Archive pour septembre, 2015

I DUE ALBERI DEL GIARDINO DI EDEN – (RAV LUCIANO CARO)

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I DUE ALBERI DEL GIARDINO DI EDEN: L’ALBERO DELLA CONOSCENZA DEL BENE E DEL MALE E L’ALBERO DELLA VITA – (RAV LUCIANO CARO)

Voglio fare un approccio al testo biblico, come messaggio di origine divina indirizzato a tutti gli uomini che credono, ebrei o non ebrei. Vediamo cosa insegna questo messaggio all’uomo. Tutta la prima parte del libro della Genesi appartiene a quelle parti del testo biblico che sono le più pericolose; io li chiamo capitoli trappola. Dico questo nel senso che sono talmente interessanti e semplici nella loro esposizione, che possono portarci fuori strada; sembrano solo delle belle storielle (la creazione del mondo, il paradiso terrestre, l’arca di Noè, ecc.), che noi leggiamo con un certo sorriso di compiacimento, credendoci molto più avanti. Secondo me, invece, dietro questa esposizione così semplice, c’è un bagaglio di significati che molto spesso non riusciamo a vedere. Quando il testo ci dice che Dio creò il mondo in sei giorni, o che creò il cielo e la terra, non è vero, perché le cose non sono andate così, ma nessuno sa come sono andate in realtà. Dietro questo modo così elementare, apparentemente puerile della descrizione, ci sia una provocazione rivolta ad ognuno di noi, perché cerchiamo di approfondire e di capire il messaggio divino insito in quelle pagine.
Volevo anche sottolineare che la Genesi non è stata prodotta in un ambiente completamente vergine; cioè non è che Mosè un bel giorno ha detto: « Adesso scrivo la creazione, il diluvio, i patriarchi, ecc. », ma il testo è stato prodotto in un ambiente già saturo di miti, storie, leggende che circolavano. Di questi miti di ambiente mesopotamico, egiziano, numerico, ecc. lascia alcune cose così come si trovano, mentre altre le manipola, per cercare di presentarci un racconto dal quale noi possiamo cercare di ricavare un insegnamento, così come si fa con i bambini. Se voglio parlare di Dio a un bambino piccolo, non posso adoperare un linguaggio teologico, che non sarebbe in condizione di capire, ma devo utilizzare dei raccontini, che gli permettano di ricavare lui il significato. Così tutto quello che il testo biblico ci dice della creazione, è ripreso da miti più antichi, ma sono raccontati in modo tale da togliere dalla mente della gente determinati elementi negativi, per fare cogliere loro degli elementi positivi. Il racconto sulla creazione, ad es., a mio avviso vuole insegnarci che tutte quelle forze della natura, che anticamente erano divinizzate, non sono altro che il prodotto di una volontà superiore. Il mare, dunque, non è più il dio del mare, ma un qualcosa creato da qualcuno che è al di sopra; lo stesso per le piante e così via. Viene così insinuato in noi il concetto che tutto è nato da una volontà superiore imperscrutabile. La Torah non vuole insegnarci il come e il perché Dio abbia creato il mondo, ma vuole solo dirci che c’è un creatore che ha creato le forze della natura.
La cosa ha particolare significato per quanto attiene ai passi che dovremo considerare oggi. Il testo ci racconta che Dio, tra le cose che ha fatto, ha piantato un giardino in una località chiamata Eden; un giardino a oriente dell’Eden, nel quale ha collocato l’uomo, dandogli l’ordine di non mangiare un certo frutto. Si parla della mela, perché tutti i pittori di tutti i tempi hanno rappresentato Adamo ed Eva nel giardino sempre con la mela; doveva essere un frutto, ma nell’immaginario collettivo il frutto è un qualche cosa di rotondo e quindi questa cosa tonda, per noi, è la mela. Il testo, però, dice solo « il frutto dell’albero », che era bello da vedersi e appetibile da mangiarsi. I nostri maestri si sono sbizzarriti nel trovare tutte le risposte a questo riguardo. Qual è il frutto bello da vedersi e appetibile? Ognuno ha i suoi gusti. Fate attenzione, perché molto spesso le traduzioni ci portano fuori strada.
Dobbiamo abituarci, in queste parti narrative del testo sacro, a cercare di vedere qual è il significato interno; buttare via (è un’espressione usata dai nostri maestri) la buccia, cioè il contorno e guardare qual è l’interno. Da una lettura dei primi capitoli della Genesi, si ricava che Dio ha creato il mondo tov, buono ed è stata la presenza dell’uomo a sottrarre, in un certa misura, questa bontà all’universo, con il suo comportamento.
Nel nostro racconto si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male. Ma facciamo attenzione, perché il testo biblico a volte ci prende in giro, ci stimola. Noi traduciamo tov e ra’, con buono e cattivo, bene e male. Non so se vuol dire bene nel senso nostro; quando leggiamo che Dio vide che una cosa era buona, cosa vuol dire? Che è una cosa bella, o utile, o buona dal punto di vista morale ed etico?
Leggendo il testo così con semplicità, ci vengono delle perplessità sulla figura di Dio, il quale crea e, dopo aver creato, vede che è una cosa buona. Prima non lo sapeva? Possiamo farci un’idea sbagliata di Dio. Il succo è che cosa vuol dire buono. Tutto il libro della genesi è focalizzato su questa parola. Dio crea la donna, perché dice: lo tov, cioè non è bene che l’uomo sia solo. Non è cosa buona dal punto di vista morale, etico, oppure non è comodo, cioè l’uomo senza la donna non sta bene? A un certo punto del testo si dice che vennero i figli di Dio (chi sono non lo sa nessuno) e videro le figlie dell’uomo che erano tovòt, buone e si sono prese delle donne, da cui nacquero i giganti. Cosa vuol dire? Che erano belle più delle donne che ci sono tra gli angeli? Buone alla romana, nel senso di formose? E’ evidente che le cose non stanno in questi termini. Analogamente in termine di provocazione, quando si narra della nascita di Mosè, è detto che la mamma non l’ha buttato via, perché era buono; se era cattivo lo buttava, forse? E qual è quella madre che nei confronti del bambino appena nato, trova qualcosa che non funziona?
Lo stesso vale per l’albero della conoscenza del tov e del ra’. Il ra’ è il contrario del tov, ma cos’è?
C’è un altro elemento che vorrei sottoporre alla vostra attenzione; sembra che vada fuori tema, ma soltanto parzialmente. Nel racconto del giardino dell’Eden, compaiono degli altri personaggi. C’è il giardino, le piante, Adamo ed Eva, il serpente e alla fine ci sono i cherubini. Cosa sono? Non lo sappiamo di preciso. Un qualche cosa che sono degli esseri posti da Dio a guardia del giardino per fare in modo che l’uomo, cacciato dal giardino, non ci ritorni. L’immagine che abbiamo noi dei cherubini è quella di angioletti paffuti, dalla forma pseudo umana. Ma è proprio così o vuol dire un’altra cosa? Sembra che questa parola cherubìm fosse chiarissima ai tempi in cui fu scritto il testo. Ritroviamo questo termine nel racconto dell’Esodo, dove si narra della tenda del convegno, in cui vi era una cassetta, che conteneva le tavole della Legge e che aveva sopra un coperchio e su di esso due cherubini, che si guardano. Rimaniamo sbigottiti. Proprio nel momento culminante, in cui si sottolinea il divieto di farsi alcuna immagine per adorarla, compaiono due forme umane. Io credo che nell’antichità, quando la Torah fu emanata, avessero delle idee più chiare delle nostre su cosa fossero questi cherubini.
Un’altra cosa che vorrei suggerire alla vostra attenzione, sempre come provocazione, perché cerchiate di approfondire, è che del giardino dell’Eden se ne parla, in forma piuttosto oscura, in fonti mesopotamiche e anche in altre fonti ebraiche bibliche, in particolare nel libro di Ezechiele, ai capitoli 28 e 31, dove è riproposto in chiave diversa. Non sappiamo nemmeno cosa vuol dirci Ezechiele. Lui ci parla di un cherubino, cherùv, che forse è la personificazione del re di Tiro. Lui sta rivolgendo una petizione al re di Tiro e in modo sarcastico gli dice: « Ma cosa ti credi di essere ancora il cherubino del giardino dell’Eden? ». Inoltre in quella circostanza si fa riferimento al fatto che questo giardino, nella visione di Ezechiele, era in un monte sacro, mentre, viceversa, nel testo della Genesi, di monte non se ne parla per niente. E cosa vuol dire Eden? Nell’ebraico moderno è una radice che vuole dire soavità, dolcezza, delicatezza, ma sembra che in una radice araba più antica abbia il significato o di un nome di luogo oppure sembra che abbia delle attinenze con pianura, quindi il giardino dell’Eden è il giardino della pianura. Ezechiele lo pone, invece, su una montagna. Probabilmente c’erano vari miti che circolavano. La Genesi ce lo propone anche con dei fiumi e delle pietre preziose, mentre Ezechiele ci parla di alberi che invece di frutti, producevano pietre preziose. La stessa cosa troviamo in miti numerici precedenti, dove si parla del giardino collocato in un posto pieno di miniere di pietre preziose.
Se leggete quei capitoli di Ezechiele, troverete che il giardino è chiamato il giardino di Dio, facendoci immaginare che fosse una specie di residenza divina. Sembra che Dio l’avesse preso per abitarci, ma poi ci ha messo l’uomo. Ma cos’è questa storia? Quindi siamo veramente provocati a cercare di capire cosa ci vuole insegnare il testo.
Spero di non deludervi, ma devo dire ancora una cosa. Per cercare di capire bene qual è il significato di questi passi, dobbiamo tenere conto anche della terminologia antica usata nel testo. Ad es. per indicare il nome di Dio, che compare sotto forme diverse. All’inizio della Genesi compare il nome Elohìm, un termine molto generico: divinità. Chiunque sia, qualunque cosa sia. Poi, andando avanti nel testo, si usa il termine tetragrammato, cioè con le quattro lettere sacre, impronunciabile. Come mai l’autore usa questo e quello? In altri passi viene chiamato in tutti e due i modi: il Tetragramma seguito da Elohìm. Una delle interpretazioni che va per la maggiore, è quella che dice che quando si usa Elohìm si vuole indicare Dio dal punto di vista della giustizia, mentre quando si parla di Dio dal punto di vista della bontà e della misericordia, si usa il tetragramma. Ma c’è chi dice esattamente il contrario.
Qualcuno dice che il termine Elohìm viene usato per indicare il Dio in qualche modo trascendente, il Creatore, che non si sa bene cos’è; mentre l’altro termine indica un Dio più personale, che parla con l’uomo in un rapporto più diretto. Sarà vero? Non lo so.
Quello che non riusciamo a capire è cosa sia questa faccenda di Dio che crea il giardino e vi mette dentro l’uomo. Un passo dice che l’ha messo lì « per lavorarlo e per custodirlo ». E noi ci inalberiamo subito. Intanto perché dal punto di vista grammaticale le cose non funzionano, perché se lavorarlo si riferisce al giardino, la parola giardino, in ebraico, è maschile, mentre viene adoperato un suffisso femminile, come se dicessimo in italiano: « Dio creò un giardino e vi mise l’uomo per lavorarla e custodirla »; ma lavorarla e custodirla che cosa? Mosè non sapeva la grammatica? Prima adopera un maschile e poi ci mette un suffisso femminile? Tra l’altro non è nemmeno chiaro se sia un suffisso femminile o no. Qualcuno dice che Mosè volesse intendere la terra e non il giardino, da lavorare. Ma poi non funziona dal punto di vista del significato, perché Dio ha decretato il lavoro dopo che l’uomo aveva peccato. Sembra, da una lettura sommaria, che l’uomo, quand’era nel giardino, passasse il tempo a fare i complimenti a sua moglie, forse, oppure a mangiare i frutti che gli capitavano. Cosa vuol dire custodire il giardino? Custodirlo, proteggerlo da che cosa? Non lo sappiamo. I nostri maestri, adoperando il meccanismo di andare a cercare tutti i significati dei vari termini, sostengono che lavorarlo e custodirlo ha un significato più cultuale, perché la parola avodà vuol dire lavoro, ma anche culto e la parola custodire vuol dire anche osservare. Già nel momento in cui l’uomo è stato collocato lì dentro, Dio aveva lo scopo che l’uomo prestasse una specie di servizio di Dio, osservando quello che Dio gli aveva detto di osservare. Come un segno di riconoscimento che tutte le cose di cui l’uomo stava godendo, venivano da Dio. Ovviamente l’uomo non ha fatto né l’una, né l’altra cosa.
Poi troviamo l’albero della conoscenza del bene e del male collocato proprio nel mezzo del giardino, quasi come una provocazione; qualunque strada l’uomo facesse, si trovava davanti questo albero. Inoltre c’era anche l’albero della vita; però Dio non gliel’ha detto. Lo scopo sembra che sia quello di fare in modo che, prima o poi, l’uomo mangi anche di quell’albero e perciò divenga immortale. Dio dice solo che se mangiano di quell’albero, moriranno; ma cosa vuol dire morire? Fino a quel momento non era ancora morto nessuno e perciò che idea potevano avere Adamo ed Eva della morte? Dio è scorretto! Una delle forme interpretative è quella di considerare l’uomo, in quel momento, come l’uomo bambino. Dio si rivolge a lui come ci si rivolge a un bambino, perché non aveva nessuna esperienza. La provocazione consisterebbe in questo: l’albero della conoscenza del bene e del male è l’albero delle esperienze. L’uomo ha due possibilità davanti a sé: o obbedire a Dio e non mangiare dell’albero della conoscenza e continuare, così, a vivere come un bambino, senza l’esperienza di quello che è buono e cattivo, ma non in senso morale, ma nel senso di quello che è positivo e quello che è negativo nella vita: malattie, dispiaceri, vecchiaia, ecc. Se l’uomo fosse stato lì dentro come un bambino, ubbidendo a Dio, avrebbe continuato a vivere una vita felice inconsapevole, senza particolari problemi. Invece l’uomo ha voluto prescindere da questo avvertimento, scegliendo di conoscere, anche se questa conoscenza è legata alla sofferenza. L’albero della conoscenza del bene e del male diventerebbe l’albero dell’esperienza di quello che la vita può dare, allorché diventiamo consapevoli. L’avere ottenuto questa esperienza, disubbidendo a Dio, ha sottratto all’uomo la possibilità di diventare immortale. Questa disubbidienza dell’uomo era in qualche modo pilotata da Dio, perché gli ha detto quello che era vero in modo che non poteva capire. Gli pone davanti due possibilità: o vivere illimitatamente in modo inconsapevole, oppure vivere limitatamente nel tempo, ma consapevolmente, con tutto quello che la consapevolezza comporta: sofferenza, guai, ecc. ma, in qualche modo, Dio l’avrebbe spinto in quella direzione, perché gli ha messo accanto la donna, che gli ha dato il consiglio, poi gli ha dato il serpente, che ha consigliato la moglie e poi ha collocato questo albero nel punto più strategico, inoltre gli avrebbe detto le cose in modo incomprensibile. Gli dice: « Morirai, se fai questo », ma per Adàm quella parola era incomprensibile, perché è come se voi diceste a un bambino: « Non metterti il dito in bocca, quando hai toccato per terra, perché se non ti ammali! ». E’ vero che gliel’avete detto, ma io ho dei dubbi se lui ha capito. Quand’è che comincia a capirlo? Appena gli hai dato la sberla. Come noi: cerchiamo di lasciare i nostri figli liberi di scegliere, ma un po’ li pilotiamo.
Fermiamoci un attimo su una questione semantica, che riguarda il significato delle parole. In varie parti del testo biblico, la conoscenza del bene e del male è un attributo di Dio. Cosa significa, però, che Dio conosce il bene e il male? Che sa distinguere? Mangiando quel frutto proibito, l’uomo può acquisire quella caratteristica di Dio. Anche la vita eterna è una caratteristica divina, ma ad essa Dio non vuole che l’uomo attinga.
Di nuovo. Bene e male è quello che è utile, non dannoso, o in senso morale? Adoperando lo stesso verbo conoscere, il testo dice che, quando ebbero mangiato il frutto, conobbero che erano nudi. Il fatto di essere nudi era una cosa negativa? E’ questo il male? Dio provvede in prima persona a fare loro i vestiti; è il primo sarto dell’universo. Determinati filoni di interpretazione, soprattutto in campo cristiano, hanno portato a pensare il bene e il male in termini sessuali. Quasi a sottolineare che l’uomo e la donna abbiano cominciato a praticare il sesso, dopo aver mangiato il frutto proibito. Io ho molte perplessità che voglia dire questo. Non so bene cosa vuol dire questa nudità. Forse conoscenza vuol dire esperienza; dopo aver mangiato il frutto, si rendono conto di certo aspetti della realtà, ai quali prima non facevano caso. Come i bambini, che crescono piano piano e acquisiscono una conoscenza oggettiva delle cose.
Qualcuno interpreta che tutta questa storia è stata deliberata; in origine sembra che Dio avesse previsto che l’uomo stesse nel giardino e Dio si sarebbe comportato nei suoi confronti come un padre che pensa a tutto. Fa’ quello che ti dico io, e starai bene. L’uomo si sarebbe ribellato: « No, papà! Io voglio uscire dalla tutela paterna. Sbaglierò, non sbaglierò, ma voglio affrontare la vita come desidero io ».
Dio dice che non voleva che l’uomo diventasse immortale, infatti pone i cherubini a guardia del giardino perché l’uomo non potesse mangiare dell’albero della vita. Ma allora perché ha inventato questo albero e l’ha messo nel giardino?
Il passo biblico è provocatorio, incomprensibile. Sta di fatto che il regista di tutto è Dio: è Lui che ha creato, determina e giudica l’operato dell’uomo. Maimonide dice che c’è qualcosa che non funziona; si chiede: « Come fa Dio a dare degli ordini a chi non è in condizione di sapere che disubbidire è male? ».
Quando Adamo si nasconde nell’albero, dopo il peccato, Dio si rivolge a lui dicendogli: « Dove sei? ». Frase bellissima, con un significato molto preciso e cioè il significato più ampio, come se Dio chiedesse a noi tutti i giorni: « Dove sei? Dove stai andando? Dove sei collocato nell’universo? Ti rendi conto? ». C’è un altro elemento più terra terra ed è che noi da qui impariamo il comportamento di Dio, che non ha accusato direttamente l’uomo, assalendo col rimprovero, ma gli ha posto questa domanda per dargli il tempo di formulare una risposta. Viceversa Dio si rivolge all’uomo, dandogli il tempo di prepararsi una difesa, quasi a prepararlo alla seconda domanda, che sarebbe arrivata subito dopo. Quando dobbiamo accusare qualcuno, dovremmo anche dargli la possibilità di prepararsi una giustificazione. Dobbiamo leggere questi racconti, imparando come Dio si comporta, per imitarlo.
Non lasciamoci trascinare dal fascino che esercitano questi racconti o dalle tradizioni stereotipate che ci portano fuori strada. Le traduzioni fanno molta fatica a rendere ciò che il testo vuole dire, perciò dobbiamo sempre stare attenti, tenendo conto anche che certi termini sembrano molto semplici a tradurli e invece non capiamo bene cosa veramente significano. Per es., cosa significa santificare, benedire? I termini hanno tanti significati, a volte diversi; se vogliamo capire più in profondità i testi, non possiamo accontentarci di una traduzione sommaria, ma dobbiamo interrogarci sui significati, che vanno al di là delle parole stesse.

