LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO (2001)

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LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO (2001)

Fondazione Migrantes – Servizio Migranti 1/01

di Luigi Petris

« Noi camminiamo per mezzo della fede, non ancora per mezzo della visione » (2Cor 5,7). Le parole di Paolo caratterizzano la condizione del cristiano nella storia. è nel fragile vaso di argilla del nostro corpo che noi conserviamo il tesoro prezioso del mistero di Cristo (cf. 2Cor 4,7). è in comunità formate da persone semplici, povere, che non si impongono, a volte superficiali, spesso deboli, sempre peccatrici, che noi viviamo la realtà della Chiesa come corpo di Cristo (cf. 1Cor 1,26; 12,12ss.). è nell´opacità del tempo feriale che noi diamo continuità a quella fede che nel giorno festivo trova il suo apice celebrativo. Il Nuovo Testamento insegna al cristiano che la presenza di Dio, rivelata definitivamente nel volto del Cristo crocifisso e risorto, deve essere ormai cercata nel quotidiano, perfino nel « non-divino » (come non-divina è la croce innalzata da uomini peccatori), non nel taumaturgico o nel sensazionale o nel prodigioso o nel miracolistico. Questa è anche la lezione del racconto evangelico delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13)! Tutti questi pensieri sorgono spontanei a chi non ha avuto la fortuna e la gioia di essere coinvolto nei grandi raduni giubilari che purtroppo i media hanno divulgato come sinonimo del successo del Giubileo.Ma noi sappiamo che lo stesso dinamismo della rivelazione mostra che i grandi interventi salvifici di Dio non possono essere isolati dal suo agire quotidiano, non appariscente, non memorabile, e quindi dalla quotidiana obbedienza, dalla quotidiana fedeltà, dal quotidiano faticoso cammino, dal quotidiano difficile discernimento della presenza agente di Dio nella vita e nella storia. Alla straordinarietà della liberazione dall´Egitto e del passaggio del mare, segue un lunghissimo periodo di quarant´anni di peregrinazione nel deserto prima di entrare nella terra promessa: eppure senza quel periodo – in cui l´evidenza della fame, della sete, della paura, della fatica, sembra offuscare il prodigio della liberazione – la stessa liberazione non sarebbe realtà. Scrive giustamente Claus Westermann: « L´Antico Testamento non racconta solo una serie di eventi costituiti dai grandi atti di Dio. Tra di essi vi sono degli intervalli in cui Dio opera silenziosamente e inavvertibilmente, fa crescere e prosperare, fa sì che i bambini nascano e crescano, dà successo al lavoro … »1. è in questo quotidiano che il credente è chiamato a riconoscere l´azione benedicente di Dio e a dare continuità a quella fede che i grandi interventi salvifici di Dio nutrono, sostengono, illuminano, divenendo preziosi punti di riferimento per il proprio cammino. Anche la vita di Gesù ci presenta questa dimensione: lunghi anni di silenzio e di quotidianità taciuta dagli evangeli, sfociano nella parabola, tanto intensa quanto breve – sempre secondo gli evangeli – del suo ministero pubblico. Non è diversamente per i discepoli: essi sono perfino gratificati dalla straordinaria visione dello splendore della luce divina che rifulge sul volto di Cristo al momento della Trasfigurazione, ma Gesù stesso rimprovera Pietro che vorrebbe eternare quel momento di gloria (« Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia », Lc 9,33): no, occorre scendere dal monte, riprendere il cammino verso Gerusalemme, unirsi agli altri discepoli, ritrovare le folle, rientrare nella quotidianità. Il rischio è che coloro che hanno contemplato il volto glorioso di Cristo nella Trasfigurazione, non sappiano poi sostenere, come effettivamente avverrà, la visione del suo volto sfigurato nell´agonia e nella crocifissione. Perciò, dice Gesù: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc 9,23). Ormai « ogni giorno » è l´ »oggi » della salvezza.Questa dialettica fra straordinario e ordinario la possiamo riferire anche al Giubileo da poco concluso e ai suoi momenti più luminosi. La verità di ciò che si è vissuto di autentico sul piano spirituale dovrà essere mostrata dalla quotidianità della vita di fede nelle chiese locali, dalla carità vissuta con chi quotidianamente ci è accanto, dalla speranza che sgorga non dall´eccezionale, ma dall´ordinario. Si impongono qui alcune sottolineature sulle sfide che la fede deve affrontare per essere in grado di sostenere il cammino della Chiesa nei prossimi tempi.Un rinnovato sforzo di ascolto, tanto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, quanto dell´altro uomo, l´altro che incontriamo, soprattutto lo straniero, il clandestino, lo zingaro, l´appartenente ad altre culture e religioni. Una Chiesa che voglia camminare con gli uomini, accanto e insieme ad essi, è una Chiesa che ha imparato dal suo Signore « a vivere in questo