Archive pour septembre, 2015

SHABBAT – LA SPOSA, LA PRINCIPESSA, LA REGINA

http://universitarianweb.com/2014/08/18/shabbat-la-sposa-la-principessa-la-regina/

SHABBAT – LA SPOSA, LA PRINCIPESSA, LA REGINA

È venerdì: tutte le case ebraiche profumano di cibi appetitosi, le stanze disordinate diventano sistemate e pulite, i membri della famiglia, nel corso della giornata, si danno il cambio nella doccia, diventando anch’essi puliti e profumati. C’è una tensione nell’aria, una tensione dovuta al tempo: bisogna fare tutto prima che inizi lo shabbat, il sabato ebraico. A una certa ora, corrispondente a quella del tramonto, le donne della famiglia accendono insieme le candele: è iniziato lo shabbat. Da questo momento in poi non si potranno fare una serie di cose, accomunate dal loro collegamento con l’idea di lavoro: non si può accendere o spengere la luce, suonare il campanello, utilizzare strumenti elettronici (cellulare, computer etc.), scrivere, strappare (che si tratti di un foglio o di un fiore), usare mezzi di trasporto (dalla bicicletta all’aereo), trasportare oggetti in un luogo aperto, senza limiti spaziali materiali, accendere il fuoco, cucinare etc.
Di sabato ci si riposa – si legge, si dorme, si studia la Torà, si fanno cose tranquillizzanti e piacevoli, staccandosi, per venticinque ore, dal caos, dal trambusto e la monotonia di tutti i giorni.
Il primo riferimento allo shabbat si trova nel primo capitolo della Genesi: “Dio vide che tutto quello che aveva fatto era molto buono. Fu sera e fu mattino, il sesto giorno. Il cielo e la terra e tutto il loro esercito erano ormai completi. Nel settimo giorno Dio aveva completato tutta la Sua opera che aveva fatto, così nel settimo giorno cessò da tutta la Sua opera che aveva compiuto. Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, poiché in esso aveva cessato da tutta la Sua opera che Egli stesso aveva creato per poi elaborarla” (Genesi 1, 31-2, 1-3). L’idea del sabato come giorno sacro è perciò collegata alla creazione del mondo, al patto tra l’uomo e la divinità, ed è quindi un’idea positiva – ecco che troviamo la positività della vita, illuminata dal lume delle candele del venerdì, pulita, profumata, pura.
Dopo aver acceso le candele si scende in sinagoga, dove si recita la preghiera del venerdì sera, in cui in una delle parti più importanti si dice: “Vieni, o mio caro, incontro alla sposa, accogliamo il sabato*. Incontro al sabato su, andiamo, perché essa è la fonte di benedizione; dall’inizio, dalle origini essa è stata eletta, fu alla fine dell’azione, ma nel pensiero ne era il principio, vieni o mio caro accogliamo il sabato, Vieni in pace o corona del tuo sposo, con allegria, con canto e con giubilo, in mezzo ai fedeli del popolo tesoro vieni, o sposa, vieni, o sposa”. Si torna a casa, dove si trovano le candele accese ed il tavolo già apparecchiato; si canta una melodia in onore degli angeli che, secondo un midrash antico, ci accompagnano il venerdì sera dalla sinagoga alla nostra casa; il padre dà poi una benedizione ai figli, con le stesse parole usate da Giacobbe quando benedice nella Bibbia i figli di Giuseppe, Menasé ed Efraim. Dopodiché si recita la benedizione del sabato, dopo la quale si beve il vino, seguita da una benedizione sul pane e da una cena. Tra un piatto e l’altro, o prima della preghiera della fine del pasto, si cantano poesie in onore del sabato.
