Archive pour septembre, 2015

Angels of music

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Publié dans:immagini sacre |on 18 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

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SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.

La vita moderna, società di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessità e dall’abbondanza, fa sentire forse in modo più acuto il bisogno di ritorno all’essenziale, di riduzione della complessità, di semplificazione della vita stessa: nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realtà. Sembra inoltre che di maggior semplicità si senta il bisogno anche quando si leggono le analisi, spesso acute e dettagliate, sui vari aspetti della vita religiosa, oggi, e si ipotizzano proposte per far fronte ai problemi del momento… In fondo, gli istituti religiosi dove le cose funzionano bene si assomigliano un po’ tutti (mentre le situazioni di crisi presentano ciascuna una propria specificità), la vita di consacrazione autentica è in realtà qualcosa di semplice e ciò fa apparire non necessario riproporre ogni volta elaborate sintesi teologiche e approfonditi richiami dottrinali. La stessa vita cristiana, in definitiva, è qualcosa di semplice sia nella sua formulazione che nella traduzione pratica, come sottolinea spesso Benedetto XVI, il quale ci ricorda anche che «il segno di Dio è la semplicità».1

LA PERSONA SEMPLICE
Volendo descrivere la semplicità, si può affermare che essa si riscontra nella persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Semplicità è oblìo di sé, autenticità, distacco, serenità, modestia; suoi opposti sono il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la doppiezza, la complessità. La semplicità è quiete contro inquietudine, leggerezza contro gravità, spontaneità contro riflessione. «La semplicità non è una virtù che si aggiunge all’esistenza. È l’esistenza stessa, in quanto nulla vi si aggiunge. Sicché è la più lieve delle virtù, la più trasparente, e la più rara. È il contrario della letteratura: è la vita senza discorsi e senza menzogne, senza esagerazione, senza magniloquenza. È la vita insignificante, e la vera».2
Parlando di semplicità si affaccia spontaneamente alla mente l’immagine del bambino: egli si presenta come una persona ridotta alla sua espressione più semplice, è la vita senza menzogne o esagerazioni, è libertà e leggerezza, è incuranza, è immediatezza. J. Guitton parla della semplicità – pur non citandola espressamente – quando, in un’immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, così si rivolge a lui: «I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!».3

SEMPLICITÀ E VITA CRISTIANA
Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicità – che è sinonimo di verità, abbandono, umiltà, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicità, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesù: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtù cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carità ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta?
Semplicità e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; ciò spiega perché Gesù raccomanda di essere come i bambini,4 perché il loro è uno stato di abbandono, non sono presi dall’impazienza di crescere e di fare, non sono segnati dalla serietà del vivere. Sono l’immagine più eloquente e convincente di quell’atteggiamento evangelico descritto da Gesù quando dice: “Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…” (Mt 7,26-28).
La semplicità peraltro non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, è frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa. Si può fare qualche esempio.
La semplicità fa sì che la Chiesa, nel suo rapporto con il mondo, preferisca in tutto il vangelo agli artifici della politica umana e si presenti al mondo con quello stile sobrio, semplice, diretto, concentrato sull’essenziale che caratterizza in modo tanto evidente lo stile di papa Benedetto XVI. Questo papa si presenta come un cristiano dalla personalità accattivante, dotato di saggezza, semplicità, umanità; un uomo dal cuore grande, che è sempre pienamente se stesso, nella semplicità e gentilezza dei suoi atteggiamenti, nella serenità e mitezza che traspaiono dal suo volto.
La semplicità dovrebbe trasparire nelle nostre liturgie, accompagnata a decoro e buon gusto, così da evitare pesantezze e oscurità nei riti, nelle parole, negli ornamenti delle chiese.
La semplicità evangelica caratterizza uno stile di esercizio dell’autorità che rifugge dalle tattiche, dallo sfoggio di titoli e insegne, da ogni forma di privilegio, e si caratterizza per il tratto umile e di servizio.
Anche il nostro parlare e i rapporti interpersonali guadagnano in autenticità quando sono ispirati a semplicità. Essa ci porta, infatti, a evitare ostentazioni di sentimenti che non si provano, forme di servilismo e piaggeria, la retorica vuota del discorso e il ricorso a espressioni linguistiche che suonano come frasi fatte e di moda,5 la falsa modestia che cela la compiacenza vanitosa. L’enfasi orna, complica: quando le parole non vengono dal cuore e rimbalzano come un’eco lontana, si impone autocontrollo e sobrietà.