JAZZ COMPILATION 2013

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Publié dans:SAX, SAX: IO AMO ILSAX |on 23 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

MARTIN LUTHER KING–QUESTI SONO ALCUNI SUOI SCRITTI, COMMENTI E RIFLESSIONI !!!!!

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MARTIN LUTHER KING–QUESTI SONO ALCUNI SUOI SCRITTI, COMMENTI E RIFLESSIONI !!!!!

pubblicata da Vittorio Barbanotti il giorno sabato 30 maggio 2009

Martin Luther King jr

Secondo me, dopo aver letto alcuni di questi scritti,dovremmo tutti quanti avere la forza e capacità di (più che guardarci allo specchio) guardarci nel profondo del cuore e pensare che forse : »sarebbe meglio oltre che citarli,gli scritti di Martin Luther King jr,verificare che non ci abbiano insegnato qualche cosa ».
Comunque,ogni spazio frà uno scritto e l’altro,racchiude una frase o uno scritto di MLK,che non sono neccessariamente collegati trà loro,ma fanno parte di momenti di vita diversi.
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Mi rifiuto di accettare l’idea che « l’uomo com’è »nella sua natura presente sia per ciò stesso moralmente incapace di elevarsi a raggiungere l’eterno « uomo come dovrebbe essere »che in eterno lo interpella.Mi rifiuto di accettare l’idea che l’umanità sia incatenata con nodi tragicamente indissolubili alla notte senza stelle del razzismo e della guerra al punto che l’alba luminosa della pace e della fratellanza non possa mai diventare realtà.credo che perfino nell’attuale imperversare dei colpi di cannone e dei sibili dei proiettili ci sia ancora speranza in un domani più luminoso.Credo che la giustizia ferita che oggi giace accasciata nelle strade insanguinate dei nostri paesi,possa essere sollevata dalla polvere della vergogna e posta a regnare suprema trà i figli degli uomini.Ho l’audacia di credere che i popoli di tutta la terra possano ottenere tre pasti al giorno per il loro corpo,istruzione e cultura per la loro mente,dignità,uguaglianza e libertà per il loro spirito.Io credo che quanto è stato distrutto da alcuni uomini egocentrici,altri uomini eterocentrici possono ricostruire.Credo che un giorno l’umanità si inchinerà di fronte agli altari di Dio e riceverà la corona del trionfo sulla guerra e sullo spargimento di sangue,mentre la benevolenza redentrice della non violenza sarà proclamata legge generale.Credo ancora che noi vinceremo:questa fede ci può dare il coraggio di afrontare le incertezze del futuro.Potrà dare nuovo vigore ai nostri piedi affaticati mentre cotinuiamo ad avanzare verso la Città della libertà.Oggi vengo a Oslo come un fiduciario,ispirato e con una rinnovata dedizione all’umanità.Accetto questo premio a nome di tutti gli uomini che amano la pace e la fraternità.
(Parte di un discorso pronunciato a Oslo,al ricevimento del premio Nobel per la Pace che3 le fù consegnato il 10 Dicembre 1964)

