientato in Hochgebirg, cioè in « alta montagna », sulle « rigide vette di rupi dentate » e auf dem Vorgebirg, « sui contrafforti », mentre nella finale dell’ultimo atto, il quinto, si è in Bergschluchten, cioè tra « gole montane », in un paesaggio di rupi e foreste popolate di santi anacoreti. Ma il monte ha una grande presenza anche nell’iconografia di tutti i secoli: come non pensare alla Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci? Il critico d’arte John Ruskin (1819-1900) nella sua vasta opera Modern Painters (1843-1860) sulla pittura moderna osservava che nell’arte « ci fu sempre un’idea della santità connessa alle solitudini rocciose perché era sempre sulle vette che la divinità si manifestava più intimamente agli uomini ed era sui monti che i santi sempre si ritiravano per la meditazione, per una speciale comunione con Dio e per prepararsi alla morte ». E concludeva che « i monti sono il principio e la fine di ogni scenario naturale ».
Ma i monti gettano la loro ombra su tutte le pagine bibliche: dall’Ararat su cui posa l’arca di Noè al Moria del sacrificio di Isacco, dal Sinai dell’esodo al Nebo della morte di Mosè, dal Carmelo di Elia al Sion del tempio gerosolimitano, dal monte delle Tentazioni di Cristo a quello delle Beatitudini, dal monte della Trasfigurazione al Golgota-Calvario sino al monte degli Ulivi che nell’ascensione di Gesù congiunge terra e cielo. Ma a questi monti santi e ad altri meno noti che costellano la Bibbia e che non possiamo ora descrivere vorremmo opporre una curiosa tipologia di montagne « negative », segno non di elevazione ma di abbassamento e degenerazione.
Sono le « alture », in ebraico bamôt, sistematicamente denunziate dalla Bibbia come sedi di santuari cananei, legati ai culti della fertilità – ma talora anche luoghi di culto israelitico. Sono centinaia i passi biblici in cui si condannano questi colli, a partire dallo stesso Salomone che dedicò un santuario al dio dei Moabiti Camosh e al dio degli Ammoniti Milcom « sul monte che è di fronte a Gerusalemme » (1 Re 11, 7), imitato poi dai suoi successori e dai sovrani del regno settentrionale di Samaria. Noi ci accontenteremo ora di illustrare questo simbolismo negativo e idolatrico della montagna con un testo interessante e, a prima vista, neutro, anzi legato al monte santo per eccellenza, il Sion. Si tratta dell’avvio del secondo « canto delle ascensioni », il Salmo 121 (120): « Alzo gli occhi verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto è dal Signore che ha fatto cielo e terra » (vv. 1-2).
L’orante leva lo sguardo implorante « verso i monti » e pronunzia una domanda: « Da dove verrà il mio aiuto? ». Ebbene, molti esegeti pensano che in questa scenetta apparentemente scontata ci sia proprio un rimando polemico alle « alture » idolatriche. L’orante sarebbe tentato di rivolgere il suo appello (e i suoi piedi) verso i santuari dei colli cananei ove si ergono pali e stele sacre, segni del dio Baal, la divinità della fecondità e della fertilità. Sarà forse lui a offrire l’aiuto atteso? La risposta del Salmista è netta: « Il mio aiuto è dal Signore », il creatore del cielo e della terra, sorgente di ogni dono di vita. Si tratta di una professione di fede « jahvistica » di impronta liturgica (entrata anche nella liturgia cattolica: Adiutorium nostrum in nomine Domini qui fecit caelum et terram) che rimanda implicitamente all’altro monte santo, l’unico vero per Israele, il Sion, « altura stupenda, gioia di tutta la terra (…) capitale del gran Re » (Salmi, 48, 3). La Bibbia, che oppone già due città simboliche, Gerusalemme e Babilonia, mette in antitesi anche due monti ideali, quello dell’ascensione a Dio, alla luce, alla verità e quello dell’illusione e dell’inganno. Ancora una volta sta all’uomo scegliere su quale sentiero incamminarsi.

Chiesa di San Damiano (Assisi), interno (link ingrandimento – jpg)

 Chiesa di San Damiano (Assisi), interno (link ingrandimento - jpg) dans immagini sacre

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https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Damiano_(Assisi)

Publié dans:immagini sacre |on 7 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

Day 7 Shabbat, the rest of God and man

Day 7 Shabbat, the rest of God and man dans immagini sacre 16%20LUKAS%20CRANACH%20SCHOPFUNGSBILD%20DER%20LUTHERBIBEL

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Publié dans:immagini sacre |on 6 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO – IL LINGUAGGIO DEL CREATO CI PERMETTE DI PERCORRERE UN BUON TRATTO DI STRADA VERSO DIO (EPIFANIA 2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110106_epifania.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

(HO SCELTO QUESTA OMELIA PER IL TEMA:
IL LINGUAGGIO DEL CREATO CI PERMETTE DI PERCORRERE UN BUON TRATTO DI STRADA VERSO DIO)