LA SEMPLICITÀ DERISA
La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alla virtù della prudenza: questa fa sì che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal sì o dal no della volontà, ma fa dipendere il sì o il no della volontà dalla verità, da come stanno veramente le cose,6 perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realtà concreta.
È facile immaginare che chiunque si presentasse non tanto come una persona semplice quanto piuttosto ingenua o sprovveduta sarebbe oggetto di derisione e compatimento, considerata alla stregua di chi non sa curare i propri interessi, è facilmente manipolabile, uno che non farà strada nella vita… Detto questo, però, occorre aggiungere che la persona genuinamente semplice – cioè colei che vive la semplicità secondo lo spirito evangelico – può comunque essere sottovalutata o guardata con una certa aria di sufficienza, quasi si tratti di un soggetto un po’ fuori moda e che non sta al passo con i tempi. D’altra parte, questo è sempre il destino di chi è autenticamente cristiano e segue l’esempio di Gesù “mite e umile di cuore”. In un mondo segnato dalla brama di potere, di successo, di affermazione – e a questo non sfugge a volte anche il mondo ecclesiastico – può dunque capitare che la semplicità sia poco apprezzata, guardata con diffidenza, ritenuta poco funzionale e, infine, anche più o meno apertamente derisa. Ecco allora che si tende a servirsi del proprio ruolo come di uno schermo dietro il quale proteggersi; si adotta uno stile allusivo, un dire e non dire, che non appare necessario né dettato dalla prudenza; si assume un atteggiamento reticente e un’aria di gravità come di chi è chiamato a svolgere un compito assai difficile e di grande responsabilità; ci si guarda dal manifestare i propri sentimenti per non esporsi alla critica o al pericolo di essere considerati dei deboli; alla comunicazione diretta con la persona interessata si preferisce l’informazione indiretta o generica; al parlare semplice e piano si preferisce il linguaggio ricercato e ad effetto.
Merita di essere citata, a questo riguardo, una pagina di s. Gregorio Magno per rendersi conto di quanto essa sia sempre attuale. Nel suo Commento al libro di Giobbe, il santo sottolinea come venga derisa la semplicità di Giobbe. Scrive infatti: «Ma “viene derisa la semplicità del giusto” (Gb 12,4 volg.). La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subìta a causa della verità. Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza di intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta, e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo”.7

LA SEMPLICITÀ DEI SANTI
Noi parliamo della semplicità, ma i santi l’hanno vissuta e testimoniata. Conviene, dunque, rivolgere a loro l’attenzione per comprenderla meglio e apprezzarla di più. Naturalmente, qui è possibile limitarsi soltanto a qualche esempio.
San Francesco amò sempre e in modo particolarissimo la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri. Tommaso da Celano ci ha lasciato una testimonianza significativa: «Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.
È quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.
È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità”».8
San Francesco di Sales, santo della dolcezza e della mitezza, in un suo Trattenimento con le suore della congregazione da lui fondata afferma che la semplicità «non si cura di quello che fanno o possono fare gli altri… Questa virtù ha molta affinità con l’umiltà… È solo l’amor proprio che ci fa guardare se quanto abbiamo detto è stato ricevuto bene o male: la santa semplicità invece non sta dietro alle sue parole e azioni; ma ne lascia la cura alla Divina Provvidenza, alla quale è essenzialmente affidata. Perciò va avanti rettamente per il suo cammino senza guardare né a destra né a sinistra».9 E poco più avanti il santo aggiunge: «Colui che è attento a piacere amorosamente all’Amante Divino, non ha il tempo per ritornare con affanno su se stesso: poiché l’anima sua tende continuamente dove l’attrae l’amore. Questo esercizio di abbandono continuo in Dio, nella sua semplicità, comprende eminentemente tutta la perfezione degli altri esercizi: e poiché la pratica di esso è gradita a Dio, dobbiamo usarlo di preferenza su tutte le altre pratiche».10
L’abbandono alla volontà di Dio in santa semplicità segna tutta la vita di s. Teresa di Gesù bambino, come si può facilmente ricavare da ogni pagina della sua autobiografia. In una sua poesia, immagina che la Madonna si rivolga a una postulante dicendole che «la virtù che in te veder m’è caro – sovra ogni altra, è la semplicità»;11 quando poi un giorno sr. Agnese la invita a dire qualche parola edificante al medico della comunità, rispose: «Oh! Madre mia, questo non è il mio metodo… Io non amo che la semplicità; il contrario mi fa orrore».12
Infine, non si può non citare papa Giovanni XXIII, il quale deve soprattutto alla sua bontà e semplicità il fascino che sempre ha esercitato su chi l’ha potuto incontrare e continua a esercitare su chi lo accosta attraverso i suoi scritti. «Per questo papa bastava avere dei concetti semplici, avere un sonno tranquillo, abbandonarsi al Signore come un bambino ed essere senza ambizioni e umile».13 Annota nel suo Il Giornale dell’anima: «l’essere semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. È una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno».14
È difficile resistere al piacere di offrire un’ampia spigolatura di citazioni raccolte dai suoi scritti, dove egli richiama ed esalta la virtù della semplicità…; mi limito quindi a due sole citazioni.
Durante il ritiro annuale nel novembre del 1948 faceva questa riflessione: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio alla Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principii, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma… Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di s. Francesco, delle pagine più squisite di s. Gregorio, nei Morali: “Deridetur justi simplicitas”, con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l’accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda ugualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Hoc est philosophiae culmen: simplicem esse cum prudentia”. Il pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime».15
Ormai papa e vicino al compimento degli ottant’anni, scriveva questa pagina straordinaria, quasi sintesi di una saggezza accumulata con il trascorrere degli anni: «Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all’esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il “simplex, rectus et timens Deum” è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell’animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui… La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L’amore prega, l’intelligenza vigila. Vigilate et orate». Conciliazione perfetta. L’amore è come la colomba che geme, l’intelligenza operativa è come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino».16
«Splendore di ciò che è semplice!», affermava Heidegger, anche se tutti siamo consapevoli che «non è così semplice essere semplice» (P. Reverdy). Eppure, «che cosa di più semplice della semplicità? Cosa di più leggero? È la virtù dei saggi e la saggezza dei santi».17