Nella vita ogni tanto si verificano momenti di inesprimbile appagamento che non possono essere spiegati fino in fondo dai simboli che chiamiamo parole.Il loro senso si può articolare soltanto nel lnguaggio impercettibile del cuore
Ma nello stesso modo in cui la non violenza a fatto risaltare tutta la bruttura dell’ingiustizia razziale,oggi dobbiamo trovare il modo di mettere a nudo e di guarire il malanno della povertà : e non soltanto nei suoi sintomi,ma nelle cause di fondo.
Il potere dell’anima supera la forza della violenza.
Era meraviglioso che la lotta per la Libertà e la dignità degli uomini superasse i dissidi fra le confessioni cattoliche e protestanti.
La disumanità dell’uomo non si materializza soltanto negli atti corrosivi dei malvagi.Si materializza anche nella corrutrice inattività dei buoni.
No,no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti,finche la giustizia non scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume in piena.
La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perchè la sua ingiustizia la ritiene ingiusta,ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscenza della comunità circa la sua ingiustizia,manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge.
Sappiamo per dolorosa esperienza che l’opressore non concede mai la libertà per decisione spontanea:sono gli opressi che devono esigere di ottenerla.
A noi accade di vivere esperienze in cui la luce del giorno svanisce,lasciandoci in una mezzanotte oscura e desolata : momenti in cui le nostre speranze più alte rovinano nello scoramento,oppure in cui siamo vittime di tragiche ingiustizie,di orribili sfruttamenti.In momenti simili il nostro spirito rischia di essere sopraffatto dalla tetraggine e dalla disperazione:ci sembra che non ci sia nessuna luce,da nessuna parte.Ma sempre se guardiamo verso oriente,scopriamo che c’è un’altra luce,che risplende perfino nelle tenebre e « la lancia della frustrazione » si trasforma « in un raggio di luce ».
Sul cammino della vita,qualcuno deve avere abbastanza buon senso e abbastanza senso morale da spezzare la catena dell’odio e del male.Il modo migliore per riuscirci è con l’amore.Io credo fermamente che l’amore può trasformare la realtà,tanto da innalzare un’intera comunità a orizzonti nuovi di correttezza reciproca,di buona volontà e di giustizia.
Il capitalismo corre sempre il rischio di indurre gli uomini a preoccuparsi di guadagnarsi da vivere più di costruirsi una vita.
« Una religione che finisce con l’individuo finisce. »
Nessuna menzogna può vivere per sempre.
La verità che è stata schiacciata a terra tornerà a sollevarsi.
Ma nello stesso modo in cui la non violenza ha fatto risaltare tutta la bruttura dell’ingiustizia razziale,oggi dobbiamo trovare il modo di mettere a nudo e di guarire il malanno della povertà:e non soltanto nei suoi sintomi,ma nelle cause di fondo.
C’è una differenza enorme frà il non opporre resistenza al male e l’opporre una resistenza non violenta.
La violenza e l’odio generano soltanto violenza e odio.
Marciamo sulla povertà finche non ci siano più affamati che si aggirano per le strade delle nostre città grandi e piccole alla ricerca di un inesistente posto di lavoro.
Nessuna menzogna può vivere in eterno.
E’ pur sempre vero che mieterete quel che seminate.
Il braccio dell’universo morale è lungo,ma si piega verso la giustizia.
Quando un popolo è senza voce,può abbandonarsi a scene isteriche come i bambini piccoli che non ricevono abbastanza attenzione,e le rivolte sono scene di isterismo su scala massiccia,messe in atto da un popolo trascurato e senza voce.
Limitarsi a condannare la violenza è del tutto vano,se non si comprende la violenza quotidiana che la nostra socetà infligge a tanti suoi membri.
Quando alla fine tutto sarà registrato negli annali della sociologia;quando i filosofi,i sociologi e i predicatori avranno detto quel che hanno da dire,dovremo tornare al fatto che una persona partecipa a questa socetà in primo luogo come entità economica.Lo zoccolo di roccia non è formato dai poeti,dagli atleti,dagli artisti;la nostra esistenza si impernia sul fatto che siamo consumatori,perchè in primo luogo dobbiamo mangiare e avere una casa dove vivere.
Quando per un motivo o per l’altro,una persona è esclusa dalla cerchia dei consumatori,nascono scontento e irrequietezza.
Questo è il momento di lasciare che la giustizia scorra come l’acqua e la rettitudine come un fiume possente.
Noi dobbiamo condannare coloro che perpetuano la violenza,non gli individui che si dedicano ad ottenere il rispetto dei propri diritti costituzionali.
Sono convinto che perfino i caratteri violenti possono essere disciplinati da un tirocinio che li educhi alla non violenza,se riescono ad agire in modo costruttivo e a esprimere per vie efficaci la loro più che legittima collera.
Per noi le celle di prigione non sono vergognose segrete,sono luoghi dove trovano riparo la libertà e la dignità umana.
Se rispetti il mio denaro,devi rispettare la mia persona.
Dalla delusione nasce la disperazione e dalla disperazione nasce il rancore.
Il rancore non riesce a tracciare la distizione frà alcuni e tutti.
Trasformare l’impotenza in potere creativo e positivo.
Il potere propriamente inteso è la capacità di conseguire i propi fini.E’ la forza richiesta per produrre il mutamento nella società,nella politica e nell’economia.I n questo senso il potere non è soltanto auspicabile,ma necessario per attuare le esigenze dell’amore e della giustizia.
Occorre rendersi conto che il potere senza l’amore è sfrenato e prepotente,mentre l’amore senza potere è sentimentalmente anemico.
Quando la speranza muore,la rivoluzione degenera in un contenitore indiscriminato di gesti vacui ed evanescenti.
La non violenza è potere,ma è un uso giusto e buono del potere.
Un vero leader non va a caccia di consensi.
L’odio danneggia chi lo prova,non meno di chi lo subisce,come un cancro senza freni,l’odio corrode il carattere ed erode l’unità vitale della persona.
Nella vita c’è un momento esistenziale in cui si deve decidere di parlare per se stessi ; nessun altro può parlare al tuo posto.
Non avevo forse propugnato il pricipio che distogliere lo sguardo dal male ecquivale di fatto ad autorizzarlo?
La vera compassione non si limita a gettare una moneta al mendicante,ma arriva a capire che , se produce mendicanti,un edificio a bisogno di ristrutturazioe.
Una nazione che continua ,un anno dopo l’altro a spendere più denaro per la difesa militare che per i programmi di elevazione sociale,si avvicina alla morte dello spirito.
Ogni nazione , oramai,deve sviluppare sopra ogni altra cosa una realtà verso l’umanità,verso l’umanità nel suo insieme,in modo di riuscire a conservare il meglio delle singole società.
Se non agiremo, saremo certo trascinati lungo gli oscuri,lunghi e infamanti corridoi del tempo riservati a quanti possiedono potere ma non compassione,potenza ma non moralità,forza ma non giudizio.
In ultima analisi,un uomo non si misura dalla posizione che assume nei momentidi convenienza,ma da quella che assume nel cimento,nelle grandi crisi e controversie.
Vi dico,questa mattina,che se non avete mai trovato una cosa che vi sia talmente cara e preziosa per cui dareste in cambio la vita,non siete adatti alla vita.
Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della verità ; siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della giustizia.
Non dimenticate mai che la Libertà non è una cosa che l’oppressore concede spontaneamente,è una cosa che gli oppressi devono pretendere.
Immagino che uno dei grandi tormenti della vita sia che non smettiamo mai di cercare di terminare quello che non può essere terminato.
Facciamo dichiarazioni contro la guerra,protestiamo,ma è come se con la testa tentassimo di abbattere un muro di cemento.
Forse non sarà per oggi,forse non sarà per domani,ma è bene che sia nel tuo cuore,è bene che tu ci provi.Magari non riuscirai a vederlo.Il sogno può anche non realizzarsi,ma è comunque un bene che tu abbia un sogno da realizzare,è bene che sia negli uomini il tuo cuore.
Da anni ormai gli uomini parlano di guerra e di pace ; ma ormai ,non possono limitarsi solo a parlarne,A questo punto non è questione di scegliere trà violenza e non violenza ; si tratta di scegliere , o non violenza o non esistenza.
Non abbiamo intrappreso un campagna di protesta negativa,non abbiamo intrappreso discussioni negative con nessuno ; diciamo che siamo determinati a essere uomini,siamo determinati a essere popolo.
Esiste un genere di fuoco che nessuna acqua riesce a spegnere.

PARECCHI ANNI PRIMA DI MORIRE :
Mentre era ricoverato in ospedale per curarsi delle ferite provocate da una pugnalata infertagli da una donna che attentava alla sua vita,Martin Luther King jr,ricevette tantissime lettere di solidarietà,ma ce ne fù una che lo colpi in maniera forte e della quale non si dimenticò mai,la lettera proveniva da una ragazzina della quarta ginnasio di White Plains e diceva « Non dovrebbe avere importanza,ma vorrei dirle che sono bianca.Ho letto sul giornale della sua disgrazia e delle sue sofferenze.E ho letto anche che se avesse starnutito,sarebbe morto e le scrivo per dirle semplicemente che sono contenta che non abbia starnutito ».

MARTIN LUTHER KING JR,era nato nel 1929 ad Atlanta in Georgia ed è stato assassinato al Loraine Hotel a Memphis nel Tennessee il 4 Aprile 1968.

Nel 1964 a Oslo (in Norvegia) ricevette il premio Nobel per la Pace e per la sua azione non violenta in favore dell’uguaglianza e contro ogni razzismo.