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 6 gennaio 2011

Cari fratelli e sorelle,

nella solennità dell’Epifania la Chiesa continua a contemplare e a celebrare il mistero della nascita di Gesù salvatore. In particolare, la ricorrenza odierna sottolinea la destinazione e il significato universali di questa nascita. Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia (cfr Mt 2,1-12) che la Chiesa ci invita oggi a meditare e a pregare. Nel Vangelo abbiamo ascoltato che essi, giunti a Gerusalemme dall’Oriente, domandano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (v. 2). Che genere di persone erano, e che specie di stella era quella? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini “in ricerca” di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare. Forse il modo per conoscere meglio questi Magi e cogliere il loro desiderio di lasciarsi guidare dai segni di Dio è soffermarci a considerare ciò che essi trovano, nel loro cammino, nella grande città di Gerusalemme.
Anzitutto incontrarono il re Erode. Certamente egli era interessato al bambino di cui parlavano i Magi; non però allo scopo di adorarlo, come vuole far intendere mentendo, ma per sopprimerlo. Erode è un uomo di potere, che nell’altro riesce a vedere solo un rivale da combattere. In fondo, se riflettiamo bene, anche Dio gli sembra un rivale, anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole. Erode ascolta dai suoi esperti delle Sacre Scritture le parole del profeta Michea (5,1), ma il suo unico pensiero è il trono. Allora Dio stesso deve essere offuscato e le persone devono ridursi ad essere semplici pedine da muovere nella grande scacchiera del potere. Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, sordi alle sue parole, perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? Cari fratelli e sorelle, quando vediamo Dio in questo modo finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, perché non ci lasciamo guidare da Colui che sta a fondamento di tutte le cose. Dobbiamo togliere dalla nostra mente e dal nostro cuore l’idea della rivalità, l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla, non minaccia, anzi, è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, di provare la vera gioia.
I Magi poi incontrano gli studiosi, i teologi, gli esperti che sanno tutto sulle Sacre Scritture, che ne conoscono le possibili interpretazioni, che sono capaci di citarne a memoria ogni passo e che quindi sono un prezioso aiuto per chi vuole percorrere la via di Dio. Ma, afferma sant’Agostino, essi amano essere guide per gli altri, indicano la strada, ma non camminano, rimangono immobili. Per loro le Scritture diventano una specie di atlante da leggere con curiosità, un insieme di parole e di concetti da esaminare e su cui discutere dottamente. Ma nuovamente possiamo domandarci: non c’è anche in noi la tentazione di ritenere le Sacre Scritture, questo tesoro ricchissimo e vitale per la fede della Chiesa, più come un oggetto per lo studio e la discussione degli specialisti, che come il Libro che ci indica la via per giungere alla vita? Penso che, come ho indicato nell’Esortazione apostolica Verbum Domini, dovrebbe nascere sempre di nuovo in noi la disposizione profonda a vedere la parola della Bibbia, letta nella Tradizione viva della Chiesa (n. 18), come la verità che ci dice che cosa è l’uomo e come può realizzarsi pienamente, la verità che è la via da percorrere quotidianamente, insieme agli altri, se vogliamo costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia.
E veniamo così alla stella. Che tipo di stella era quella che i Magi hanno visto e seguito? Lungo i secoli questa domanda è stata oggetto di discussione tra gli astronomi. Keplero, ad esempio, riteneva che si trattasse di una “nova” o una “supernova”, cioè di una di quelle stelle che normalmente emanano una luce debole, ma che possono avere improvvisamente una violenta esplosione interna che produce una luce eccezionale. Certo, cose interessanti, ma che non ci guidano a ciò che è essenziale per capire quella stella. Dobbiamo riandare al fatto che quegli uomini cercavano le tracce di Dio; cercavano di leggere la sua “firma” nella creazione; sapevano che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2); erano certi, cioè che Dio può essere intravisto nel creato. Ma, da uomini saggi, sapevano pure che non è con un telescopio qualsiasi, ma con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ultimo della realtà e con il desiderio di Dio mosso dalla fede, che è possibile incontrarlo, anzi si rende possibile che Dio si avvicini a noi. L’universo non è il risultato del caso, come alcuni vogliono farci credere. Contemplandolo, siamo invitati a leggervi qualcosa di profondo: la sapienza del Creatore, l’inesauribile fantasia di Dio, il suo infinito amore per noi. Non dovremmo lasciarci limitare la mente da teorie che arrivano sempre solo fino a un certo punto e che – se guardiamo bene – non sono affatto in concorrenza con la fede, ma non riescono a spiegare il senso ultimo della realtà. Nella bellezza del mondo, nel suo mistero, nella sua grandezza e nella sua razionalità non possiamo non leggere la razionalità eterna, e non possiamo fare a meno di farci guidare da essa fino all’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Se avremo questo sguardo, vedremo che Colui che ha creato il mondo e Colui che è nato in una grotta a Betlemme e continua ad abitare in mezzo a noi nell’Eucaristia, sono lo stesso Dio vivente, che ci interpella, ci ama, vuole condurci alla vita eterna.
Erode, gli esperti delle Scritture, la stella. Ma seguiamo il cammino dei Magi che giungono a Gerusalemme. Sopra la grande città la stella sparisce, non si vede più. Che cosa significa? Anche in questo caso dobbiamo leggere il segno in profondità. Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. Si resero conto, invece, che, a volte, il potere, anche quello della conoscenza, sbarra la strada all’incontro con quel Bambino. La stella li guidò allora a Betlemme, una piccola città; li guidò tra i poveri, tra gli umili, per trovare il Re del mondo. I criteri di Dio sono differenti da quelli degli uomini; Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma nell’umiltà del suo amore, quell’amore che chiede alla nostra libertà di essere accolto per trasformarci e renderci capaci di arrivare a Colui che è l’Amore. Ma anche per noi le cose non sono poi così diverse da come lo erano per i Magi. Se ci venisse chiesto il nostro parere su come Dio avrebbe dovuto salvare il mondo, forse risponderemmo che avrebbe dovuto manifestare tutto il suo potere per dare al mondo un sistema economico più giusto, in cui ognuno potesse avere tutto ciò che vuole. In realtà, questo sarebbe una sorta di violenza sull’uomo, perché lo priverebbe di elementi fondamentali che lo caratterizzano. Infatti, non sarebbero chiamati in causa né la nostra libertà, né il nostro amore. La potenza di Dio si manifesta in modo del tutto differente: a Betlemme, dove incontriamo l’apparente impotenza del suo amore. Ed è là che noi dobbiamo andare, ed è là che ritroviamo la stella di Dio.
Così ci appare ben chiaro anche un ultimo elemento importante della vicenda dei Magi: il linguaggio del creato ci permette di percorrere un buon tratto di strada verso Dio, ma non ci dona la luce definitiva. Alla fine, per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. E’ la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina. Cari fratelli e sorelle, lasciamoci guidare dalla stella, che è la Parola di Dio, seguiamola nella nostra vita, camminando con la Chiesa, dove la Parola ha piantato la sua tenda. La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi. Amen.