Note:
1 Benedetto XVI, Omelia della Messa di mezzanotte di Natale, 25 dicembre 2006.
2 Comte-Sponville A., Piccolo trattato delle grandi virtù, Casa Editrice Corbaccio, Milano 1996, 174.
3 GUITTON J, Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40.
4 Mt 18,3.
5 Anche nel campo ecclesiale si vanno diffondendo frasi fatte, luoghi comuni, slogan stantii: un campionario linguistico che viene ormai designato con il termine ecclesialese. Gli esempi abbondano: intercettare i bisogni, passaggi epocali, opzione preferenziale, ottica comunionale, atteggiamenti profetici, lasciarsi provocare dalle urgenze…
6 Cf. Pieper J., Sulla Prudenza, Morcelliana, Brescia 1956.
7 Cf. Liturgia delle Ore, seconda lettura del venerdì della ottava settimana del Tempo ordinario.
8 Tommaso da Celano, “Vita seconda di s. Francesco d’Assisi”, in Fonti Francescane, Assisi 1977, n. 189.
9 Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, Pia Società S. Paolo, Roma 1941, 217.
10 Ibidem, 225.
11 S. Teresa di Gesù bambino, Storia di un’anima, L.I.C.E., Torino 1943, 448.
12 Ibidem, p. 328.
13 Guitton J, Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999, 257.
14 Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1964, 284.
15 Ibidem, pp. 275-276.
16 Ibidem, pp. 314-315.
17 Comte-Sponville A., Piccolo Trattato, 182.

July 20, 1969, after a four day trip, the Apollo astronauts arrived at the Moon

July 20, 1969, after a four day trip, the Apollo astronauts arrived at the Moon dans immagini per ricordare a11earthrise

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PAOLO VI E LO « SBARCO » DI 40 ANNI FA (2009) – OCCHI ALLA « LUNA » E NEL CUORE L’UOMO

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PAOLO VI E LO « SBARCO » DI 40 ANNI FA (2009)

OCCHI ALLA « LUNA » E NEL CUORE L’UOMO

LA LUNA NELLA NOTTE, UNO SGUARDO CHE ABBRACCIA LA TERRA…

MARCO RONCALLI

(« AVVENIRE », 19/7/’09)

Se per molti associare le immagini del Papa e della Luna significa ricordare la sera dell’apertura del « Concilio » con la carezza ai bambini di Giovanni XXIII, farlo oggi non può che rimandare a Paolo VI, autore non solo di profonde riflessioni sullo spazio « ad intra » di ogni uomo, ma anche sul suo più sorprendente viaggio « ad extra ».
Da ricordare subito e prima di tutto l’ »Udienza Generale » del 21 Maggio ’69, con Paolo VI e il suo pensiero rivolto all’imminente incontro con la quieta « amica » delle nostre notti, ad affermare che «l’orizzonte diventa « astronomico », e non solo per la nostra osservazione sensibile, ma per la dilatazione della nostra mentalità», e ancora «siamo non già incantati, né divertiti; siamo turbati». Poi l’intervento sul muto linguaggio del « cosmo », e, nella conclusione, il consiglio ad ammirare l’evento allora al suo centro, ma dirigendo lo sforzo dello spirito innanzitutto verso l’uomo: «Chi è l’uomo, capace di opere simili? […] Come possiede tanta capacità di studio, di conoscenze, di « dominio » scientifico e tecnico sulle cose, sul mondo? […] Ancor più che la faccia della Luna, la faccia dell’uomo s’illumina davanti a noi». Insomma: «Quando io contemplo i cieli, opera delle tue mani, (o Signore), la luna e le stelle che Tu vi hai seminate, che cosa è mai l’uomo perché tu ti ricordi di lui? Eppure di poco Tu l’hai fatto inferiore agli Angeli, di gloria e di onore Tu l’hai coronato; e Tu l’hai posto a capo delle opere delle Tue mani; tutto hai messo sotto i suoi piedi».
Erano – questi ultimi « versetti » del « Salmo VIII » – gli stessi deposti in suo nome da Armstrong e Aldrin, in una speciale scatola alla base della « bandiera americana » piantata sul suolo lunare verso l’alba di quella notte fra il 20 e il 21 Luglio, quarant’anni fa. Paolo VI assistette all’evento seguendolo in televisione da « Castelgandolfo ».
All’ »Angelus Domenicale », poche ore prima, gli occhi pieni di « Luna », ma i piedi ben piantati sulla terra, ancora una volta aveva pensato all’uomo, diffidandolo dall’ »idolatrare » i progressi della scienza («È vero che lo strumento moltiplica oltre ogni limite l’efficienza dell’uomo; ma questa efficienza è sempre a suo vantaggio? Lo fa più buono? Più uomo?»), e ricordandogli l’ »auto-dominio » («Nell’ebbrezza di questo giorno fatidico, vero trionfo dei mezzi prodotti dall’uomo, per il dominio del « cosmo », noi dobbiamo non dimenticare il bisogno e il dovere che l’uomo ha di « dominare » se stesso»).
Inoltre, citate le guerre in corso, in Vietnam, in Africa, in « Medio Oriente », tra Salvador e Honduras, senza dimenticare il dramma della « fame » per intere popolazioni, si era chiesto: «Dov’è l’umanità vera? Dov’è la « fratellanza », la pace? Quale sarebbe il vero progresso dell’uomo se queste « sciagure » perdurassero e si aggravassero?».
In ogni caso, pochi minuti dopo l’ »allunaggio », l’uomo – immagine di Dio – era per lui anche nei volti « seminascosti » dei protagonisti dell’ »Apollo 11″, ai quali si rivolgeva inneggiando: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini del buon volere! […]. Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni!
Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre. Noi siamo a voi vicini con i nostri « voti » e con le nostre preghiere».
Li avrebbe visti bene i volti dei tre « cosmonauti », ricevendoli in « Vaticano » nell’Ottobre dello stesso anno. Paolo VI contraccambiò il dono di un « ciottolo lunare » con una ceramica raffigurante i « Re Magi ». Tre « uomini di scienza » un po’ come loro, capaci di muoversi scrutando il cielo stellato poi di « kantiana » memoria. Consapevoli di una intrinseca razionalità del « cosmo », orientati senza saperlo verso la scoperta di un altro « Regno ».