Publié dans:MARTIN LUTHER KING |on 23 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

The Shofar Cries;

The Shofar Cries; dans IMMAGINI BELLE bowing-Shofar
http://net-presence.ca/innerstream/2010/09/rosh-hashanah-the-shofar-cries-a-nation-journeys/

Publié dans:IMMAGINI BELLE |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL SUONO DELLO SHOFAR – † DI RAV ELIO TOAFF

http://www.e-brei.net/articoli/feste/shofar.htm

IL SUONO DELLO SHOFAR – † DI RAV ELIO TOAFF

RABBINO CAPO DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI ROMA (dal 1951 al 2001)

Beato il popolo che conosce la Terua’ (il suono dello Shofar); esso procede, o Signore, alla luce della tua faccia (Salmo LXXXIV,16).
Con questo versetto si apre il testo che viene recitato subito dopo aver ascoltato lo Shofar di Shachrith; poiche’ un noto teosofo del XVII secolo, Chayim Vital, ammonisce:
E’ conveniente e opportuno che il maestro della comunita’ tenga una predica al pubblico nell’ora in cui si suona lo Shofar per destare il cuore degli addormentati
vorrei parlare brevemente del valore che l’ebraismo assegna al suono dello Shofar.
I tre elementi che, secondo il pensiero Talmudico, debbono costituire la preghiera di Musaf dei giorni di Rosh Ha Shana’ sono:
Malchuyoth (riconoscimento e dichiarazione della sovranita’ di D-o sul creato)
Zichronoth (menzione del ricordo che D-o ha ed ha sempre avuto presente, delle azioni degli uomini in genere, e di Israele e dei suoi personaggi piu’ rappresentativi in specie)
Shofaroth (funzione e valore del suono dello Shofar)
Come altri precetti della Torah, esso ha sia un valore storico che uno teologico-mistico infatti la prima volta che nel Pentateuco si parla di Shofar e’ a proposito della rivelazione Sinaica:
In mezzo al fragore dei tuoni, al bagliore dei lampi che precedettero e accompagnarono il grande avvenimento, il popolo ebraico, raccolto ai piedi del monte, udiva il suono dello Shofar che andava facendosi sempre piu’ forte.
Nel Tanach troviamo altri due riferimenti importanti: l’anno giubilare, alla fine di ogni cinquantennio, veniva annunciato nel giorno di Kippur, in tutta la terra di Israele col suono dello Shofar (Lev. XXV-9) e la storia secondo la quale le mura di Gerico caddero e la citta’ fu espugnata da Giosue’, al suono dello Shofar (Gios. VI. 1-12).
Alla luce di questi testi, il suono di esso e’ da considerarsi come l’eco del Sinai, che opportunamente rievochiamo nel giorno in cui noi, consci e pentiti per aver trasgredito la legge che sul Sinai ci fu data, ci proponiamo di tornare ad essa. Un richiamo e, come generalmente si dice, un incentivo alla penitenza.
Ci richiama anche, dice S. D. Luzzatto la nostra antica esistenza politica, l’esistenza di un popolo che fu nazione e che oggi non vive che in D-o e che cessera’ di esistere soltanto se cessera’ di credere in D-o. Ognuno vede come attribuire allo Shofar un fine commemorativo della nostra antica esistenza politica: oggi, ripristinato lo stato ebraico, si dimostra una ragione insussistente; nessuno penserebbe, venuto meno tale scopo, di considerarlo un rito sorpassato o superfluo.
Sembra anche ragione troppo meschina quella che si da’ dello stesso Luzzatto e da altri semplicisti dell’ebraismo, che il suono dello Shofar fosse stato comandato per porre a pubblica notizia quando ancora non si stampavano calendari, come dice argutamente E. Benamozegh (lettere a S. D. Luzzatto, Livorno 1890; pag. 76), il principio dell’anno.
Da un passo del libro dei Numeri (X, 9) in cui si parla della guerra che il popolo ebraico si trova a dover sostenere contro i nemici che vengano ad assalirlo, apprendiamo che il suono ha virtu’ propiziatrice sia nel procurare la liberazione dal nemico materiale che nel difendere dal peccato, il nemico spirituale. Se osserviamo anche l’espressione jom zichro’n terua’ con cui il giorno di Rosh Ha Shana’ viene designato, dobbiamo concludere che non puo’ significare giorno ricordato col suono ma piuttosto giorno del ricordo (d’Israele a D-o) a mezzo del suono.
Perche’, a dire il vero, sembrerebbe strano che il testo del Pentateuco non abbia saputo designare un giorno dell’importanza del Rosh Ha Shana’, che indicandolo col mezzo che si adoperava per renderlo noto: il giorno che si ricorda col suono.
Il significato, teologico invece, e ampiamente e minuziosamente dichiarato e sviluppato nella legge tradizionale, perche’, come si sa, il pentateuco e’ un manuale di precetti e di storia, non un’opera di religione teorica. La tradizione, infatti, insieme con un numero stragrande di leggi relative alla materia, alla qualita’, alla forma dello Shofar, ha un’infinita’ di disposizioni relative al numero, alla specie, alle modulazioni, ai toni, delle suonate; in ogni tempo sono state scritte preghiere da recitarsi dal Tokea’ e dagli ascoltatori, prima, durante e dopo il suono. Non si sarebbe avuta tanta cura, ne’ si sarebbe circondato di tante cautele la confezione, l’uso e l’emissione della voce di uno strumento che, in altri tempi, fosse stato semplicemente un mezzo di pubblicita’ ed oggi niente altro che una forma di commemorazione.
I Talmudisti, seguendo il loro sistema abituale di materializzare, per farle meglio comprendere, le cose piu’ spirituali, hanno detto che D-o al suono dello Shofar abbandona il trono della giustizia e va a sedersi su quello della grazia, sostituendo all’attributo della giustizia quello della clemenza.
Lo fa intendere, aggiungono, il Salmo XLVII in cui la frase viene interpretata: D-o sale sul trono come elohim (giudice), diventa ha shem (clemente) al suono dello Shofar; nel linguaggio filosofico infatti il nome elohim, che significa anche giudice, corrisponde alla Middat Ha Din, l’attributo della giustizia, mentre Ha Shem corrisponde alla Middath Rachamim, l’attributo della grazia.
Con altra espressione teologica hanno detto (Talmud: Rosh Ha Shana’ 16b) che lo Shofar ha la virtu’ di confondere il satan l’avversario accusatore: e’ come dire di neutralizzare e di annullare le forze malefiche che le nostre trasgressioni alla Torah hanno creato, e che, per il turbamento che hanno prodotto sull’armonia del creato e sul normale andamento dell’universo reclamano una pena.
Neppure l’etimologia del nome Shofar e’ sfuggita alla penetrazione dei maestri che ci dicono essere un simbolo della efficacia della penitenza: a mezzo dello Shofar D-o dice a Israele:
Convertite in buone le vostre azioni! se voi convertirete in buone le vostre azioni, io diventero’ per voi come lo Shofar: alla maniera stessa che nello Shofar la voce viene immessa da una parte ed esce dall’altra, cosi io mi alzo dal trono della giustizia per andarmi a sedere sul trono della grazia. (Vayqra’ Rabba, 29).
Quale e’ la causa di tanta virtu’? ogni nota di Shofar, dice Benamozegh, ha la sua importanza, come ogni atomo della materia e’ un mistero: come ogni corpo, ha il suo posto e il suo valore nella creazione (Lettere cit. pag.74). Ha un valore proprio, assoluto, ed ha dei rapporti e delle armonie con l’ordine universale e con la natura delle cose (lbid. – pag. 85).
Come affermano i nostri teosofi, il suono dello Shofar ha un valore in se e per se’, un valore cosmologico, eterno, infinito.
Lo Shofar e’ infine il simbolo del messia perche’ destinato ad essere il segnale della resurrezione, della redenzione finale di Israele e delle genti. I vaticini dei profeti concordemente lo proclamano, e percio’ i passi piu’ significativi dei loro scritti figurano nel nostro rituale come introduzione al suono: dice Isaia (XXVII-13):
Accadra’ in quel giorno, che sara’ suonato un grande Shofar; verranno allora gli sperduti nel paese di Assiria e i dispersi nella terra di Egitto e si presteranno al signore nel monte santo in Gerusalemme.
E in un altro passo (XVIII-3):
O voi tutti che abitate l’universo e popolate la terra! vi troverete a vedere innalzato il vessillo sui monti e a udire il suono dello Shofar
e Zecharia’ (IX-14)continua dicendo che
Il signore si manifestera’ a loro: i suoi dardi usciranno come il baleno. Il signore D-o suonera’ con lo Shofar e si avanzera’ in mezzo alle procelle del mezzogiorno.
Lo Shofar e’ considerato dunque dai profeti, ci sia lecito l’antropomorfismo, come la voce di D-o e dichiarato sacro, per gli usi a cui e’ servito e per quelli a cui e’ riservato.

Benamozegh afferma che:
Come al decalogo, che qualcuno considera l’inizio di un nuovo universo per i popoli del mondo, esordi’ uno Shofar, all’epilogo dell’universo, la resurrezione e il rinnovamento della terra, esordira’ un altro Shofar cosi forte, cosi divinamente suonato, che avra’ la virtu’ di svegliare, come dicono le scritture, coloro che dormono nella polvere. (Cinque conferenze sulla Pentecoste; Liv. 1886, pagg. 37-38)
L’uno e l’altro Shofar sono fatti, dicono i dottori, dell’uno e dell’altro corno dell’ariete sostituito ad Isacco (come sacrificio sul Monte Moria’): uno suono’ nella rivelazione, l’altro suonera’ nella resurrezione, l’uno apre, l’altro chiude la vita morale dell’umanita’, o per dir meglio, ne apre uno stadio piu’ eccelso. Le due suonate sono le due espirazioni di D-o, le due emissioni, le due emanazioni del suo spirito infinito, cosi’ come le distruzioni, i cataclismi e i finimondi sono le sue inspirazioni. Tale e’ il valore del suono dello Shofar, parte cospicua del complesso cerimoniale dei due giorni di Rosh Ha Shana’.

Publié dans:EBRAISMO, RAV. ELIO TOAFF |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Cuba, Las calles de Camagüey, Plaza del Carmen

Cuba, Las calles de Camagüey, Plaza del Carmen dans immagini Plaza-del-Carmen-e1319309189342
http://serturista.com/cuba/las-calles-de-camaguey/

Publié dans:immagini |on 21 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – AI GIOVANI DEL CENTRO CULTURALE PADRE FÉLIX VARELA – 20 SETTEMBRE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/september/documents/papa-francesco_20150920_cuba-giovani.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO A CUBA, NEGLI STATI UNITI D’AMERICA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
(19-28 SETTEMBRE 2015)