mondo » (Tt 2,12) discernendo certamente gli idoli, senza cadere nei compromessi e nella connivenza con il male, ma anche senza fuggire la storia e i suoi movimenti, sempre portatori di una parola del Signore. Questo ascolto profondo, che è anche accoglienza e simpatia, è il primo passo di un dialogo con l´altro che è imprescindibile.Una valorizzazione del quotidiano come il luogo teologico per eccellenza: è infatti nella quotidiana fedeltà di uomini e donne all´onestà, alla dedizione, alla giustizia, all´accoglienza, che prendono forma e sussistenza questi stessi valori. Valorizzare il quotidiano significa pertanto ricordare che la fede è essenzialmente perseveranza, capacità di resistere alla prova della durata, di dare continuità ad una scelta. Per questo è urgente che le comunità cristiane si interroghino seriamente sul tempo e sul modo in cui i cristiani vivono il tempo. E questo uscendo, da un lato, da quel tempo certamente intenso, ma potenzialmente illusorio, dell´esperienza straordinaria, dall´altro, dalla retorica e dalle affermazioni irrimediabilmente astratte (tra cui oggi primeggia quella inerente « il terzo millennio ») per entrare invece nel concreto del vissuto quotidiano: cioè, là dove « non si ha tempo », là dove i ritmi stressanti della vita lavorativa avviliscono la qualità delle relazioni, anzitutto quelle familiari, là dove la velocizzazione strappa gli uomini alla loro interiorità, al pensare e al riflettere… Come vivere la fede, la cui struttura è essenzialmente temporale, in un simile contesto? E come pregare? E come attivare la memoria? E come nutrire motivi di speranza nel futuro?Una radicale semplificazione della spiritualità cristiana: di fronte alle spiritualità neognostiche postmoderne e al proliferare delle stesse spiritualità cristiane, occorre riscoprire la fondamentale semplicità della vita secondo lo Spirito Santo che si condensa nel vivere le esigenze del battesimo. Questa vita spirituale è davvero una « spiritualità del quotidiano », nel senso che ricorda al cristiano le esigenze ineliminabili della fede e che è vivibile veramente da tutti (uomini e donne, colti e semplici, giovani e anziani) e sempre, ogni giorno.Riscoprire l´esperienza ecclesiale come esperienza di fraternità. Di fronte al rischio di una Chiesa sempre più burocratica e manageriale, occorre ridare fiato all´ekklesía come fraternità, come luogo di dialogo per ogni credente, come spazio di libertà e non di paura, come evento di comunione che si concretizza nella condivisione di beni materiali, ma anche delle esperienze di fede. Quelle esperienze di fraternità che rischiano di essere perfino stordenti o fusionali nei mega-raduni dei giovani, è bene che trovino equilibrio nella creazione di legami quotidiani, meno appariscenti ed entusiasmanti ma certamente più reali, nelle concrete comunità ecclesiali locali. Solo una valorizzazione della Chiesa locale come comunità e comunione potrà essere un degno frutto del Giubileo.Assumere l´umiltà come virtù non solo individuale ma anche comunitaria. La straordinaria liturgia del perdono celebrata da Giovanni Paolo II, è stata certamente uno dei momenti più alti e significativi del Giubileo. Questo pubblico riconoscimento di colpe e la richiesta del perdono a Dio, saranno fecondi se riusciranno a incidere nel cuore dei credenti l´umiltà e la coscienza di piccolezza e di peccato con cui sempre il vero credente e la comunità dei cristiani si coglie davanti a Dio e si presenta agli uomini. »Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto » (Mt 25,21.23). Queste parole del Signore affermano l´eminente dignità, addirittura la valenza escatologica, della « fedeltà nel poco ». Dove questo « poco » fa risaltare la fedeltà: è essa che rende straordinario anche il poco, anche l´ordinario, anche il quotidiano. Questo poco nella vita è anche – se non soprattutto – la stima e l´amore per l´emarginato, per l´irregolare, per lo zingaro, per lo sfruttato, tutte quelle persone che il Giubileo intendeva liberare dai giudizi emarginanti della storia e della nostra società. Perché è nel poco che il cristiano manifesta la propria interiorità e la propria autenticità, lungi dalla tentazione di apparire, vive di ciò che è, non di stimoli esteriori. In questo caso, è il poco che dà valore al molto. è la fedeltà nel « poco » che dichiara l´autenticità di ciò che è stato vissuto come « molto ». »In un certo senso nulla è come prima », ha affermato il Papa (11.1.2001) rivolgendosi ai rappresentanti degli organismi protagonisti dell´evento giubilare. C´è da augurarsi che tutti leggano questo messaggio come un richiamo ad un nuovo stile di vita che nella sua fedeltà ai valori dell´incarnazione, che il Giubileo ci ha affidato, vuole riportare nella quotidianità un giudizio sull´uomo, su ogni uomo, e su tutto il creato, come sono nel piano di Dio.

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