 

Publié dans:LUNA SBARCO, SAN PAOLO APOSTOLO |on 17 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

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BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO dans immagini e testi Conversione_San_PaoloP

BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Il tema, caro all’iconografia italiana del 500 e del 600 (basti pensare all’affresco di Michelangelo e alla tela del Caravaggio), viene interpretato dall’artista olandese Brueghel il vecchio, in maniera originalissima e, per certi versi, straordinariamente attuale.
Nell’ anno in cui dipinge la tavola, il 1567, l’esercito del Duca di Alba attraversava le Alpi per sedare le rivolte dei fiamminghi (in atto a causa della lotta fra cattolici e protestanti e della lotta iconoclasta). L’evento storico si trasforma per Brueghel in una riflessione sull’atteggiamento dell’uomo di fronte al mistero di una storia Altra, quella di Dio, significata appunto dalla conversione di Paolo.
Il paesaggio alpino, che Brueghel aveva potuto osservare da vicino nel corso di un suo viaggio in Italia, appare qui minaccioso. Rocce e alberi appuntiti sembrano lance rivolte verso un cielo assente e coperto da spesse nubi. Solo all’estrema sinistra della tela – a significare il ricordo di un passato lontano e colmo di pace – si apre lo scorcio di una distesa pianeggiante e serena sotto una volta azzurrina.
Il panorama di Brueghel descrive la storia di una umanità che ha perduto le sue radici. A sinistra, infatti, si dirada la presenza degli uomini e l’esercito si inerpica su per un dirupo, dimentico della sicurezza pianeggiante che lo accoglieva. Più che l’esperienza di Saulo-Paolo, qui emerge la condizione spirituale e storica dell’uomo del 500, così drammaticamente vicina alla nostra.
Dimentico delle proprie radici anche l’uomo moderno s’inerpica per cammini improbabili, incurante delle minacce che si addensano all’orizzonte.
La parte destra della tavola di Brueghel brulica di soldati e cavalieri che maggiormente si addensano laddove il cammino, invece di aprirsi un varco, pare chiudersi definitivamente senza offrire sbocco alcuno.
Nessuno si cura del pericolo, anzi, un cavaliere in giallo sbarra la strada del ritorno, attirando la nostra attenzione. La sua tunica, più luminosa del giallo delle rocce dice, nel colore, il tradimento, la gelosia, l’ira, i vizi che allontano l’uomo dal cammino della virtù e, dunque, della pace.
Paradossalmente tuttavia è proprio grazie a questo uomo che siamo condotti a notare un altro soldato, l’unico rivolto verso di noi, un cavaliere che ornato di un curioso pennacchio indica qualcosa.
Comprendiamo solo così quanto il titolo ci sconcertasse. Dov’è infatti l’attesa caduta da cavallo di Saulo? Dov’è la luce folgorante che ci mostrerà la tela caravaggesca della Cappella Cerasi in Roma? È là sembra rispondere il soldato in blu (colore del mistero e dell’inconoscibile). È là in mezzo al corteo, anzi là dove più fitta sembra essere la mischia.
Vediamo allora un piccolissimo Saulo, vestito di un blu irradiato di luce, che stramazza a terra aprendosi un varco improvviso tra la folla di lance e cavalli.
Non è l’evento sfolgorante che sconvolge il panorama religioso dell’epoca, ma è un evento tra i tanti, quasi un incidente di percorso dentro una marcia anonima che continua inarrestabile il suo cammino. Eppure questo evento ha cambiato la storia della Chiesa e persino la storia del mondo religioso di allora.
Brueghel ci induce a riflettere. La Chiesa obbedisce sempre alla dinamica del seme. Sono gli eventi piccoli, seminati nel solco di un cammino quotidiano, accidentato, pieno di rischi a dare frutti duraturi, a far maturare l’intera massa per il Cielo.
Le rocce appuntite, la nube minacciosa che penetra all’orizzonte chiudendo il varco al corteo di soldati, preannuncia all’Apostolo delle genti la sofferenza che per questa conversione egli dovrà sopportare. Il varco che si apre attorno a lui durante la caduta, esprime il vuoto drammatico che ormai lo separerà dal suo popolo. Gli eventi di grazia, è vero, sono spesso piccoli e seminati nel solco della storia più anonima, pur tuttavia richiedono l’adesione di anime grandi.
È quanto il papa si auspica dall’anno paolino appena iniziato:
L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende. Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come San Paolo.