SALUTO DEL SANTO PADRE AI GIOVANI DEL CENTRO CULTURALE PADRE FÉLIX VARELA

La Habana

Domenica, 20 settembre 2015

Parole pronunciate dal Santo Padre
Voi siete in piedi e io sto seduto. Che vergogna! Ma, sapete perché sto seduto? Perché ho preso appunti di alcune cose che ha detto il nostro compagno e delle quali voglio parlarvi. Una parola si è imposta con forza: sognare. Uno scrittore latinoamericano diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. Bello, vero?
Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in sé stesso, è chiuso in sé stesso. Tutti sognano cose che non accadranno mai… Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi. Non so se a Cuba si usa la parola, ma noi argentini diciamo “no te arrugues”, non tirarti indietro, apriti. Apriti e sogna. Sogna che il mondo con te può essere diverso. Sogna che se darai il meglio di te, aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso. Non lo dimenticate, sognate. A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo, e la vita vi taglia la strada. Non importa, sognate. E raccontate i vostri sogni. Raccontate, parlate delle cose grandi che desiderate, perché più grande è la capacità di sognare – e la vita ti lascia a metà strada –, più cammino hai percorso. Perciò, prima di tutto sognare.
Hai detto una piccola frase che avevo scritto qui durante l’intervento, ma l’ho sottolineata e ho preso qualche appunto: che sappiamo accogliere e accettare chi la pensa diversamente. In realtà noi, a volte, siamo chiusi. Ci mettiamo nel nostro piccolo mondo: “O è così, o niente”. E sei andato oltre: che non ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie o delle religioni. Che possiamo crescere di fronte agli individualismi. Quando una religione diventa conventicola, perde il meglio che ha, perde la sua realtà di adorare Dio, di credere in Dio. È una conventicola. È una conventicola di parole, di preghiere, di “io sono buono, tu sei cattivo”, di prescrizioni morali. E quando io ho la mia ideologia, il mio modo di pensare e tu hai il tuo, mi chiudo in questa conventicola dell’ideologia.
Cuori aperti, menti aperte. Se la pensi in modo diverso da me, perché non ne parliamo? Perché stiamo sempre a litigare su ciò che ci separa, su ciò in cui siamo diversi? Perché non ci diamo la mano in ciò che abbiamo in comune? Dobbiamo avere il coraggio di parlare di quello che abbiamo in comune. E dopo possiamo parlare di quello che di diverso abbiamo o pensiamo. Ma dico parlare. Non dico litigare. Non dico chiuderci. Non dico “spettegolare”, come hai detto tu. Ma ciò è possibile solo quando ho la capacità di parlare di ciò che ho in comune con l’altro, di ciò per cui siamo capaci di lavorare insieme. A Buenos Aires – in una parrocchia nuova, in una zona molto, molto povera – un gruppo di giovani universitari stava costruendo alcuni locali parrocchiali. E il parroco mi ha detto: “Perché non vieni un sabato e così te li presento?”. Si dedicavano a costruire il sabato e la domenica. Erano ragazzi e ragazze dell’università. Sono andato e li ho visti, e me li hanno presentati: “Questo è l’architetto, è ebreo, questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…”. Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune. Questa si chiama amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare: “Bene, negoziamo. Che cosa possiamo fare in comune? In quali cose cederemo? Ma non uccidiamo altra gente”. Quando c’è divisione, c’è morte. C’è morte nell’anima, perché stiamo uccidendo la capacità di unire. Stiamo uccidendo l’amicizia sociale. Questo vi chiedo oggi: siate capaci di creare l’amicizia sociale.
Poi c’è un’altra parola che hai detto. La parola speranza. I giovani sono la speranza di un popolo. Questo lo sentiamo dire dappertutto. Ma che cos’è la speranza? È essere ottimisti? No. L’ottimismo è uno stato d’animo. Domani ti alzi col mal di fegato e non sei ottimista, vedi tutto nero. La speranza è qualcosa di più. La speranza è sofferta. La speranza sa soffrire per portare avanti un progetto, sa sacrificarsi. Tu sei capace di sacrificarti per un futuro o vuoi solo vivere il presente e che quelli che verranno si arrangino? La speranza è feconda. La speranza dà vita. Tu sei capace di dare vita, o diventerai un ragazzo o una ragazza spiritualmente sterile, incapace di creare vita per gli altri, incapace di creare amicizia sociale, incapace di creare patria, incapace di creare grandezza? La speranza è feconda. La speranza si dà nel lavoro. Voglio ricordare qui un problema molto grave che si sta vivendo in Europa, cioè il gran numero di giovani che non ha lavoro. Ci sono Paesi in cui la percentuale dei giovani dai 25 anni in giù disoccupati è del 40%. Penso a un Paese. In un altro paese del 47 %, e in un altro ancora del 50%. È chiaro che un popolo che non si preoccupa di dare lavoro ai giovani, un popolo – e quando dico popolo non dico governi –, un intero popolo che non si preoccupa della gente, che questi giovani lavorino, questo popolo non ha futuro.
I giovani entrano a far parte della cultura dello scarto. E tutti sappiamo che oggi, in questo impero del dio denaro, si scartano le cose e si scartano le persone. Si scartano i bambini perché non li si vuole o perché li si uccide prima che nascano. Si scartano gli anziani – sto parlando del mondo, in generale –, si scartano gli anziani perché non producono più. In alcuni Paesi, c’è la legge sull’eutanasia, ma in tanti altri c’è un’eutanasia nascosta, occulta. Si scartano i giovani perché non si dà loro lavoro. Allora, che cosa resta a un giovane senza lavoro? Se un Paese non inventa, se un popolo non inventa possibilità di lavoro per i suoi giovani, a quel giovane restano solo o le dipendenze o il suicidio, o andare in giro a cercare eserciti di distruzione per creare guerre. Questa cultura dello scarto sta facendo del male a tutti noi, ci toglie la speranza. Ed è quello che hai chiesto per i giovani: vogliamo speranza. Speranza che è sofferta, è laboriosa, è feconda. Ci dà lavoro e ci salva dalla cultura dello scarto. E questa speranza convoca, convoca tutti, perché un popolo che sa autoconvocarsi per guardare al futuro e costruire l’amicizia sociale – come ho già detto, anche se si pensa in modi diversi –, questo popolo ha speranza.
E se io incontro un giovane senza speranza – l’ho già detto una volta – quel giovane è un “pensionato”. Ci sono giovani che sembrano andare in pensione a 22 anni. Sono giovani con una tristezza esistenziale. Sono giovani che hanno puntato la loro vita sul disfattismo di base. Sono giovani che si lamentano. Sono giovani che fuggono dalla vita. Il cammino della speranza non è facile e non si può percorrere da soli. C’è un proverbio africano che dice: “Se vuoi andare in fretta, vai solo, ma se vuoi arrivare lontano, vai accompagnato”. E io voglio che voi, giovani cubani, anche se la pensate in modo diverso, anche se avete punti di vista diversi, andiate in compagnia, insieme, cercando la speranza, cercando il futuro e la nobiltà della patria.
Abbiamo iniziato con la parola “sognare”, e voglio concludere con un’altra espressione che mi hai detto e che io uso spesso: la cultura dell’incontro. Per favore, non dividiamoci tra noi. Andiamo insieme, uniti, anche se la pensiamo diversamente, anche se sentiamo diversamente. Ma c’è qualcosa che è superiore a noi, è la grandezza del nostro popolo, è la grandezza della nostra patria, ed è a questa bellezza, a questa dolce speranza della patria, che dobbiamo arrivare. Grazie.
Bene, vi saluto augurandovi ogni bene, augurandovi… tutto quello che vi ho detto. Ve lo auguro. Pregherò per voi. E vi chiedo di pregare per me. E se qualcuno di voi non è credente – e non può pregare perché non è credente – che almeno mi auguri cose buone. Che Dio vi benedica, vi faccia procedere lungo questo cammino di speranza verso la cultura dell’incontro, evitando quelle conventicole di cui ha parlato il nostro compagno. E che Dio vi benedica tutti.

Cari amici,
Provo una grande gioia nel poter stare con voi proprio qui in questo Centro Culturale, così significativo per la storia di Cuba. Rendo grazie a Dio per avermi concesso l’opportunità di avere quest’incontro con tanti giovani che, col proprio lavoro, studio e preparazione, stanno sognando e anche già realizzando il domani di Cuba.
Ringrazio Leonardo per le sue parole di saluto, e specialmente perché, pur potendo parlare di molte altre cose, certamente importanti e concrete, come le difficoltà, le paure, i dubbi – tanto reali e umani -, ci ha parlato di speranza, di quei sogni e aspirazioni che sono fortemente impressi nel cuore dei giovani cubani, al di là delle loro differenze di formazione, di cultura, di fede e di idee. Grazie, Leonardo, perché io stesso, quando guardo voi, la prima cosa che mi viene nella mente e nel cuore è la parola speranza. Non posso concepire un giovane che non si muova, che rimanga bloccato, che non abbia sogni né ideali, che non aspiri a qualcosa di più.
Ma qual è la speranza di un giovane cubano in quest’epoca della storia? Né più né meno che quella di qualsiasi altro giovane di qualsiasi parte del mondo. Perché la speranza ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. Senza dubbio, questo comporta un rischio. Chiede di essere disposti a non lasciarsi sedurre da ciò che è passeggero e caduco, da false promesse di felicità vuota, di piacere immediato ed egoista, di una vita mediocre, centrata su se stessi, e che lascia nel cuore solo tanta tristezza e amarezza. No, la speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa. Io chiederei a ciascuno di voi: Cos’è che muove la tua vita? Cosa c’è nel tuo cuore, in cui abitano le tue aspirazioni? Sei disposto a rischiare sempre per qualcosa di più grande?
Qualcuno di voi potrebbe dirmi: “Sì, Padre, l’attrazione per questi ideali è grande. Sento il loro richiamo, la loro bellezza, lo splendore della loro luce nella mia anima. Ma, nello stesso tempo, la realtà della mia debolezza e delle mie poche forze è molto pesante perché io riesca a decidermi a percorrere il cammino della speranza. La meta è molto alta e le mie forze sono poche. Meglio accontentarsi di poco, di cose forse meno grandi però più realiste, più alla portata delle mie possibilità”. Comprendo questa reazione, è normale sentire il peso di quanto è arduo e difficile, tuttavia, attenti a non cadere nella tentazione della delusione, che paralizza l’intelligenza e la volontà, e a non lasciarci prendere dalla rassegnazione, che è un pessimismo radicale di fronte ad ogni possibilità di raggiungere i nostri sogni. Questi atteggiamenti alla fine sfociano o in una fuga dalla realtà verso paradisi artificiali o in un trincerarsi nell’egoismo personale, in una specie di cinismo, che non vuole ascoltare il grido di giustizia, di verità e di umanità che si leva intorno a noi e dentro di noi.
Ma che fare? Come trovare vie di speranza nella situazione in cui viviamo? Come fare perché questi sogni di pienezza, di vita autentica, di giustizia e verità, siano una realtà nella nostra vita personale, nel nostro paese e nel mondo? Penso che ci sono tre idee che possono essere utili per tenere viva la speranza.
La speranza, un cammino fatto di memoria e discernimento. La speranza è la virtù di colui che è in cammino e si dirige da qualche parte. Non è dunque un semplice camminare per il gusto di camminare, bensì ha un fine, una meta, che è quella che dà senso e illumina la strada. Nello stesso tempo, la speranza si nutre della memoria, comprende con il suo sguardo non solo il futuro ma anche il passato e il presente. Per camminare nella vita, oltre a sapere dove vogliamo andare, è importante sapere anche chi siamo e da dove veniamo. Una persona o un popolo che non ha memoria e cancella il suo passato, corre il rischio di perdere la sua identità e rovinare il suo futuro. È necessaria pertanto la memoria di ciò che siamo, di ciò che costituisce il nostro patrimonio spirituale e morale. Credo che questa sia l’esperienza e l’insegnamento di quel grande cubano che è stato Padre Félix Varela. Ed è necessario anche il discernimento, perché è essenziale aprirsi alla realtà e saperla leggere senza timori e pregiudizi. Non servono le letture parziali o ideologiche, che deformano la realtà affinché entri nei nostri piccoli schemi prestabiliti, provocando sempre delusione e disperazione. Discernimento e memoria, perché il discernimento non è cieco, ma si realizza sulla base di solidi criteri etici, morali, che aiutano a discernere ciò che è buono e giusto.
La speranza, un cammino accompagnato. Dice un proverbio africano: «Se vuoi andare in fretta, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai in compagnia». L’isolamento o la chiusura in sé stessi non generano mai speranza, invece la vicinanza e l’incontro con l’altro sì. Da soli non arriviamo da nessuna parte. E con la esclusione non si costruisce un futuro per nessuno, neanche per sé stessi. Un cammino di speranza esige una cultura dell’incontro, del dialogo, che superi i contrasti e il confronto sterile. Perciò è fondamentale considerare le differenze nel modo di pensare non come un rischio, ma come una ricchezza e un fattore di crescita. Il mondo ha bisogno di questa cultura dell’incontro, ha bisogno di giovani che vogliano conoscersi, che vogliano amarsi, che vogliano camminare uniti e costruire un paese come lo sognava José Martí: «Con tutti e per il bene di tutti».
La speranza, un cammino solidale. La cultura dell’incontro deve condurre naturalmente a una cultura della solidarietà. Apprezzo molto quanto ha detto Leonardo all’inizio quando ha parlato della solidarietà come forza che aiuta a superare ogni ostacolo. Effettivamente, se non c’è solidarietà non c’è futuro per nessun Paese. In cima a qualsiasi altra considerazione o interesse, ci dev’essere la preoccupazione concreta e reale per l’essere umano, che può essere mio amico, mio compagno, o anche qualcuno che la pensa in modo diversa, che ha le sue idee, ma che è un essere umano e un cubano tanto quanto me. Non basta la semplice tolleranza, occorre andare oltre e passare da un atteggiamento diffidente e difensivo a uno di accoglienza, di collaborazione, di servizio concreto e di aiuto effettivo. Non abbiate paura della solidarietà, del servizio, del dare la mano all’altro in modo che nessuno sia lasciato fuori dalla strada.
Questa strada della vita è illuminata da una speranza più alta: quella che ci viene dalla fede in Cristo. Egli si è fatto nostro compagno di viaggio, e non solo ci incoraggia ma ci accompagna, sta al nostro fianco e ci tende la sua mano di amico. Egli, il Figlio di Dio, ha voluto farsi uno come noi, per percorrere anche la nostra strada. La fede nella sua presenza, il suo amore e la sua amicizia, accendono e illuminano tutte le nostre speranze e illusioni. Con Lui, impariamo a discernere la realtà, a vivere l’incontro, a servire gli altri e a camminare nella solidarietà.
Cari giovani cubani, se Dio stesso è entrato nella nostra storia e si è fatto uomo in Gesù, si è caricato sulle spalle la nostra debolezza e il nostro peccato, non abbiate paura della speranza, non abbiate paura del futuro, perché Dio scommette su di voi, crede in voi, spera in voi.
Cari amici, grazie per questo incontro. La speranza in Cristo vostro amico vi guidi sempre nella vostra vita. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Il Signore vi benedica!