 

Publié dans:CREATO E CREAZIONE |on 6 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

Dio crea gli animali

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Publié dans:immagini sacre |on 5 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

SANT’ANTONIO E GLI ANIMALI

http://www.credereoggi.it/upload/2007/articolo162_67.asp

SANT’ANTONIO E GLI ANIMALI

Antonio Rigon

1. Studi antichi e recenti hanno rilevato come la confidenza che Francesco d’Assisi ebbe con la natura e con gli animali ha certamente precedenti nella tradizione cristiana dei Padri del deserto e in quella del mondo monastico, ma non può confondersi con essa. Il rapporto instaurato dal santo con gli animali fu «di tale immediatezza e affettività da stravolgere schemi di carattere teologico e da attenuare di molto» la valenza di ogni riferimento al santo come nuovo Adamo a colloquio con le bestie in un ricercato e ritrovato paradiso terrestre ancora privo del peccato[1].
Anche la lettura in chiave simbolica delle relazioni tra il fondatore dell’Ordine dei Frati Minori e le creature va in certa misura ridimensionata di fronte alla concretezza di atti, gesti e parole di Francesco la cui attenzione e il cui amore per le bestie e la natura non possono peraltro essere assolutizzati, assorbendone l’immagine e dimenticando ciò che è essenziale e innovativo nella sua proposta di vita cristiana: l’imitazione di Cristo secondo la forma del santo vangelo.
Esiste poi un problema di fonti: tutto quel che sappiano sul rapporto tra il santo e gli animali lo dobbiamo in massima parte ai testi agiografici cioè alle Leggende su Francesco, ricchissime di episodi, aneddoti, riferimenti al mondo animale (uccelli, pesci, lupi, rondini, allodole, cicale, leprotti…), ma problematiche sia sul piano generale che specifico, quando le si voglia utilizzare in sede storica. D’altra parte, se ci volgiamo agli Scritti di Francesco non possiamo fare a meno di constatare che in essi «non appare in maniera chiara né massiccia un particolare rapporto con gli animali» che vengono ricordati «quasi sempre in forma collettiva, all’interno di un discorso di lode a Dio, che riguarda tutte le creature, animate e inanimate»[2]:
Tutti gli uccelli del cielo, lodate il Signore (Esortazione alla lode di Dio, 12)[3].
[Lodino lui glorioso i cieli e la terra]: ed ogni creatura, che è nel cielo e sopra la terra e sotto la terra e il mare e quanto è in esso (Lodi per ogni ora, 7-8)[4].
In virtù della santa obbedienza l’uomo si sottomette non soltanto allo Spirito santo, al fratello, a tutti gli uomini che sono al mondo «ma anche a tutte le bestie e le fiere» (Saluto delle virtù, 16-17)[5].
Tutte le creature che sono sotto il cielo, secondo se stesse servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te (uomo)! (Ammonizioni, v, 2)[6].
Ordino a tutti i miei fratelli tanto chierici, quanto laici che vanno per il mondo o che sostano nei luoghi, di non avere presso di sé né presso altri né in qualunque altro modo alcuna bestia. Né sia loro lecito andare a cavallo, se non vi siano costretti da infermità o grave necessità (Regola non bollata, c. XV)[7].
In realtà, è del tutto evidente che l’amore del santo per le bestie non può essere disgiunto e isolato da quello per il creato. Solo in questo contesto è possibile capire il Cantico di frate Sole dove appunto gli animali neppure compaiono. Compagni di strada, creature amate, da associare al creato tutto nella lode al Creatore, essi non sono però tali da caratterizzare in maniera specifica la proposta di vita cristiana di Francesco. Del resto è significativo che nell’iconografia del santo, al di fuori della rappresentazione di fatti e miracoli della vita, egli sia ritratto col simbolo del libro, con quello della croce, con le stimmate, ma non con animali[8].
In definitiva, pur scontando il carattere particolare degli Scritti di Francesco, coerenti per ispirazione, ma redatti in circostanze varie, occasionali, e comunque non sistematici, bisogna riconoscere che non da essi, ma dai testi agiografici, è possibile ricavare e conoscere in dettaglio i caratteri propri del suo legame col mondo animale.
2. Diverso è, al riguardo, il caso di Antonio di Padova, secondo santo canonizzato dell’Ordine dei Frati Minori, che, battezzato a Lisbona col nome di Fernando, al momento di passare dai Canonici agostiniani ai Frati Minori, scelse di chiamarsi Antonio, come il grande eremita del III-IV secolo, «padre dei monaci», che più di ogni altro è entrato nella tradizione popolare come santo taumaturgo di uomini e di bestie e protettore degli animali.
A differenza delle Leggende riguardanti san Francesco, le Vite del santo portoghese che legò indiscutibilmente il suo nome a Padova, non danno particolare rilievo al suo rapporto con le bestie, fatta eccezione per i due famosissimi prodigi della predica ai pesci e del miracolo della mula che si inginocchiò dinanzi all’eucaristia, in cui però gli animali compaiono solo come supporto strumentale all’attività apostolica del santo[9].
Al contrario, i Sermoni di Antonio, la grande opera da lui scritta per ammaestramento dei frati e guida al predicatore, sono un’autentica miniera di riferimenti al mondo naturale e animale. Si può dire, anzi, che contengano un vero e proprio bestiario. Se è vero infatti che i bestiari altro non sono che «opere di carattere didattico nelle quali alla descrizione di animali segue la moralizzazione, un genere misto, cioè, tra favola moralizzata e storia naturale, fondata non sull’osservazione personale ma su notizie tratte, per lo più indirettamente, da autori greci e latini»[10], proprio questo è il carattere dell’ampia raccolta di passi relativi ad animali che è possibile estrapolare dai Sermoni antoniani. Basti un esempio.
Si legge nella Storia Naturale[11] che il cervo impara a correre esercitandosi, e si abitua a scavalcare cespugli spinosi e larghe fosse. Quando avverte i latrati dei cani, dirige il suo cammino con il vento a favore per allontanare il suo odore; ha un udito finissimo quando tiene gli orecchi rizzati, ma se li abbassa non sente più nulla. Quando sente di star male, mangia ramoscelli di ulivo e così ritorna sano. Se viene colpito da indebolimento della vista, aspirando con le narici, tira fuori dal nascondiglio della caverna un serpente, lo divora e, quando avverte il bruciore del suo veleno, corre ad una sorgente e, bevendo e tuffandosi in essa, guarisce gli occhi e si libera di tutti gli umori superflui[12].