Publié dans:immagini e testi, immagini sacre |on 16 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Statue of the Madonna and Child, Abbey of Fontenay, Burgundy.

Statue of the Madonna and Child, Abbey of Fontenay, Burgundy. dans immagini sacre 800px-Abbaye_Fontenay_Vierge

https://simple.wikipedia.org/wiki/Madonna_and_Child

Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

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IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Il brevissimo Salmo 131 è composto di soli tre versetti, il terzo dei quali riprende il v. 7 del Salmo 130, con lo stesso verbo in ebraico. Il Salmo 131 è così legato al precedente, al modo di una strofa aggiuntiva. Là si parla della redenzione dell’intero Israele, entro la quale si svolge la vicenda di confessione e di perdono nella quale è trasformato il nostro pellegrino.
È un evento pasquale: passaggio e risurrezione. Questo evento fa del singolo fedele un segno di redenzione per tutto il popolo. Il Salmo 131 costituisce un momento di intenso raccoglimento meditativo – come un sussurro – ma in grado di manifestare la novità che l’opera redentiva di Dio realizza per la salvezza del mondo. Un sussurro, tenue e soave, eppure espressione di un momento di pienezza pacificata nell’esperienza del perdono.
Il testo si divide in due strofe – VV. 1 e 2 – e un ritornello conclusivo: v. 3. La prima è costituita da tre negazioni. È la fine di un tempo e si dice quel che non è più. La seconda riporta un’affermazione: la novità ormai instaurata. La fine di un tempo e l’inaugurazione di un tempo nuovo.
SALMO 131
Canto delle ascensioni. Di Davide.
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
2 lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
3 Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.
Cuore, volto e mano di fronte a Dio
La prima strofa. Per tre volte «non». Si comincia con la invocazione del Nome di Dio e così si finirà al v. 3. Si augura a tutto il popolo l’incontro con il Signore vivente che ha determinato la novità di cui il nostro pellegrino può costituire un segno.
Dice che è finito il tempo in cui il cuore si inorgogliva, lo sguardo era superbo e i passi erano orientati verso la realizzazione di grandi imprese. Si noti la terna citata: il cuore, lo sguardo, i passi. È una di quelle teme che danno una completa descrizione antropologica, nel linguaggio biblico. Siamo dinanzi a una rielaborazione raffinata di una tema di dimensioni umane che possono essere identificate con il cuore, il volto e la mano. La vita umana è queste tre cose, non ha semplicemente questi tre elementi.
Il cuore significa l’interiorità segreta, il mistero profondo, la sede interiore dove si ascolta, si pensa, si progetta e si attuano decisioni circa l’intera esistenza. Il cuore ha le sue traversie, ha durezze e chiusure sempre possibili; si impietrisce e si ripiega su se stesso. Può non ascoltare o restare indeciso, senza progetti.
L’uomo è un cuore e poi anche un volto: sacramento visibile del mistero imperscrutabile che è custodito nel cuore umano. L’invisibile identità profonda ha una trasparenza visibile nel volto; attraverso il volto, il cuore può ricevere e trasmettere: il volto, con la sua complessità e la sua mutevolezza. In esso spiccano gli occhi e la bocca. Con entrambi si assimila e si trasmette. Il volto può essere tenebroso e mascherato: chi lo purificherà e gli darà quella bellezza che il Creatore ha voluto imprimere in esso per potercisi specchiare?
Infine la mano, lo strumento dell’operatività. Nel nostro Salmo si parla del piede e dei suoi passi: gesti con cui è efficace la propria presenza nel mondo, presenza progettata e voluta nel cuore. Anche a proposito della mano – o del braccio o della gamba – lo stato di peccato e di decadenza fa sì che possa essere strumento di potere violento. Eppure la mano è stata data all’uomo perché sia pronta a benedire, perché sia laboriosa e capace di segni di comunione; è stata creata per essere aperta, paziente. Chi libererà la mano dell’uomo? Chi la costringerà ad aprirsi? Tutta la storia della salvezza si condensa nell’evento decisivo della Pasqua del Figlio dell’Uomo che muore e risorge: l’evento nuovo è un uomo dal cuore puro, dal volto luminoso e dalla mano aperta. Quest’uomo dal cuore puro è sapiente e libero e sa come interferire nei progetti del nostro cuore. Egli è il Figlio di Dio che scandaglia il cuore umano e ne scioglie la durezza. Egli ha un volto luminoso e lo offre come specchio perché il volto mascherato dell’uomo finalmente perda la propria menzogna e si specchi nella immagine esemplare di Lui: l’icona che è secondo il compiacimento di Dio. È il volto bellissimo per eccellenza… e si manifesta segnato dal dolore, piagato e orrendo, coperto da ogni vergogna umana perché noi possiamo cessare di nascondere la nostra vergogna. In Lui ritroviamo luce e bellezza, quelle che il Creatore si attendeva fin dall’inizio nel dialogo e nel confronto con la sua creatura.
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio è colui che si consegna nelle nostre mani. È Lui che viene colpito, aggredito e gettato via. Egli ha mani aperte, da povero; mani di colui che si arrende, mani del Crocifisso e Risorto. Sono le nostre mani di uomini, assuefatte alla violenza, che si sono strette su di Lui e poi perdono la presa, ridotte all’impotenza e sconfitte. L’aggredito apre le sue mani e benedice, mentre – vivente e glorioso – sale al Padre. Allora noi siamo costretti alla resa. C’è un povero in mezzo a noi che libera il cuore umano; c’è uno svergognato in mezzo a noi che illumina il nostro volto e gli restituisce bellezza; c’è un derelitto, vittima della nostra violenza, che ci costringe ad aprire le mani perché siamo sconfitti. La nostra violenza si è scaricata addosso a Lui, che l’ha assorbi ta per intero con le mani alzate in gesto di resa. Il Salmo parla di queste cose fin dal v. 1.