Publié dans:PAPA FRANCESCO |on 21 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

sono su questo blog che è molto tardi, sono tanto stanca, però vorrei dirvi qualcosa che è rimasta nel mio cuore questi giorni, la frase di Dostoivevski: la bellezza salverà il mondo. Ravasi continua a muovere il mio animo con questi temi; oggi Sgarbi, riferendosi all’immagine del bambino morto in Turchia, ha paragonato l’immagine del bambino con Santa Ceciliia, a Trastevere, due bambini, forse ha ragione, vorrei capire..meglio…profondamente, sono quasi le tre di notte..non capisco più niente, ho voglia di scrivere a Ravasi che si occupato molto di questo argomento, vediamo; se vi viene in mente qualcosa ditemelo ve ne prego!

Publié dans:amici |on 21 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

NO, NON È UN MITO, SONO LE CRONACHE DI NARNIA

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=1972

LE CRONACHE DI NARNIA

raccolta di alcuni articoli e interviste riguardanti «Le cronache di Narnia». Da Tolkien a Lewis, torna il tempo delle grandi saghe cristiane: la costruzione fantastica ha un fortissimo senso religioso. Nel ciclo di Narnia il leone Aslan è modellato dalla figura di Cristo.

NO, NON È UN MITO, SONO LE CRONACHE DI NARNIA
Al cinema la storia del sacrificio del leone Aslan per i suoi piccoli amici. opera di C. S. Lewis che raccontò così ai più piccoli una storia di duemila anni fa

di Roberto Persico e Edoardo Rialti (tempi.it)

Dopo Tolkien, Lewis. Come gli ha aperto la strada del ritorno alla Chiesa, così l’autore del Signore degli Anelli sembra fare da battistrada all’amico su quella del successo. Dopo la trilogia di Peter Jackson, campione d’incassi degli ultimi tre anni, l’avvenimento della stagione cinematografica promette di essere Le cronache di Narnia, versione per lo schermo del capolavoro di Lewis per i ragazzi.
Un’amicizia profonda e carica di conseguenze straordinariamente feconde, quella fra i due. Nel settembre del 1931 Clive Staples Lewis è uno studioso affermato, professore di letteratura inglese antica al prestigioso Magdalen College di Oxford, e ha già una lunga storia spirituale. Era nato a Belfast nel 1898 in una famiglia di rigida tradizione calvinista, educato all’odio e al disprezzo per tutto ciò che è cattolico e ‘papista’. Verso i diciott’anni, disgustato dal formalismo religioso delle scuole frequentate e conquistato dal razionalismo di un professore, si era dichiarato completamente ateo. Nel fango delle trincee della Prima guerra mondiale, di fronte al mistero della vita e della morte, si erano ridestate in lui le domande sul senso del reale, complice anche la scoperta di Chesterton. Ma col pregiudizio ateista aveva lottato ancora a lungo: è solo nel 1929 che, scrive, «mi arresi, ammisi che Dio era Dio, e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante di tutta l’Inghilterra». È però ancora un Dio senza volto. Cristo non è nulla più che un mito: «Quello che non riuscivo a capire era come la vita e la morte di Qualcun Altro (chiunque questi fosse) duemila anni fa potesse aiutare noi adesso – se non nella misura in cui potesse esserci utile il suo esempio. E la questione dell’esempio, sebbene tanto vera e importante, non è il cristianesimo».
La sera del 19 settembre 1931 nella stanza di Lewis al Magdalen inizia con l’amico Hugo Dyson, cui poco dopo si aggiunge John R. R. Tolkien, una conversazione che proseguirà fino alle tre di notte lungo i viali del college. Argomento, i miti e la realtà. «Ora, quello che Dyson e Tolkien mi hanno mostrato era questo: che se io incontro l’idea di un sacrificio in un racconto pagano questa non mi crea alcun problema: anzi, che se mi trovo accanto un dio che si sacrifica, ne sono attratto e misteriosamente commosso: ancora, che l’idea di un Dio che muore e risorge (Balder, Adone, Bacco) mi colpisce così tanto a condizione che la trovi ovunque tranne che nei Vangeli. Ora, la storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che agisce su di noi come gli altri, ma con la tremenda differenza che questo è davvero avvenuto. Cioè, le storie pagane sono Dio che esprime se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi ha trovato, mentre il cristianesimo è Dio che esprime Se stesso attraverso quello che chiamiamo ‘realtà’».

L’amicizia con Tolkien
Da quella sera, Lewis diventa cristiano. Da allora agli studi sulla letteratura medievale – di assoluto valore, anche se ahimé poco noti in Italia: L’allegoria d’amore, unico libro tradotto a suo tempo da Einaudi, è da tempo fuori catalogo – si è affiancata una produzione di saggi e interventi diretti a mostrare la ragionevolezza del cristianesimo e la sua corrispondenza alla natura umana (e l’insensatezza dei miti, in primis l’adorazione irrazionale della scienza e della storia, in cui lo scetticismo moderno inevitabilmente finisce).
È uno dei paradossi dell’umorismo di Dio che lo strumento della conversione di Lewis sia stato un uomo che non avrebbe dovuto piacergli: «Alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista, e (apertamente) al mio arrivo alla facoltà di inglese di non fidarmi mai di un filologo. Tolkien era l’uno e l’altro». L’amicizia fra i due era incominciata cinque anni prima, all’interno di quel gruppo di scrittori e studiosi che aveva preso a incontrarsi regolarmente nell’ufficio di Lewis o al pub ‘The eagle and the child’ e che si era ribattezzato gli ‘Inklings’ (vocabolo coniato da Lewis, significa all’incirca ‘inchiostratori’, in italiano diremmo ‘imbrattacarte’). Le loro discussioni partivano dalla letteratura e si allargavano a tutti gli aspetti della vita. È qui che una sera Lewis aveva detto a Tolkien la frase fatidica: «Caro Tollers, credo che se vogliamo leggere storie come piacciono a noi dovremo scrivercele da soli». È qui che Tolkien aveva letto i primi capitoli de Lo hobbit, incerto sul suo valore, ricevendo da Lewis l’apprezzamento e l’esortazione a continuare che porteranno alla creazione dell’epica della Terra di Mezzo. È sempre nelle riunioni degli Inklings che Lewis legge le bozze di Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra, Quell’orribile forza, la trilogia in cui rappresenta in uno scenario fantascientifico la lotta cosmica fra Dio e il Nemico (si può cominciare dall’ultimo, la partita decisiva che si gioca sulla Terra, fra un mostruoso progetto di dominio tecnologico e uno scalcinato e lieto gruppetto di irriducibili cristiani).
È infine nel solito pub che Lewis comincia a leggere Il leone, la strega e l’armadio – scritto per Lucy, figlia adottiva dell’amico Owen Barfield, malata di sclerosi multipla -, primo dei sette romanzi che finiranno per comporre il ciclo de Le cronache di Narnia, e che ora arriva sugli schermi. Attraverso un armadio abbandonato in una polverosa soffitta la protagonista omonima Lucy e i suoi fratelli entrano in Narnia, mondo fatato che la crudele tirannia di una strega mantiene in un perenne gelo. Qui scoprono di essere arrivati per una missione: devono aiutare il leone Aslan a liberare Narnia dal dispotismo della maga. Non raccontiamo, per non rovinare la suspence a chi non avesse letto il libro, quel che accade ad Aslan; ma il simbolismo cristiano è trasparente.