Ecco la citazione dotta e didascalica (Solino più la Glossa ordinaria al Cantico dei cantici 1,7)[13] che, sostituendosi a ogni pur possibile osservazione diretta e personale, descrive il cervo cacciato e l’autorimedio praticato dalla bestia in caso di infermità.
Ed ecco anche l’immediata interpretazione morale, con riferimento alla Scrittura, alla Glossa interlineare, a Isidoro di Siviglia, a Seneca, a Ovidio, che mira a ciò che è essenziale nell’insegnamento di Antonio: il richiamo alla penitenza. Come il cervo, così si comporta il penitente che
si abitua a saltare i cespugli spinosi, cioè a disprezzare le ricchezze di questo mondo, e le larghe fosse, vale a dire i piaceri del corpo… Quando il penitente avverte il latrato dei cani, cioè le suggestioni dei demoni, dirige le sue azioni verso la direzione del vento. E questo significa che in tutte le sue azioni deve farsi guidare interiormente ed esteriormente dall’umiltà… [Come] il cervo, il penitente, quando si accorge che sta per ammalarsi, che si sente cioè indebolire ed opprimere dalle tentazioni, mangia dei ramoscelli di ulivo, [albero che] raffigura l’umanità di Cristo… I ramoscelli di questo ulivo sono i chiodi e la lancia, i flagelli e la corona di spine e tutti gli altri strumenti della sua passione: se il penitente se ne nutre per mezzo della fede e della devozione, riceve nuovo vigore contro le tentazioni[14].
La descrizione del cervo non offre dunque ad Antonio lo spunto per osservazioni personali su un animale e un’attività (la caccia), che pure non dovevano essere sconosciute ed estranee all’esperienza di chi, come lui, aveva attraversato le contrade d’Europa, frequentato castelli, corti e villaggi, camminato lungo sentieri tra boschi e foreste. Sua fonte non è ciò che ha visto, ma quanto ha trovato scritto in altri autori; d’altronde l’animale è solo un pretesto per parlare d’altro.
Paradossalmente si potrebbe allora dire che nei loro diversissimi scritti Francesco e Antonio finiscono per mostrare un atteggiamento simile nei confronti degli animali, manifestandolo in maniera radicalmente diversa. Il quasi-silenzio di Francesco elude ogni riferimento specifico per indicare con pochi accenni ciò che era essenziale per lui e proposta per tutti: la lode al Creatore da parte del creato e delle creature; la sottomissione, l’umiltà, la povertà.
Il gran parlare di animali di Antonio esclude un legame particolare con loro ed è invece finalizzato ad un’attività di predicazione e d’insegnamento che deve condurre anch’esso alla glorificazione del Creatore attraverso le creature, sua immagine:
L’opera del Signore è la creazione, la quale, ben considerata porta chi la contempla alla considerazione del suo Creatore. Se tanta bellezza è nella creatura, quanta ce n’è nel Creatore? La sapienza dell’artefice risplende nella materia[15].
Concettualmente non siamo lontani dal Cantico di frate sole:
Laudato sie mi Signore cum tutte le tue creature spezialmente messor lo frate Sole lo qual è iorno et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione[16].
«De te, Altissimo, porta significazione», scrive Francesco. «La sapienza dell’artefice risplende nella materia», osserva Antonio. Ma per Francesco la consapevolezza che il creato è manifestazione del suo Creatore si traduce in esperienza di vita e azione immediata di lode; per Antonio la contemplazione di Dio passa attraverso la conoscenza corretta del creato e delle creature («Opus Domini creatio … bene considerata»)[17].
3. Ma quale conoscenza? Complessivamente le specie di animali ricordate nei Sermoni antoniani sono un’ottantina, compresi gli esseri favolosi (il basilisco, il drago, il satiro, l’onocentauro, le sirene): talvolta la citazione è ampia, come nel caso del cervo, talora invece più rapida e sintetica (anche un semplice cenno). Le fonti a cui attinge il santo sono bibliche e patristiche, classiche e medievali. Un discorso a parte merita Aristotele, rispetto al quale esistono pareri discordi. Se per studiosi come Paolo Marangon e Agostino Figueiredo Frias, Antonio utilizzò sistematicamente, conoscendola bene, l’intera opera De animalibus dello Stagirita nella recentissima traduzione dall’arabo di Michele Scoto[18], per altri, come Jacqueline Hamesse, il santo si servì in realtà di florilegi e, comunque, per quanto a quei tempi non scontato e in certi casi proibito, l’uso dei testi aristotelici de naturali philosophia non si può considerare rivoluzionario[19].
Come mostrano i moderni editori dei Sermoni, anche quando il rinvio è generico («si dice», «dicono», «narrano», «raccontano», ecc.), la fonte è in realtà libresca e pure dove il santo sembra esprimere un pensiero critico proprio, per esempio, in materia di creature favolose come le sirene, le quali in realtà – scrive Antonio – erano prostitute che riducevano in miseria quelli che le frequentavano, non fa che ripetere fonti letterarie (in questo caso il lessico di Papias)[20].
Invero la novità di Antonio, rispetto ai bestiari circolanti al suo tempo e alle opere classiche, è costituita dalle interpretazioni allegoriche che accompagnano la descrizione dei vari animali; per lo più originali, esse sono una miniera inesauribile di allegorie che, come altri ha scritto, crea una nuova simbologia animale, oltre che botanica[21]. Un immaginifico, fantasmagorico e intricato tessuto di allegorie s’innesta sul più freddo sfondo di figure animali, a volte vivisezionate nelle loro singole parti, e scomposte in una specie di «dissezione ermeneutica» che a taluno è sembrata «ridurre gli animali dei Sermones a freddi mosaici, svuotandoli di qualsiasi palpito vitale»[22]. Vero è, tuttavia, che attraverso gli animali Antonio costringe l’uomo a guardare dentro di sé, a conoscere se stesso, il proprio comportamento animale raffigurato, ad esempio, dalle scimmie, capaci solo di imitare le azioni umane, ma che restano bestie[23]. Attraverso gli animali l’uomo è messo di fronte alle proprie contraddizioni e ambiguità: in uno stesso animale – l’aquila – coesistono simbolicamente i vizi (la superbia), la grandezza (l’essere giusti), l’intelligenza e la santità dell’uomo[24].
Su un altro piano va detto però che attraverso un fitto intreccio di rimandi, citazioni, accostamenti filtrano anche modi di dire, favole, credenze popolari, pratiche antiche: l’elefante, che per la mole sembra quasi una montagna, e che fugge però di fronte al topo[25], il canto del cigno prima di morire[26], la luna nel pozzo[27], l’arte di predire il futuro attraverso l’osservazione del volo degli uccelli[28].