Il cuore può indurirsi. n verbo usato indica più esattamente l’azione di arcuarsi, di ingobbirsi su se stessi. Ora esso ha perso la sua gobba, si è spaccato, aperto. Non c’è medicina che valga a guarire il cuore umano, né delicato massaggio che possa addolcirlo: il cuore umano deve essere spaccato. Questo cuore non si difende più, fortificandosi in se stesso.
Così lo sguardo non si leva con superbia, gli occhi non si affilano e tendono per ferire, come una lama minacciosa. Infine quest’uomo non si muove più per realizzare eventi spettacolari, per manovrare e manipolare. Il vortice delle grandi parate ha stancato quest’uomo, egli vuole riposare dal suo male orgoglioso e si arrende.
Sono occhi bruciati dalla vergogna personale e dalla storia umana; occhi che hanno riconosciuto il Signore sofferente e la sua bellezza indicibile, che viene dal Padre. Nella vergogna del Signore anche l’uomo è accolto e i suoi occhi si aprono a pietà e compassione; e queste non passeranno più perché egli è svergognato insieme al suo Dio.
Allora anche l’uomo è bello, nel Figlio Beneamato: e la mano è consegnata e, con lei, tutto il corpo, tutta la libertà, ambiguo strumento della ricerca di se stessi e della propria esaltazione.
Ogni astuzia che cerca di addossare il proprio orgoglio alla comunità o alla causa cui si appartiene è smascherata: è impossibile santificare o nobilitare il proprio male quando si è di fronte al Crocifisso, come il malfattore di cui parla Luca. Questo malfattore riconosce in Gesù il salvatore che lo libera dal suo male orgoglioso, il male che è ormai superiore alle proprie forze voler giustificare.
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
Ed ecco la seconda strofa, una affermazione molto bella: placata e zittita è la mia anima, come un bimbo svezzato rivolto a sua madre. Ecco chi sono io, ora. Placato il respiro e spenta la tensione inconcludente, la vita del nostro amico non è più agitata. Ma attenzione: potremmo essere disorientati da una immagine che coincidesse con la realtà di un neonato a suo agio in braccio alla mamma, quasi un ritorno alle realtà infantili. Non è così. Qui si parla di un bambino svezzato, uscito fuori da un rapporto simbiotico con la madre e dall’intimità con lei propria del lattante. Questo bambino non è più allattato, è stato sottratto al seno della madre: guarda altrove, ormai, e ha altri interessi. Sta in braccio alla madre, ma non la guarda. Guarda il padre, in dialogo con il mondo che lo circonda e con chi lo domina. Il termine «bimbo svezzato», in ebraico gamùl, compare in alcuni testi dell’Antico Testamento. Ne citiamo tre. Il primo è nella Genesi, al cap. 21. Per la prima volta si dice di un personaggio che è svezzato. È Isacco, figlio di Abramo. Il suo nome significa figlio del sorriso: il Signore insegna ad Abramo e a Sara a sorridere, a sperare in Lui. Isacco viene svezzato, nel cap. 21, e nel cap. 22 può seguire il padre verso il sacrificio. Ora è il figlio pronto per dire ‘amen’, per aderire alla volontà del padre. Così il personaggio del nostro Salmo. Il secondo testo è nel Primo libro di Samuele, al cap. 2. Qui è Samuele lo svezzato. Viene portato dalla madre al santuario perché vi dimori. Egli resta presso Eli e cresce con lui. Il bimbo svezzato è colui che ormai appartiene alla casa del Signore e in essa diventa profeta. Nel Vangelo di Luca, al cap. 2, Gesù viene trovato dai genitori nel tempio e, sgridato, dice loro che ormai deve occuparsi «delle cose del Padre», delle faccende della sua casa. Il terzo testo è nel libro di Isaia, al cap. 11. È un oracolo messianico, visione del mondo nuovo: l’agnello e il leone, l’arsa e il capretto insieme. Un bimbo si trastulla sulla tana del serpente: gamùl. È il Messia, svezzato, che addomestica il serpente. Egli è pronto alla battaglia decisiva, a inchiodare il serpente là dove egli stesso è pronto a essere inchiodato. Il serpente è trasformato in gioco e l’universo intero si rinnova.
Quando il nostro personaggio si paragona a un bimbo svezzato non fa appello al nostro buon cuore, dunque. Stando in braccio alla madre il bimbo dell’immagine guarda alla volontà del Padre, lo segue e con lui lotta contro il male in una battaglia decisiva. Tutto questo senza garanzie o ripari: fino al limite estremo dove il Messia ci ha preceduti, contro una vipera sorda e velenosa. Quando ormai Paolo sta per concludere il suo viaggio, l’ultimo, in Atti 28, sbarca a Malta dopo una tempesta e viene morso da una vipera. Il morso, però, non lo danneggia ed egli scuote la vipera via da sé, nel fuoco. Nel Vangelo di Luca si parla di vipera nella predicazione di Giovanni il Battista. «Razza di vipere», chiama i giudei. Dall’inizio del Vangelo alla fine degli Atti tutta l’opera lucana è racchiusa da questa doppia testimonianza: il Battista chiama alla conversione i figli del serpente e Paolo è ormai sottratto alla pericolosità del suo morso, come bimbo svezzato e pronto per portare a compimento il ministero che gli è stato affidato.
(L’autore) P. Stancari, scritti vari – autore: Pino Stancari S.I.