La guerra dentro e fuori
Andrew Adamson ha girato la pellicola nella sua Nuova Zelanda, fra gli stessi scenari spettacolari de Il signore degli anelli; il film è una ricostruzione attenta del magico mondo di Narnia, con alcuni momenti davvero appassionanti: l’evacuazione da Londra, il primo ingresso di Lucy, la bambina più piccola, nell’armadio e l’improvviso spalancarsi di questo altro impensabile paesaggio, la glaciale malvagità della Strega Bianca, il sacrificio di Aslan – personaggio cui pure si poteva dedicare un poco più di attenzione e il cui doppiaggio con la voce di Omar Sharif risulta piuttosto fastidioso – e la battaglia finale.
C’è un passaggio in particolare dove, con una battuta non presente nel libro, il regista mostra di cogliere il cuore del racconto di Lewis: alla notizia di essere i quattro uomini attesi da tutto un mondo per iniziare la guerra di liberazione dal male, Susan esclama: «Guerra? Ma nostra madre non ci aveva fatto andare via dalla città proprio per evitare la guerra?». Il film inizia infatti con i bombardamenti dei nazisti e termina con una colossale battaglia tra creature fantastiche, sotto la luce abbagliante di un altro mondo. Non una guerra diversa, ma la stessa su un piano ancor più chiaro e definitivo. Intelligente intuizione: il libro di Lewis uscì proprio all’indomani della Seconda guerra mondiale, che per decine di migliaia di bambini inglesi era stato il confronto con una minaccia ostile e paurosamente vicina, che li aveva strappati alle loro famiglie ed in molti casi resi orfani. Pure, Lewis alza il tiro e suggerisce che alla guerra non ci possiamo comunque sottrarre, nessuno escluso, grandi e piccini. C’è sempre da lottare contro il male, dentro e fuori di noi. Il regista a sua volta si appropria di questo richiamo.

«Tenete gli occhi aperti»
Ma il film, come il libro, fa un altro passo in avanti: non è un conflitto per superuomini, ma per ciascuno; quello che conta davvero è scoprirsi oggetto di un amore e di una forza più grande, che pure sulle deboli forze e sulla libertà degli uomini decide di puntare tutto. Ecco l’incontro con Aslan il Leone, vero re e creatore di Narnia, che si sacrifica per salvare uno dei quattro bambini (non a caso il traditore del gruppo). È possibile davvero amare, uscire da se stessi e sacrificarsi solo quando si è già stati resi partecipi di un amore così. Ecco che allora davvero anche quattro bambini, spauriti, incerti possono accettare di mettersi alla guida di un esercito e lottare contro gli incantesimi dei poteri malvagi. Nel film tutto un mondo di creature mitologiche e animali parlanti segue in battaglia quei quattro ‘figli di Adamo’ – un’immagine che richiama l’intuizione di Romano Guardini: «Quando un uomo intraprende il cammino della verità tutte le forze buone del cielo e della terra si uniscono a lui». Peter, il maggiore dei quattro, cui Aslan affida il comando supremo, solleva la spada e la punta in direzione della Strega Bianca, che ricambia con uno sguardo carico d’odio. La scena ricorda Aragorn ne ‘Il Signore degli anelli’, che a sua volta aveva sollevato la spada in gesto di sfida contro l’occhio fiammeggiante di Sauron. In entrambi i casi vediamo raccontata, da Tolkien come da Lewis, cosa sia un’autorità: un uomo chiamato da un potere più grande, che lo ama infinitamente, a fare da perno per tutti gli altri, ad essere «la sentinella dell’universo» – come ricordava il cardinal Newman, non per nulla all’origine di quel movimento di ritorno alla Chiesa che abbracciò anche Tolkien e Lewis. Il male ci odia, e digrigna i denti come la Strega Bianca, proprio perchè siamo il luogo di questa alleanza. Un film insomma semplice e chiaro, che lascia che l’incantesimo della fiaba e dell’allegoria di Lewis agisca ancora una volta su di noi. E che fa intelligentemente suo il consiglio del vecchio professor Kirke ai quattro ragazzi, forse la più bella battuta che un insegnante possa pronunciare: «Tenete gli occhi aperti».

CON “IL MONDO DI NARNIA”, LA FAMA DI CLIVE STAPLES LEWIS AUMENTA ANCHE IN ITALIA (Zenit)

E’ appena arrivato nelle librerie il volume di Andrea Monda e Paolo Gulisano “Il mondo di Narnia”, che ha anticipato l’uscita del film della Walt Disney “Le Cronache di Narnia”.
Film e libro si ispirano a “Le Cronache di Narnia”, una favola per ragazzi scritta da Clive Staples Lewis, popolare scrittore anglo-irlandese. Insieme a “Le lettere di Berlicche”, “Le Cronache” rappresentano l’opera più famosa di Lewis.
Secondo Andrea Monda, intervistato da ZENIT, “C.S. Lewis è un nome tanto sconosciuto in Italia quanto famoso nel mondo angloamericano” e “finalmente anche in Italia esplode il caso Lewis, con l’uscita, in contemporanea, di alcuni saggi sullo scrittore anglo-irlandese”.
“In particolare si possono segnalare i lavori di Edoardo Rialti, che ha pubblicato e commentato testi inediti di Lewis, ‘Prima che faccia notte’, edito dalla Bur, e ‘Come un fulmine a ciel sereno’, edito da Marietti, e quello di Paolo Gulisano, (‘C.S.Lewis. Tra fantasy e Vangelo’, edizioni Ancora)”.

Di cosa tratta e come si svolge la favola di Narnia?
Monda: Si tratta di una saga fantasy in sette volumi composta dal 1950 al 1956. Il film della Disney “coprirà” i primi due episodi, “Il nipote del mago” e “Il leone, la strega e l’armadio”, ed è già in programmazione un secondo film relativo agli episodi successivi: è facilmente prevedibile che “Le Cronache di Narnia” (ripubblicate per l’occasione da Mondadori in un unico volume) siano destinate a ripetere anche in Italia il successo della trilogia letteraria e cinematografica de “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien.
Tra l’altro, particolare molto interessante, i due volumi sono strettamente “imparentati”, come cerco di dimostrare nel volume scritto con Gulisano. Si tratta di un bel caso di “rivincita letteraria”; infatti i due autori, Lewis e Tolkien, erano non solo grandi amici tra loro ma possono essere definiti come i due più geniali outsider del ‘900 letterario.

Lewis e Tolkien, due autori atipici e geniali?
Monda: Proprio così. Snobbati dalla critica, i due, filologi per professione, romanzieri per hobby, hanno insegnato lingua e letteratura inglese antica e medioevale per decenni a Oxford e a Cambridge e, nel frattempo, hanno messo a segno con i loro libri alcuni tra i maggiori successi della letteratura del ventesimo secolo. Oggi milioni di lettori sparsi nel mondo hanno letto o l’uno o l’altro o entrambi i romanzi. E pensare che queste storie nacquero quasi come uno scherzo, un “vizio segreto” che Lewis e Tolkien condividevano tra loro e con pochi altri amici, il famoso gruppo degli Inklings, una combriccola di professori di Oxford legati per decenni da una frequentazione abituale a base di buone letture, fumate di pipa, bevute di birra e lunghe discussioni sui temi più disparati, dalla letteratura alla guerra, dalla musica alla storia alla religione.

Quali sono i rapporti di Lewis e Tolkien con la cultura cristiana?
Monda: La storia di Lewis e Tolkien è innanzitutto la storia di una bella amicizia, un’amicizia cristiana. I due infatti erano ferventi cristiani, anzi, l’incontro con il cattolico Tolkien contribuì in modo decisivo alla conversione del giovane Lewis, ateo convinto che, come poi raccontò nell’autobiografia “Sorpreso dalla Gioia”, dopo essere stato a lungo “inseguito e braccato”, ad un certo punto non poté far altro che inginocchiarsi e pregare: “quella notte fui il più riluttante convertito di Inghilterra”.
Questo anglicano vicinissimo al cattolicesimo divenne un formidabile apologeta della fede cristiana e compose dei saggi e romanzi di grande “forza evangelizzatrice” come “Il cristianesimo così com’è”, “Il grande divorzio” (considerato il suo capolavoro da Urs Von Balthasar), “L’abolizione dell’uomo” (molto apprezzato dal Cardinale Ratzinger insieme al suo best-seller “Le lettere di Berlicche”). Ma il nome di Lewis è legato senza dubbio alla saga fantasy di Narnia.

Perché un racconto fantastico, una fiaba e non un saggio?
Monda: C’è, per lo scrittore cristiano, una spiegazione che si colora di una dimensione anche etica e spirituale. Il punto è che per Lewis la fiaba e la fantasia non sono evasione della realtà ma visione più profonda, vasta e acuta della realtà: esse ampliano la vita, la capacità di esperienza dell’uomo. In questo senso la letteratura fantastica è spesso molto meno ingannevole del finto realismo di molta altra letteratura. Secondo lo scrittore inglese, passeggiare dentro Narnia o nella Terra di Mezzo è un’esperienza che fa nascere nel lettore “una brama per non sa che cosa. Lo agita e lo turba (arricchendolo per la vita) con l’oscuro senso di qualcosa al di là della sua portata e che, lungi dall’offuscare e svuotare il mondo attuale, gli dà una nuova dimensione di profondità. Egli non disprezza i boschi reali per aver letto di boschi incantati”.
Si potrebbe dire, aggiornando le riflessioni di Lewis, che nessun lettore viene ingannato dall’Odissea, ma tutti gli spettatori sono ingannati dai cosiddetti “reality-show”, dalla finzione alienante spacciata per realtà. “L’Orlando Furioso” contiene molta più verità della televisione e i racconti di Re Artù molta più profondità di un romanzo, presentato come fondato storicamente, come “Il Codice da Vinci”.
Vagare quindi nel paese delle fate, insomma, è un’evasione sana, connaturata e benefica con l’esperienza stessa della lettura; è un modo di ri-creare il mondo, anzi di continuare la creazione del mondo che Dio non ha volutamente terminato ma affidato agli uomini.

Qual è il rapporto tra la religiosità e la letteratura per Lewis?
Monda: Senza la dimensione religiosa non si comprende nulla della produzione letteraria di Lewis. La visione della realtà che la fantasia permette è una visione che spinge “oltre”, oltre la soglia del mistero, verso un mistero che è essenzialmente un mistero di Gioia. La Gioia, che Lewis spesso indica con la maiuscola, è forse la principale protagonista delle opere letterarie (saggistiche e narrative) del poliedrico scrittore inglese. Ed è la gioia che colpisce, quasi aggredisce il lettore, proprio come il temibile-amabile leone Aslan, formidabile figura di Cristo (anche questo grande felino muore e risorge in espiazione dell’uomo) e protagonista assoluto di questa saga dall’inconfondibile sapore cristiano.

LA SOTTILE MAGIA DI NARNIA (Zenit)
Intervista a Michael Coren, autore di un libro su C.S. Lewis
Il film “Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio” può offrire agli adulti un’opportunità di parlare della fede, ma non bisogna aspettarsi che i bambini colgano i temi cristiani contenuti nella pellicola.
E’ ciò che afferma Michael Coren, autore, editorialista e giornalista televisivo, che recentemente ha scritto il libro “C.S. Lewis: The Man Who Created Narnia” (“C.S. Lewis: l’uomo che ha creato Narnia”), una biografia dell’autore dei libri da cui è tratto il film.
La pellicola, la cui uscita in Italia è prevista per il 21 dicembre prossimo, è stata prodotta dalla Walt Disney con un budget di 180 milioni di dollari.
La storia racconta le avventure di quattro fratelli – Lucy (Georgie Henley), Edmund (Skandar Keynes), Susan (Anna Popplewell) e Peter (William Moseley) – che durante la Seconda Guerra Mondiale scoprono il mondo di Narnia, al quale accedono attraverso un armadio magico mentre giocano a nascondino nella casa di campagna di un vecchio professore.
A Narnia scopriranno un mondo incredibile abitato da animali che parlano, folletti, fauni, centauri e giganti che la Strega Bianca – Jadis (Tilda Swinton) – ha condannato all’inverno eterno. Con l’aiuto del leone Aslan, il nobile sovrano, i bambini lotteranno in una spettacolare battaglia per vincere il potere che la Strega Bianca esercita su Narnia e per riuscire a liberarlo dalla maledizione del freddo.
In questa intervista concessa a ZENIT, Coren sostiene che la maggior parte degli adulti comprenderà la sottile allegoria cristiana di Lewis, che ha la virtù di instillare semi di fede nei bambini.