È del tutto probabile che Antonio abbia avuto occasione di vedere contadini, come quello descritto nel Sermone della festività della Circoncisione del Signore, che «benda gli occhi all’asino e lo batte con il bastone e così l’asino trascina intorno una mola di grande peso»[29]; ed è anche possibile che nei suoi viaggi (compreso quello in Marocco) abbia conosciuto animali esotici come il cammello di cui parla nel Sermone dell’XI Domenica dopo Pentecoste[30], ma anche quando, come in questo caso, non si conosce la fonte alla quale attinge, è quasi certamente da escludere che si basi su un’osservazione diretta o che comunque il santo, parlando di animali, ne dia un’immagine personale.
Si prenda il lupo. Come ha scritto Gherardo Ortalli, nell’immaginario medievale il lupo, se non è proprio il primo attore nei rapporti fra uomo e ambiente, certo vi occupa comunque una posizione centrale e fornisce materia al mito centrato su paura, ostilità, credenze terrificanti già presenti nell’antichità, quando esso è essenzialmente nemico di greggi e di animali domestici, mentre nel Medioevo era temuto anche per la sua aggressività verso gli uomini. Trasferito sul piano simbolico l’immagine nemica del lupo si estendeva dai corpi all’anima in quanto rappresentava il diavolo[31].
Catalizzatore di conoscenze scientifiche, credenze popolari, tradizioni esegetiche cristiane, il bestiario di Antonio riguardo al lupo contiene un po’ tutte queste dimensioni. Nel lungo brano della Seconda Domenica dopo Pasqua nel quale stigmatizza i comportamenti vili e la propensione alla facile fuga dei mercenari, a commento del Vangelo di Giovanni[32] appoggiandosi alla Glossa ordinaria, alle Etimologie di Isidoro, ad Aristotele, Plinio, Solino, Antonio presenta il lupo che tende agguati alle pecore, che le assalta alla gola, che si muove con irruenza, senza peraltro poter piegare facilmente la testa per una struttura corporea piuttosto rigida. Mossa dalla fame la fiera può assalire e far danni a comunità umane, ma si ammansisce se sfamata; atterrisce strozzando la voce in gola a chi la vede, ma perde audacia e ferocia se scoperta; timorosa del fuoco, evita le strade frequentate (il lupo solitario)[33].
Con riferimento a Gregorio Magno e alla Glossa interlineare Antonio identifica nel lupo il diavolo e il tiranno e si abbandona a un’esegesi che è peculiarmente sua nell’attacco ai prelati del suo tempo, i quali finiscono col dare al diavolo le anime dei fedeli (le pecore) e col cedere i beni della chiesa al tiranno per non strappare le reti dei loro affari e intrighi temporali e non guastare le complicità con la loro parentela[34].
Come per le altre bestie, la trama sottesa alla descrizione del lupo è intessuta di fili ricavati da fonti bibliche, patristiche, classiche e medievali; i rinvii dotti tuttavia portano alla luce antiche credenze fondanti, ad esempio, una pedagogia della paura per i bambini: il lupo divora di preferenza i piccoli[35]. Sono evocate favole come quella della luna che si riflette nell’acqua del pozzo e che il lupo scambia con una forma di formaggio di cui, calandosi nel pozzo, per consiglio della volpe cerca di impossessarsi[36]. Incastonata tra dotte citazioni, si staglia l’immagine dell’animale con le fauci spalancate ritto sulla cima di un’altura. Scrive Antonio:
Quando ha fame e non trova qualcosa da rubare con facilità si nutre di terra, poi sale su un monte e con le fauci spalancate si riempie di vento le viscere bramose[37].
Il ricorso costante a opere altrui nella descrizione di animali, scontate in un bestiario medievale, non significa però gratuità e occasionalità di scelte. A parte l’attenzione, certo non sorprendente, che Antonio riserva ad animali che, come la colomba, simboleggiano tradizionalmente la mitezza, la semplicità, l’altruismo[38], mi pare che egli manifesti anche una qualche predilezione implicita per bestie che si distinguono per la qualità della vita associata. A proposito delle api trova modo di scagliare una frecciata contro i solitari nullafacenti:
L’ape piccola è più laboriosa… il suo colore è nero… le api ornate appartengono al numero di quelle che non fanno niente: stanno da sole in disparte, cercano la solitudine e non fanno nulla di buono[39].
Osservazioni come queste si inseriscono in un contesto di descrizione ammirata che si manifesta di sermone in sermone per lo spirito di corpo di quegli insetti, per la capacità di difendersi collettivamente da estranei, di ripartire funzionalmente il lavoro, di essere solidali con la regina (il re) sino a morire con lei, di lavorare e vivere del proprio lavoro, di concentrarsi su un obiettivo: tutti spunti che portano a riflettere sui doveri del penitente e a condannare la curiosità dispersiva e inconcludente:
O curioso che ti affanni e allarghi la tua attività in tante direzioni, va’, non dico dalla formica, ma dall’ape e impara la saggezza… Dal suo esempio impara a non dare ascolto ai vari fiori di parole, ai vari libercoli; e non lasciare un fiore per passare ad un altro come fanno gli schizzinosi che sempre sfogliano i libri, criticando le prediche, soppesano le parole ma non arrivano mai alla vera scienza; tu invece raccogli da un libro ciò che ti serve e collocalo nell’alveare della tua memoria[40].
È così che l’animale, specie quando rivela comportamenti solidali e ordinata organizzazione sociale, è in grado di dare insegnamenti all’uomo e di rappresentare un esempio. Molto pregnante, al riguardo, è un passo sulle gru che Antonio trae dal Polyhistor di Solino:
Siamo dunque misericordiosi imitando le gru, delle quali si dice che, quando vogliono arrivare ad un dato luogo, volano altissime, come per meglio individuare, da un osservatorio più alto, il territorio da raggiungere. Quella che conosce il percorso precede lo stormo, ne scuote la fiacchezza del volo, lo incita con la voce; e se la prima perde la voce o diventa rauca, subito ne subentra un’altra. Tutte si prendono cura di quelle stanche, in modo che se qualcuna viene meno, tutte si uniscono, sostengono quelle stanche, finché con il riposo recuperano le forze. E anche quando sono in terra, la loro cura non diminuisce, si ripartiscono i turni di guardia in modo che una ogni dieci sia sempre sveglia. Quelle sveglie, stringono fra le zampe dei piccoli pesi che, quando eventualmente cadono a terra, le avvertono che stanno per addormentarsi. Uno strido dà l’allarme se c’è un pericolo da evitare. Le gru fuggono di fronte ai pipistrelli[41].