Il sabato mattina si va in sinagoga, dove si legge il brano biblico della settimana (chiamato parashà), secondo la divisione del Pentateuco in 52-54 brani, e un capitolo di uno dei profeti. Segue una preghiera per lo shabbat, dopo la quale c’è un rinfresco in sede separata dalla sinagoga, e un pranzo abbondante a casa. Verso la fine del sabato, prima del tramonto, si recita in sinagoga la preghiera quotidiana del pomeriggio e della sera, e lo shabbat si conclude quando ci sono tre stelle nel cielo – si recita allora una benedizione sulla divisione tra i giorni lavorativi della settimana ed il sabato.
Ma qual è il significato di tutto questo? Quello più importante, ed anche il primo proposto dal testo biblico, è il significato del segno, il “segno della struttura della stessa creazione”: possiamo, infatti, trovare nel sabato un obiettivo verso il quale dirigerci, un qualche cosa che dà una direzione al resto della settimana, un giorno in cui si smette di fare, di agire, di creare, dando maggiore importanza invece alla riflessione, alla consapevolezza di ciò che ci circonda, come se, fermandosi, ci si potesse trovare in una dimensione differente, forse più reale, dalla quale contemplare il mondo, essere in armonia, osservare – “E Dio vide tutto quello che ha fatto e fu molto buono”.
Abraham Joshua Heschel, ne Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, parla dello shabbat come un giorno in cui si può celebrare il tempo piuttosto che lo spazio; dopo sei giorni in cui viviamo sotto la tirannia delle cose nello spazio, di sabato osserviamo ciò che è eterno e sacro nel tempo, guardiamo il mistero della creazione piuttosto che il risultato della creazione.
Lo shabbat ci ricorda, perciò, il valore del tempo, dell’esistenza del mondo all’interno di un tempo determinato. Esso può anche essere collegato all’esistenza di un santuario: l’idea di un Dio che risiede nel tempio, e perciò in una dimensione fisico-spaziale, tramite i sacrifici offerti dal popolo e la presenza in esso anche del popolo, e allo stesso tempo nel giorno del sabato, tramite il richiamo del popolo con il riposo.
“L’uomo costruisce il sabato, dedicato al signore, attraverso l’uso delle sue energie dedicate tutte all’interiorità, al tempio interno presente nella sua mente e la sua anima, ed invita il Signore a trovare dimora dentro di lui. Il sabato diventa la più grande dimora che l’uomo stesso ha potuto edificare per chiamare la presenza divina in questo mondo”. (Joseph Levi, La celebrazione del sabato nella tradizione ebraica)
L’interruzione del lavoro, il fermarsi e trovarsi in una dimensione diversa, porta l’uomo a guardare più profondamente dentro di sé e cambiare, per venticinque ore, punto di vista rispetto al mondo – “There is a realm of time where the goal is not to have but to be, not to own but to give, not to control but to share, not to subdue but to be in accord. Life goes wrong when the control of space, the acquisition of things of space, becomes our sole concern.” (Heschel, Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno)
Concludo con Heine, che scrisse una poesia sul cantore della sinagoga, un “peloso orrendo mostro” che il venerdì sera diventa un Re-uomo, trascinato da shabbat, dalla Principessa shabbat, che elogia:

“Perla e fiore di bellezza
ella appare, né più bella
fu di Saba la Sovrana,
prediletta a Salomone,
quell’etiope saccente
che, per far la spiritosa,
con i suoi sottili enigmi
annoiava a lungo andare.
Questa nostra Principessa
ch’è la personificata
pace, aborre da contrasti
dello spirito o contese.
Le dà noia la sonora
e retorica passione
che prorompe scalpitando
con la chioma scarmigliata.
Le sue trecce ne la cuffia
tien pudica la Silente;
mite sguardo di gazzella,
snella come un mirto in fiore”.

(H. Heine, La principessa Shabbat)

Tamar Levi

* Shabbat è un sostantivo femminile

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guarigione del cieco nato

guarigione del cieco nato dans immagini sacre olio_09

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Publié dans:immagini sacre |on 4 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL DONO DELLA PIETÀ – di ENZO BIANCHI

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IL DONO DELLA PIETÀ

FRATELLI TRA GLI UOMINI

di ENZO BIANCHI

Quando il libro del profeta Isaia, scritto in lingua ebraica, fu tradotto in greco qualche secolo prima di Gesù, nella lista delle specificazioni riguardanti lo Spirito di Dio presente sul Messia (cfr. Isaia 11) fu aggiunta anche la pietà: così i doni dello Spirito Santo diventarono sette. Ma che cos’è la pietà? La risposta non è facile perché il termine ha uno spettro vastissimo di significati anche nella tradizione culturale greco-pagana.
Nella tradizione cristiana la pietà è innanzitutto un atteggiamento profondo e totale: non riguarda qualche aspetto del credente, ma investe tutta la sua volontà, la sua azione, i suoi sentimenti. È un dono dello Spirito a fondamento dell’intera vita spirituale perché costituisce il clima, lo spazio vitale in cui gli altri doni possono crescere ed essere fecondi. Pietà infatti è una sensibilità del cuore del credente, è manifestazione del «cuore di carne» profetizzato da Ezechiele (Ez 36,24-29), del cuore nuovo che Dio stesso sostituisce al cuore di pietra. Sì, pietà e sensibilità di ascolto. «Un cuore ascoltante»è l’espressione biblica che indica quel cuore che Dio solo può dare e che consente di ascoltare la sua parola, di accoglierla e custodirla affinché divenga impulso, slancio per il comportamento, l’azione. «Delicatezza di coscienza» potrebbe essere l’altro nome di questa sensibilità: il cuore abitato dallo Spirito Santo che è il desiderio profondo di Dio insegna a desiderare come Dio desidera, sicché con audacia potremmo dire che il credente, attraverso il dono della pietà, mette il cuore di Dio nel suo cuore.
San Basilio dice che lo Spirito Santo nel cuore del cristiano crea l’intimità divina e così il cristiano sente, ama, desidera come Dio, diventa figlio di Dio e impara a dire con confidenza, libertà e tenerezza: Abba, papà! Sì, nel cuore lo Spirito Santo con forza materna insegna a dire papà, insegna ad ascoltare la voce che gli dice: «Tu sei mio figlio, l’amato» e a rispondere: «Sì, Abba, eccomi!». Convertito, il cuore appare tutto orientato a Dio Padre e in questo slancio d’amore fiorisce la preghiera, il ricordo, il voler stare presso di lui, l’andare verso di lui dietro a Gesù, insieme a Gesù.
Certo, il contrario della pietà è l’empietà, vista come sclerocardia, durezza di cuore, una situazione in cui il credente può cadere, come ha avvertito più volte Gesù, rimproverando addirittura ai Dodici questa patologia: «Ma non capite? Avete il cuore indurito?» (Mc 8,17-21). Cuore indurito o cuore calloso è il cuore che ha perso la sensibilità, che non sente più, non vibra più alla voce di Dio, tenue come una brezza. È il cuore che ha perso slancio, motivazioni, che è diventato cinico, insensibile.
Ma questo sentimento, questo rapportarsi con Dio che risponde al nome di pietà, si riverbera anche sui rapporti tra il cristiano e gli altri uomini, i fratelli. Allora questo dono della pietà significa stare tra gli uomini innanzitutto vivendo la loro compagnia, la solidarietà con loro. Essere sensibili al fratello, portarlo nel cuore, mai sentirsi estranei o migliori degli altri. Potremmo rendere questo aspetto della pietà con «sentire la compagnia degli uomini». C’è un detto apocrifo di Gesù che narra questa sensibilità: «Hai visto tuo fratello, hai visto Dio!». È il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo: chi ama sentirsi figlio di Dio non può non sentirsi fratello amante degli uomini, chi ama autenticamente il Padre ama anche i suoi fratelli, chi vuole il bene e la gioia del Padre, li desidera anche per i fratelli, per l’umanità intera.

GLI OCCHI DEI BAMBINI – G. RAVASI

http://www.parrocchiacolombella.it/rassegnastampa/educazione/5296-gli-occhi-dei-bambini-g-ravasi

GLI OCCHI DEI BAMBINI – G. RAVASI

Guardate un bambino, guardate l’aurora di Dio, guardate gli occhi che vi fissano e vi amano. A un bimbo si può dire tutto. Quando uno di questi graziosi uccellini vi guarda fiducioso e felice, l’anima si risana.

g. ravasiQualche giorno fa, mentre attraversavo i Giardini di via Palestro a Milano, mi sono imbattuto in un bambino che mi è venuto incontro offrendomi un dolce mangiato a metà: i genitori si sono scusati e forse l »avranno poi sgridato perché l’infamia della pedofilia, tra i vari danni provocati, ha anche introdotto il sospetto sistematico nelle relazioni.