Publié dans:BIBBIA - ANTICO TESTAMENTO: SALMI |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

FEAST OF THE EXALTATION OF THE HOLY CROSS,

FEAST OF THE EXALTATION OF THE HOLY CROSS, dans immagini sacre theexaltationoftheholycross

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Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (2012)

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FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (2012)

La Vera Croce ha attratto sempre con forza ai cristiani, e il desiderio di vederla, di toccarla o di bacciarla è stato irresistibile. La Croce è il simbolo cristiano per eccelenza, la manifestazione visibile della nostra identità. La Roccia del Calvario e la Tomba Vuota di Cristo sono i punti di attrazione per tutti i cristiani. Anche per noi, oggi.

Le feste della Croce
I cristiani celebriamo diverse feste della Croce: 1) Il “Ritrovamento della Croce” (“Inventio crucis”), il 7 maggio; 2) La festa della “ristituzione della Santa Croce” per Eraclio, il quale recupera il “Lignum Crucis” che era stato portato como botino il 20 maggio 614 da Cosroe. I cattolici non la celebriamo, ma sí gli ortodossi; 3) “L’adorazione della Santa Croce”, il Venerdì Santo al Calvario, mentre si canta: “Ecce Lignum crucis…” dove è stata inchiodata la salvezza del mondo. Venite ad adorarlo”. 4) La festa dell’Esaltazione della Santa Croce: E’ la Dedicazione della Basílica del Santo Sepolcro, costruita dall’Imperatore Costantino nei Luoghi Santi del Calvario e nel Sepolcro glorioso di Cristo, il 13 e 14 settembre del 335.