«Siamo dunque misericordiosi, imitando le gru». L’invito è rivolto ai predicatori e diventa occasione di meditazione sui doveri dei predicatori.
Siamo dunque misericordiosi come le gru: posti in un più alto osservatorio della vita, preoccupiamoci per noi e per gli altri; facciamo da guida a chi non conosce la strada con la voce della predicazione; stimoliamo i pigri e gli indolenti, diamo il cambio nella fatica, perché, senza alternare la fatica al riposo non si resiste a lungo; carichiamoci sulle spalle i deboli e gli infermi perché non vengano meno lungo la via; siamo vigilanti nell’orazione e nella contemplazione del Signore; teniamo strettamente tra le dita la povertà del Signore, la sua umiltà e l’amarezza della sua passione; e se qualcosa di immondo tentasse di insinuarsi in noi, subito gridiamo aiuto e soprattutto fuggiamo i pipistrelli, vale a dire la cieca vanità del mondo[42].
Voce della predicazione! In realtà tutto è predicazione in Antonio e annuncio della parola di Dio. Per conquistare anime, come egli stesso dichiara nel Prologo dei Sermoni, non esita a far ricorso a descrizioni di elementi naturali e di animali, e a etimologie di nomi interpretati in senso morale con nessun altro fine se non quello di «evitare che la parola di Dio avesse a suscitare noia o disprezzo a danno delle anime» di lettori e uditori[43].
E vide bene Umberto da Romans, un illustre frate domenicano contemporaneo di Antonio, che scrisse:
Dio riversò la propria sapienza su tutte le sue opere e per questo sant’Antonio disse che le creature sono un libro e da questo libro coloro che lo sanno leggere bene ricavano abbondante materia molto utile alla predicazione[44].
Invero, come osserva Francesco Zambon a conclusione di un bell’articolo sulla simbologia animale nei Sermones antoniani, il numero impressionante di similitudini e proprietà naturali, desunte a partire dalla Bibbia, che si incontra nella monumentale opera del santo, si spiega con il suo sforzo di decifrare i caratteri divini impressi nel liber naturae, di metterli a servizio dell’azione apostolica, di ricondurre tutte le creature (uomini e animali) e la natura stessa alla lode di Dio[45]. In questo c’è una profonda coerenza con i testi agiografici relativi ad Antonio in particolare negli episodi che si riferiscono al suo rapporto con gli animali.
4. La predica ai pesci, che compare tardi fra i miracoli del santo (nella cosiddetta Legenda Rigaldina dal nome del suo autore Giovanni Rigaldi, risalente all’anno 1300 circa) è un invito agli esseri bruti al rendimento di grazie al Creatore. Poiché gli eretici di Padova (Rimini nelle successive leggende) disprezzavano e deridevano le prediche di Antonio, egli se ne andò presso un corso d’acqua e prese a predicare ai pesci: come il Signore li aveva creati, come aveva loro assegnato la purezza delle acque, come aveva loro concesso grande libertà e come li nutriva senza che dovessero lavorare. I pesci erano rimasti a sentire attenti, facendo movimenti di approvazione con il corpo e allontanandosi solo dopo aver ricevuto la benedizione[46].
La mula (per altri agiografi il cavallo) che si inginocchia «ad Deum adorandum» (così nella più antica testimonianza contenuta nella leggenda detta «Benignitas» databile attorno al 1280) è la bestia che riconosce il suo Creatore e a lui si assoggetta, finendo con l’indurre l’incredulo eretico che aveva sfidato Antonio a dimostrare che nell’eucaristia c’è il vero corpo di Cristo, a convertirsi[47].
Entrambi i miracoli si collocano in un ambito di azione apostolica e di predicazione. Dei due modi con i quali sin dall’alto Medioevo si rivela nei testi agiografici il ruolo degli animali (in relazione all’attività ascetica, pastorale, taumaturgica, missionaria del santo, oppure come semplice presenza inevitabile per chiunque doveva nutrirsi, vestirsi, lavorare, viaggiare)[48] prevale il primo.
Se nei Sermoni di Antonio il riferimento agli animali e alla natura era una via per rendere più comprensibile e gradito a lettori e uditori l’insegnamento del verbum Dei, nell’agiografia antoniana le bestie sono protagoniste e testimoni di eventi meravigliosi che, per intervento divino, danno forza e sostegno alla predicazione e all’azione evangelizzatrice del santo. Gli animali rendono testimonianza e lode al loro Creatore e ne manifestano la potenza. La conversione degli eretici viene raggiunta con la parola e con il miracolo[49]. Nell’episodio della mula che s’inginocchia assistiamo a un vero e proprio giudizio di Dio: la disputa del santo con l’eretico sul sacramento dell’eucaristia si conclude vittoriosamente per Antonio solo dopo che, con un miracolo, per grazia divina la mula affamata rifiutando il fieno che le veniva offerto si piega al passaggio delle specie eucaristiche trasportate processionalmente dal santo[50].
Il prodigio sembra riproporre gli schemi di un’agiografia antica, rivisitata e rilanciata in ambito francescano, in risposta ad aspettative della chiesa del secondo Duecento e a esigenze e orientamenti dell’Ordine dei Frati Minori. Il miracolo della mula che s’inginocchia per adorare il Signore è uno fra i miracoli propagandati nella seconda metà del XIII secolo in un periodo decisivo per lo sviluppo del culto eucaristico[51]. Ma nello stesso tempo è una dichiarazione di fede eucaristica in linea con la centralità che tale fede ha nell’esperienza dello stesso Francesco, che nel Testamento aveva affermato con forza di voler temere, amare e onorare come suoi signori i sacerdoti e di fare questo perché nel mondo non poteva vedere corporalmente altro dell’Altissimo Figlio di Dio «se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi solo amministrano agli altri»[52].
La predica ai pesci di Antonio, infine, sin dal primo apparire tra i prodigi operati dal santo, è messa in parallelo con la predica agli uccelli di Francesco. Scrive Giovanni Rigaldi:
Colui che aveva reso attenti gli uccelli alla predicazione del santissimo padre Francesco, riunì i pesci e li rese attenti alla predicazione del figlio di lui, Antonio[53].
Predica e miracolo coincidono: creature di Dio, bestie e uomini, sono invitati a riconoscere e a lodare il loro Creatore. In questo sta il senso del rapporto di Antonio e di Francesco con gli animali. I pesci e la mula che obbediscono ad Antonio sono tra quelle creature «quae sub caelo sunt», le quali, secondo le Ammonizioni di Francesco «secundum se serviunt, cognoscunt e obediunt Creatori suo melius quam tu» («secondo se stesse servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore, meglio di te [o uomo])»[54].