Cosa devono sapere i cattolici su C.S. Lewis?
Michael Coren: Dovrebbero sapere che non era cattolico, ma questo non significa che non avrebbe potuto diventarlo. G.K. Chesterton è diventato cattolico nel 1922 ma lo era già vent’anni prima. Lewis nacque a Belfast, nell’Irlanda del Nord, e crebbe quindi come anticattolico, come la maggior parte dei ragazzi protestanti del luogo. Aveva questo tipo di radici, ma il suo modo di vedere il mondo era molto cattolico: credeva nel Purgatorio, nei sacramenti, si confessava. È stato il miglior apologista cristiano della modernità ed era capace di comunicare il messaggio evangelico in modo accessibile.
Secondo lei, è sfacciato l’uso che C.S. Lewis fa di Aslan come figura di Cristo nella serie di Narnia?
Michael Coren: Lo è e non lo è. A differenza di molti scrittori cristiani moderni, Lewis era sottile e implicito. Quando ho letto il libro da piccolo sono rimasto colpito dalla sua grandezza, ma non mi sono reso conto del messaggio cristiano finché non sono diventato adulto. Diventa esplicito quando sei grande, ma non penso che si debba per forza spiegarlo ai bambini; dobbiamo lasciare che lo scoprano da sé. Non hanno bisogno di un commento in diretta. Lasciamoli leggere e immergersi nel testo anche se ancora non si rendono conto di ciò che stanno percependo.
Quali sono i parallelismi più notevoli tra Gesù e il leone Aslan in “Il leone, la strega e l’armadio”?
Michael Coren: Ci sono molti parallelismi in questo libro e negli altri sei della serie, ma i più ovvi sono questi: la rottura della lapide e la distruzione della legge antica; è inverno ma mai Natale e il Natale non arriva finché non arriva Aslan; Aslan muore per un peccatore, un bambino che rappresenta qualsiasi persona, e prende su di sé i suoi peccati; Aslan risorge e ricrea il mondo.
Nella scena precedente al sacrificio di Aslan per il bambino Edmund, la Strega Bianca dice: “Perché ha peccato, è mio” e intende uccidere Edmund. E Aslan dice: “Ma io mi posso offrire al suo posto”. La strega accetta e lo uccide, ma poi Aslan risorge.
Possiamo imparare da Lewis l’integrazione tra opere immaginarie popolari e valori cristiani? Pensa che gli scrittori moderni lo seguano?
Michael Coren: J.K. Rowling dice che Lewis ha avuto una grande influenza su di lei, ma molta gente mette in discussione Harry Potter. Ho sentito molti scrittori dire che sono stati influenzati da Lewis e che cercano di imitarlo. Tutti quei libri sono pallide imitazioni. Egli era frutto del suo tempo e ha scritto in un momento storico concreto. Alcuni dei suoi personaggi non possono essere trasportati alla nostra epoca. Se qualcuno scrivesse oggi un libro con quei personaggi, i bambini non potrebbero relazionarsi con loro. Parliamo di un uomo morto nel 1963.
Cosa significa l’uscita di un altro film cristiano prodotto a Hollywood dopo “La Passione” di Mel Gibson?
Michael Coren: Non credo che “Il leone, la strega e l’armadio” sia un film cristiano; dobbiamo usare molta cautela nel definirlo in questo modo. Non credo che “La Passione” abbia portato alla produzione di questo film. Penso che lo abbia fatto, invece, “Il Signore degli Anelli”. La cosa più significativa è il fatto che non ci siano stati altri film biblici dopo “La Passione”. Avrebbero potuto fare un brutto film e avrebbe funzionato finanziariamente perché c’è fame di film su temi cristiani, ma Hollywood farebbe qualsiasi altra cosa prima di un film cristiano. E’ sorprendente che non ci sia stato nulla dopo “La Passione”.
Quali sono le sue speranze e i suoi timori circa “Il leone”? Spera che porti frutti come testimonianza di Cristo e del messaggio evangelico?
Michael Coren: Non ho potuto vedere scene tratte da “Il leone, la strega e l’armadio”. Qui in Canada il mondo cristiano non è organizzato come negli Stati Uniti. Quando uscirà, andrò con qualcuno alla proiezione di mezzanotte. Non ho timori circa il film. Ci saranno sempre dei cristiani che definiranno la loro fede in base a ciò che li offende e per i quali non ci sarà nessuno abbastanza puro. Ci sarà gente che dirà che questo o quello è sbagliato, e alcuni che penseranno che il film non avrebbe dovuto essere girato.
Penso che la pellicola sarà un valido aiuto per parlare del cristianesimo. La gente leggerà Lewis, parlerà della fede e del film, e di altri aspetti positivi per lo stile. Ho letto il libro quando avevo sei o sette anni. Non sono cresciuto in una famiglia cristiana e non ho avuto un ambiente cristiano. Vent’anni dopo sono arrivato alla fede e sono convinto del fatto che i semi siano stati gettati da quel libro. Credo che la mia fede sia iniziata allora. Non aspettiamoci, però, che qualcuno che vedrà il film abbia un’esperienza evangelica, che esca dal cinema in ginocchio e dica “Salvami!”.
Non dovremmo quindi pensare che cambierà qualcosa com’è avvenuto con “La Passione”?
Michael Coren: Sono soltanto film. Lo Spirito Santo può usare un film, ma non ne ha bisogno.

IL FANTASY DI DIO
Da Tolkien a Lewis, torna il tempo delle grandi saghe cristiane: la costruzione fantastica ha un fortissimo senso religioso. Nel ciclo di Narnia il leone Aslan è modellato dalla figura di Cristo.
di Alessandro Zaccuri
Bene, adesso ci sono tutti. Il Signore degli anelli e la Regina bianca, usurpatrice della terra di Narnia. E Tito de’ Lamenti, futuro conte di Gormenghast. Per la prima volta, insomma, il parterre nobiliare del fantasy anglosassone è presente al gran completo nelle librerie italiane. Il gran cerimoniere, neanche a dirlo, è l’infaticabile J.R.R. Tolkien, la cui opera omnia è riproposta da Bompiani in versioni sempre più accurate e sontuose, realizzate in collaborazione con la Società tolkieniana italiana. Tutto merito della trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson, non c’è dubbio, tant’è vero che un analogo effetto kolossal è auspicato per un’altra grande narrazione fantastica nata tra Oxford e dintorni, Le cronache di Narnia di Clive Staples Lewis, dal cui romanzo inaugurale, Il leone, la strega e l’armadio, è tratto il film diretto da Andrew Adamson, in uscita mercoledì nei cinema italiani. Mondadori, che ha da tempo in catalogo il capolavoro di Lewis, lo offre tra l’altro in una robusta brossura arricchita da un saggio dell’autore rimasto finora inedito in Italia (pagine 1.156, euro 20,00). L’attenzione giustamente dedicata alla riscoperta del regno incantato di Narnia rischia tuttavia di oscurare quello che può essere considerato il vero evento dell’anno per quanto riguarda l’importazione del fantastico britannico nel nostro Paese. Adelphi porta infatti in libreria Gormenghast di Mervyn Peake (traduzione di Roberto Serrai, pagine 594, euro 24,00), secondo volume di una saga che la stessa casa editrice aveva iniziato a proporre nel lontano 1981 con la pubblicazione di Tito di Gormenghast. Ancora poco conosciuto dal pubblico nostrano, Peake è molto amato e apprezzato dai lettori di lingua inglese, per i quali l’eccentrico pittore-narratore sarebbe il solo possibile concorrente del torrenziale Tolkien. Senza dimenticare Lewis, certo, al cui singolare esperimento di apologetica fantastica è dedicato il documentatissimo Il mondo di Narnia di Andrea Monda e P aolo Gulisano (San Paolo, pagine 182, euro 14,00). Che le Cronache siano una riuscita trasposizione del messaggio evangelico in chiave narrativa è ormai fuori discussione. A confermarlo basterebbe la lettera, da poco divulgata, in cui lo stesso Lewis ammette che sì, il leone Aslan – il più suggestivo fra i personaggi che animano l’epopea – è modellato dalla figura di Cristo, il Messia prefigurato dalle Scritture come «leone di Giuda». Qualcosa del genere accade nel Signore degli anelli, che il cattolico Tolkien aveva inizialmente concepito come mera costruzione fantastica, salvo poi rinvenire nelle peripezie di Frodo e compagni un indiscutibile significato di ordine spirituale. Un’analogia che non stupisce, se si considera che Il Signore degli anelli e Le cronache di Narnia furono composti a ridosso della Seconda guerra mondiale da due scrittori legati da una profonda amicizia, appartenenti entrambi agli Inklings, il gruppo di intellettuali cristiani che aveva deciso di dare nuovo impulso all’immaginario religioso. Anche il ciclo di Gormenghast (un castello-contea al quale non sono estranee le inquietudini dell’universo concentrazionario) fu ideato da Peake negli anni del conflitto, ma in una prospettiva molto diversa da quella perseguita da Tolkien e Lewis. Figlio di una coppia di missionari protestanti, lo scrittore elaborò la grandiosa metafora di Gormenghast come atto di ribellione a ogni convenzione formalista, anche di tipo religioso. Nel romanzo appena pubblicato da Adelphi, in particolare, la critica si rivolge al sistema scolastico, al quale sarebbe demandata l’educazione del protagonista, l’adolescente Tito, e che rischia invece di provocarne la distruzione. Eppure, nonostante tutto, anche quella di Peake è letteratura spirituale: contraddittoria e drammatica, forse ancora più schiettamente novecentesca di quella vagheggiata dagli Inklings, ma meritevole di essere meglio conosciuta e discussa. Come dite? Ci vorrebbe un film per lanciare la Gormenghast-man ia? Beh, in Gran Bretagna l’hanno già fatto: quella ispirata alle opere di Peake fu la «fiction televisiva del millennio», varata dalla Bbc per salutare il XXI secolo. Chissà che, presto o tardi, non se ne accorga anche qualche tv italiana.

(Quaderni Cannibali) Dicembre 2005 – autore: AA.VV.

Publié dans:grandi saghe cristiane (le) |on 19 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

buona notte a tutti…qualche volta mi ricordo…ossia non mi scordo!

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