Cosa significa per me oggi la Croce di Cristo?
L’assurdo e lo scandalo della Croce
Noi celebriamo la festa della croce di Cristo, cantiamo il “Vexilla Regis”; tutti i giorni orniamo la croce, la baciamo, la portiamo al collo… Noi cristiani, siamo matti? Lo aveva annunciato Paolo: la croce è “scandalo per i giudei e stoltezza per i greci”. Il “Vangelo della Croce” è “assurdo” per il mondo (cf. 1Cor 1,18-25). La fede nel Dio crocifisso « asso¬miglia straordinariamente ad un continuo suicidio della ragione » ( Nietz¬sche). E Giovanni Paolo II costatava che la vera sfida ad ogni filosofia “è la morte in croce di Gesù Cristo”. Come possiamo onorare la Croce se il Crocifisso era un maledetto (Dt 21.23), se Cristo morì qui, sul Calvario, disprezzato da tutti, senza compassione da nessuno, e con l’apparente abbandono da Dio, suo Padre: “Dio Mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). La morte di Cristo sul Calvario è “il mysterium iniquitatis” (2Tes 2,7), il peccato più grande commesso dall’umanità.
La Croce, centro della nostra fede
E tuttavia, per noi la Croce di Gesù è il centro e il fondamento della nostra fede. Dice Pietro: siamo stati liberati dal peccato “con il sangue prezioso di Cristo” (1Pt 1,19). E l’ha fatto affinché noi abbiamo la vita: la vita eterna » (GV 3,16). “Per riscattare lo schiavo – cantiamo nell’Exultet, nel Annuncio Pasquale, – hai consegnato il Figlio”. E’ quello che vogliono esprimere i due mosaici del Calvario: il sacrificio di Isacco e la Crocifissione di Cristo.
E così Croce di Cristo diventa “il grande mistero della pietà” (Mysterium pietatis”) (1Tim 3,15s) ed è il segno della Vita. Per i cristiani la Croce non è stoltezza; è potenza e sa¬pienza di Dio: « poiché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1Cor 1,25). San Francesco diceva a chi lo vedeva piangere: “Piango la Passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo” (3Com V,14: FF 1413).
Gli antiqui cristiani consideravano Gerusalemme e il Calvario come il centro, “l’ombelico” del mondo. Scriveva S. Cirillo di Gerusalemme: “Cristo estese le sue braccia sulla croce per abbracciare tutto il mondo, giacché il Golgota è il centro della terra”.
La croce: manifestazione dell’amore di Dio. Dio è Amore
Dice il Vangelo: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…, (Gv 3,16)). E Paolo aggiunge: “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me » (Gal 2,20). Sul Calvario l’uomo può imparare che cosa è l’Amore e chi è Dio, perché “dove c’è Amore lì c’è Dio”. Diceva il Papa Benedetto XVI, alla fine della Via Crucis al Colisseo, il Venerdì Santo, 22 aprile 2011: “Guardiamo bene questo uomo crociffiso… scopriremo che la Croce è il segno luminoso dell’amore; ancora di più, dell’immensità dell’amore di Dio, di ciò che mai potevamo immaginare…”. Infatti: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete i miei amici…” (Gv 15,13). Sul Golgota appare chiaramente che “Dio è Amore” (1Jn 4,16). L’amore dimentica il male, perdona tutto. Semplicemente ama.
La croce di Cristo è la “buona notizia”
La croce è la “buona notizia” per il mondo, quella che illumina tutte le altre, quella che importa veramente. Lo scrive Paolo ai Corinzi: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (2Cor 2,2). San Francesco, diceva ad un frate: “Non ho bisogno di molte cose: conosco a Cristo povero e crocifisso” (2Cel 105). Dio muore per noi e per la nostra salvezza sul Calvario. Ecco la “buona notizia”.
Sulla Croce del Calvario non c’è un malfattore, ma “Gesù il Nazareno, il Re dei giudei” (Gv 19,19). Pilato, senza volerlo, proclama la regalità di Cristo. Ripetiamo oggi le parole che San Cirillo di Gerusalemme diceva ai suoi ascoltatori, precisamente qui: “Non ci vergogniamo di confessare la nostra fede nel Crocifisso”. Oggi, continua San Cirillo, celebriamo “la vittoria che il Signore ha riportato qui, in questo Santo Golgota, che noi vediamo e tocchiamo con la mano… Non ti vergognare di confessare la Croce, perché … colui che è stato crocifisso è adesso sopra in cielo!”. Egli è il Re del mondo. “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo” (Gv 12,23), diceva Gesù.
Soltanto così cominceremo a capire che la Croce eretta sul Calvario non è l’annuncio di un fallimento, di una vita di sofferenza e di morte, ma essa è un messaggio trionfale di vita. E possiamo cantare con convinzione: “Salve, o Croce, unica nostra speranza!”. Dio “regna dal legno”. La croce è il suo trono di gloria. Nonostante le cattiverie degli uomini, Gesù il Nazareno continua ad essere “il Re dei Giudei” (Gv 19,19). E’ allora che scopriamo il senso delle parole di Gesù: “Quando sarò stato elevato da terra attirerò tutto a me”(Gv 12,32). E capiremo che Cristo è il punto centrale verso il quale tutta l’umanità deve guardare: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37).
Gesù crocifisso, modello del discepolo
Lo aveva detto Gesù: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38). Non è facile essere cristiano! Per esserlo, è necessario imitare Gesù, seguirlo, prendere ogni giorno la propria croce, offrire anche la nostra vita in amore a Dio e ai fratelli, come fecce Gesù, il quale “patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21).
Soltanto così il cristiano, come Gesù, diventa « un essere per gli altri e per il mondo ». E’ quello che appare nella parabola del chicco di grano, che porta frutto solo se cade nel terreno e muore (cf. Gv 12,24), giacché « chi perde la sua vita la guadagnerà » (cf. Mc 8,35). L’esse¬re per gli altri di Gesù, special¬mente per i poveri e i peccatori, deve pro¬lungarsi nei cristiani, solidali l’uno con l’altro, forti nella speranza che ci dà la risurre¬zione di Gesù.
Scendere dal Golgota al mondo
Oggi, qui, sul Golgota, abbiamo capito il valore della morte di Cristo in Croce: il suo amore crocifisso è stato la nostra salvezza. Oggi, qui, in ginocchio, ripetiamo le parole di San Francesco: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo,… e ti benediciamo, perché per la tua Santa Croce hai redento il mondo”. Amen.
Bisogna però ritornare al mondo partendo da questo Calvario. Francesco, nella Chiesetta di San Damiano, “pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, udì queste parole per tre volte: “Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!” (FF 1038). Si trattava della Chiesa che “Cristo acquistò col suo sangue”, dice il testo. E così Francesco, “munendosi col segno della croce”, incominciò la sua missione. Dice la Dichiarazione del Concilio sulle religioni non cristiane: “Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia” (NAe 4).
Non bastano però le parole. Paolo afferma: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca i patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E tutti siamo stati salvati dalla Croce di Cristo. Francesco d’Assisi va dal Sultano Maelk el-Kamel, rischiando la vita, anzi offrendo la propia vita per la salvezza di lui e di tutti i musulmani. Perché non servono “i crociati” ma “i crocifissi”, non si proclama il vangelo “con la spada”, ma con l’amore totale di Cristo. Diceva Francesco Suriano, un antico Custode di Terra Santa, che se i frati hanno la grazia di servire il Calvario è per merito di San Francesco per “essere stato tanto innamorato della Passione di Cristo perpetrata in questi santi luoghi” (Trattato…p. 65)
Maria, la Madonna Addolorata, la cui festa celebreremo domani, che ci fu data per Madre qui, quando stava presso la Croce, sarà sempre al nostro servizio!
Ecco, fratelli e sorelle, il significato della festa odier¬na ed è per questo che fu costruita la Basilica dove oggi noi celebriamo questa festa.

SS. Nome di Maria

SS. Nome di Maria dans immagini sacre 308px-Bouguereau-Linnocence

http://zephyrinus-zephyrinus.blogspot.it/2014/09/the-most-holy-name-of-mary-feast-day.html

Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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