Publié dans:SANTI E ANIMALI |on 5 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

SERGIO MICHILINI 1982-85, SAN FRANCESCO RICOSTRUISCE LA CHIESA DI DIO, TRITTICO MURALE … (nel link al sito potete vedere l’immagine ingrandita, praticamente a tutto schermo)

SERGIO MICHILINI 1982-85, SAN FRANCESCO RICOSTRUISCE LA CHIESA DI DIO, TRITTICO MURALE ... (nel link al sito potete vedere l'immagine ingrandita, praticamente a tutto schermo) dans MURALES 1982-1985-1o-TRITTICO-DI-SAN-FRANCESCOChiesa-del-Barrio-Riguero-Managua
Sergio Michilini 1982-85, SAN FRANCESCO RICOSTRUISCE LA CHIESA DI DIO,
Trittico murale nella Chiesa Santa Maria degli Angeli, Managua, Nicaragua,
Patrimonio Culturale Nazionale -

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Publié dans:MURALES, SAN FRANCESCO D'ASSISI |on 3 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

Angelo custode

Angelo custode dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=24750&pic=24750AF.JPG&dispsize=Original&start=0

Publié dans:immagini sacre |on 2 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

GIOVANNI XXIII – (1961, un pensiero agli angeli custodi)

https://w2.vatican.va/content/john-xxiii/it/audiences/documents/hf_j-xxiii_aud_19610809.html

GIOVANNI XXIII – (1961, un pensiero agli angeli custodi)

UDIENZA GENERALE

Piazzale della Villa Pontificia di Castel Gandolfo, Mercoledì, 9 agosto 1961

Diletti figli!