Negli occhi m’è rimasto a lungo quel visino «fiducioso e felice», così come lo descrive in modo splendido Dostoevskij nel brano che sopra ho citato e che avevo trovato su un cartoncino d’auguri d’inizio anno. Ciò che mi colpisce nelle parole del grande scrittore russo è legato a due frasi.

La prima è sugli occhi dei bambini «che vi fissano e vi amano»: è quella fiducia primordiale che noi, adulti maliziosi e sospettosi, abbiamo perso. È per questa innocenza nell’affidamento all’altro che Gesù ha scelto proprio i piccoli come simbolo della fede autentica: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli »».

L’altra frase riguarda, invece, «l’anima risanata» dall »incontro con queste piccole creature di Dio. Stare in loro compagnia, stupirci e divertirci con loro ci rende diversi, anzi, ci riporta all »autentica umanità.

Voglio, allora, finire con le parole di un famoso teologo, Hans Urs von Balthasar, che lascio alla vostra meditazione: «Ogni bambino comincia nell’assoluta novità dell’essere, nella stessa assoluta meraviglia, che è l’atto fondamentale della filosofia».

Publié dans:bambini, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 3 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL MAGNIFICAT DI PAUL CLAUDEL

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IL MAGNIFICAT DI PAUL CLAUDEL

Racconto autobiografico della conversione del grande scrittore francese dell’Ottocento, avvenuta in Notre-Dame di Parigi.

Parigi non è insolita alle irruzioni di Cristo: la città della ghigliottina feroce, della laicità disperata e della vita frivola vissuta come una religione mondana, spesso registra conversioni che lasciano con il fiato sospeso: sono le rivincite di Dio, le rivincite dell’amore che non si rassegna mai! Sono le rivincite di Colui che percorre ancora le strade dei bassifondi delle grandi metropoli moderne.
Il 25 Dicembre 1886, soltanto per citare un esempio celebre, Paul Claudel entrò ateo nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi e uscì cantando il Magnificat con la gioia esuberante di un bambino che ha appena ritrovato il babbo e la mamma.
Lui stesso racconta: « Ecco come era il giovane infelice che il 25 Dicembre si recò a Notre-Dame di Parigi per assistere all’Ufficio di Natale. Cominciavo allora a scrivere e mi sembrava che nelle cerimonie cattoliche, considerate con superiore dilettantismo, avrei trovato uno stimolo opportuno e la materia per qualche esercizio decadente. In queste condizioni, urtando a gomitate la folla, assistetti alla Messa solenne con poco piacere. Poi, non avendo nient’altro di meglio da fare, tornai al pomeriggio per i Vespri. I bambini del Coro, vestiti di bianco, e gli alunni del Seminario Minore di Saint-Nicolas-du Chardonnet stavano cantando ciò che più tardi ho saputo essere il Magnificat.

L’evento centrale di tutta una vita
Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla.
Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama.
Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’ »Adeste, fideles » […].
La stessa sera di quel memorabile giorno vissuto a Notre-Dame, dopo essere entrato a casa per vie piovose che mi sembravano del tutto estranee, presi una Bibbia protestante che un’amica tedesca aveva regalato a mia sorella Camilla e, per la prima volta, intesi l’accento della voce così dolce e così inflessibile che non ha più cessato di risuonare nel mio cuore.
Conoscevo la storia di Gesù solo per mezzo di Renan, fidandomi di questo impostore, mentre ignoravo persino che Egli si era detto « Figlio di Dio ». Ogni parola, ogni linea smentiva, con maestosa semplicità, le impudenti affermazioni dell’apostata [Renan] e mi spalancavano gli occhi. È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato? ».
Come sono sincere queste parole! Sostiamo con emozione davanti a tale racconto e traiamo insegnamento per la nostra vita.

Mons. Angelo Comastri

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