Questi incontri di vita pastorale, che si succedono a Roma e qui nella residenza estiva di Castello, tra il Papa e i Suoi figli spirituali innumerevoli, riescono motivo di profonda gioia e commozione. E lo sono anche nell’ora del mezzodì delle domeniche e feste, al tocco dell’Angelus Domini nuntiavit Mariae, et concepit de Spiritu Sancto. Questi proseguono nella evocazione del dialogo tra il Messaggero celeste e la dolce Madre di Gesù e Madre nostra, che riassume il più alto mistero della vita e della storia — dialogo a cui fa seguito la invocazione soavissima : Sancta Maria, Mater Dei, ora pro no bis — che infonde nel cuore una tenerezza, una esaltazione che è già quasi pregustamento di paradiso.
In verità ben di terra noi siamo fatti, figlioli dell’uomo, ma tutti anelanti al cielo.
La vita nostra è un pellegrinaggio, che ci trasporta da un punto all’altro del globo terracqueo. Il termine del nostro viaggiare splende dall’alto, ed è il paradiso per cui siamo stati creati; e gli anni nostri, gli anni di ciascuno, si rincorrono sulle varie strade che solcano il mondo abitato.
Vivere è muoversi, è incontrarsi : è prendere tutti insieme coraggio verso ciò che è giocondità e prosperità di quaggiù.
Purtroppo questo incontrarsi non è sempre né serenità, né letizia; non è solo incontro piacevole, ma sovente è scontro terribile e funesto.
Non è forse vero che giammai fu raggiunta come in questi tempi nostri tale perfezione di mezzi efficaci e spediti al proseguimento di questo viaggiare sulle vie della terra, del mare e dei cieli? Ma è anche altrettanto frequente e doloroso il dover constatare che il dramma del viaggiare termina in tragedia di morte e di pianto.
Stanno infatti innanzi a Noi le statistiche impressionanti dei morti e dei feriti per incidenti della strada, così da quasi raggiungere numericamente i disastri delle guerre del tempo passato.
Gli sviluppi della scienza e della tecnica pongono perciò l’umanità innanzi ad un problema inaspettato, che si aggiunge al grande e tremendo problema delle odierne inquietudini umane, la cui soluzione appare incerta e minacciosa.
Chi è depositario della dottrina celeste, che il Cristo insegnò agli uomini, si allieta di ogni progresso raggiunto dalla scienza e dalla tecnica. Ma nello stesso tempo non si lascia sorprendere, né turbare da fosforescenze che nascondono minacce ed inganni. Il senso delle sue responsabilità gli fa dire e proclamare che i doveri della vita si aggravano nella misura che l’uomo raggiunge nuova capacità e nuova potenza di fare e di osare.
La predicazione di Gesù benedetto fu tutta insieme una dottrina della vita, corrispondente ad una altissima e preziosissima concezione. Ciò che tocca l’uomo nell’ordine naturale e soprannaturale, nella sua vita spirituale e corporea, — anima e costituzione fisica; intelletto, volontà, sensibilità — secondo la dottrina di Cristo, tutto è sacro e merita rispetto.
Il cristianesimo nel suo complesso dottrinale e nel suo affiato missionario vuol essere un andare presso tutti i popoli, in ogni casa, accanto a ciascun uomo, per ripetere quelle arcane parole che sono universale invito a servirsi anche della vita del corpo e della sua conservazione, di quelle energie ad un tempo spirituali e corporee, che assicurano il retto godimento dell’ora presente e dei beni eterni.
Diletti figli. Noi ci comprendiamo. In ordine all’uso ed all’abuso dei diritti della strada c’è dunque un mistero di vita e di morte, che impegna le responsabilità di ogni uomo : responsabilità da cui nessuno può sottrarsi.
Giustamente le leggi civili della umana convivenza fanno sostegno alla grande legge del « Non occides » : non ammazzare, che splende nel Decalogo di tutti i tempi, ed è per tutti precetto sacro del Signore.
Ebbene, diletti figli, permetteteCi ora che al richiamo dei doveri di coscienza circa i pericoli della strada, Noi indichiamo, secondo la dottrina della Chiesa, una protezione celeste sicura e preziosissima, che rappresenta uno dei punti splendenti dell’insegnamento cristiano : cioè l’intervento delle schiere angeliche, create da Dio a suo servizio, e inviate dalla Santissima Trinità a protezione della Santa Chiesa, dei suoi figliuoli, del mondo intero.
Questa protezione è nella pratica della buona vita cristiana una devozione che occupa nello spirito di chi la sa ben penetrare un posto di speciale onore ed è motivo di soavità e di tenerezza.
Lasciate che la Nostra voce, levatasi a monito paterno ed accorato per il rispetto della vita umana, di ogni vita, della propria e dell’altrui, ritrovi qui verso il termine del Nostro semplice conversare le prime note del linguaggio angelico, che godiamo ripetere in più commossi accenti, come quello dell’Angelus Domini nutiavit Mariae.
Il richiamo degli spiriti elettissimi, che la sollecita cura del Padre celeste pose e pone accanto a ciascuno dei suoi figli, infonde letizia e coraggio.
Gli Angeli del Signore scrutano infatti il nostro intimo e vorrebbero farlo degno delle divine compiacenze!
Ad essi fu affidato anche il compito di guidare i nostri passi. E questo pensiero come non potrebbe suscitare una giusta emozione dinanzi allo spettacolo pressoché quotidiano del sangue che bagna le nostre strade e grida al cielo pietà per tante vite umane preziose, di giovani vite promettentissime, stroncate inutilmente ed inconsultamente?
Per questo, il sentimento di viva carità paterna Ci ha suggerito di dare speciale risonanza alla invocazione dei Santi Angeli Custodi. La loro presenza penetra ed avvolge tutta la storia dei secoli : accanto ai progenitori nostri, e poi ai condottieri del popolo eletto, ai suoi re e profeti, fino allo stesso Gesù ed agli Apostoli suoi.
L’appello supplichevole all’intervento degli Angeli, dati a custodia della nostra infanzia e del peregrinare — in ogni età e circostanza del vivere e del nostro operare — non credete, diletti figli, che riuscirà a toccare chi è preso dall’incantesimo fallace e inebriante della velocità, così da imporre finalmente l’assoluto ed universale rispetto delle leggi che regolano il traffico?
La penetrazione dolce e accorata — lo ripetiamo — della pietà verso gli Angeli vuol essere propizia sulle menti, sulle volontà e sulle forze stesse della tecnica che una mal intesa emulazione e ricerca di primati può volgere a rovina.
Per questo, il desiderio Nostro è che si aumenti la devozione all’Angelo Custode. Ciascuno ha il suo; e ciascuno può conversare con gli Angeli dei suoi simili.
In questa luce di cielo, che si riflette familiare e benefica su ogni passo della vita quotidiana, acquista particolare rilievo di alta benemerenza l’intrapresa del Ministero Italiano dei Lavori Pubblici, che mira a dare una coscienza più vigile a tutti i cittadini, anche per mezzo di una informazione che raggiunga gli strati più ampi della popolazione.
L’intima cerimonia di questa mattina all’inizio del Nostro convegno è il coronamento di tale sollecitudine, che fa onore a chi l’ha voluta e portata ad effetto, ed ha voluto essere, da parte Nostra, amabile ed aperto incoraggiamento.
La benedizione data poco fa alle vetture Cinemobili ha invocato appunto la grazia di Dio Onnipotente — senza la quale nulla può prosperare —, sui congiunti sforzi e sulla buona volontà di autorità e di cittadini, e sull’impegno di reciproco rispetto. E perchè il rito di stamane avesse carattere più ampio, abbiamo gradito come ministranti una rappresentanza dei diletti alunni del Collegio Urbano di Propaganda Fide, la cui presenza è sempre un richiamo di universalità.
Andate dunque, diletti figli, andate per tutta Italia e compite la vostra missione. E come in alcune nazioni siete stati preceduti nel buon servizio, così in altre possiate venire imitati.
Oh! risentite le toccanti parole, risonate prima nella antica lingua liturgica della Chiesa di Roma; accoglietele e meditatele nel cuor vostro :
« Signore Iddio onnipotente… effondete la vostra benedizione sopra questi cinemobili destinati a far conoscere il codice della strada. In virtù delle sue norme, i vostri servi che percorrono le vie a piedi, ovvero con automezzi, apprendano la prudenza, la vigilanza, il santo dimore di Voi, e siano così in grado di provvedere con ogni sicurezza alla propria ed all’altrui incolumità.
Allontanate, o Signore, ogni danno che possa pervenire agli uomini dalle difficoltà del viaggio, dalla stanchezza del corpo, dalla velocità inconsiderata… E come vi degnaste, o Signore,, di assegnare al figliuolo di Tobia l’Arcangelo Raffaele quale compagno di viaggio, così liberate i vostri figli da ogni pericolo dell’anima e del corpo, affinché camminando rettamente alla vostra presenza per le vie del mondo, meritino di raggiungere il porto della eterna salvezza. Per Cristo Signor nostro. Amen, amen ».

Publié dans:ANGELI CUSTODI, PAPA GIOVANNI XXIII |on 2 octobre, 2015 |Pas de commentaires »
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