Archive pour le 19 septembre, 2014

Matteo 20, 1-16, I lavoratori della vigna

Matteo 20, 1-16, I lavoratori della vigna dans immagini sacre 20Agosto2

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PARLAMI DI DIO

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PARLAMI DI DIO

(credo di Nikos Kazantzakis)

Dissi al mandorlo: parlami di Dio.
Ed il mandorlo fiorì.
Dissi al povero: parlami di Dio.
Ed il povero mi offrì la sua casa.
Dissi al sogno: parlami di Dio.
Ed il sogno si fece realtà.
Dissi all’usignolo: parlami di Dio.
E l’usignolo si mise a cantare.
Dissi ad un soldato: parlami di Dio.
Ed il soldato lasciò le sue armi.
Dissi alla natura: parlami di Dio.
E la natura si coprì di bellezza.
Dissi al bambino: parlami di Dio.
Ed il bambino lo chiese a me.
Dissi all’amico: parlami di Dio.
E l’amico mi insegnò ad amare.
Dissi ad un piccino: parlami di Dio.
Ed il piccino sorrise.
Dissi al dolore: parlami di Dio.
Ed il dolore cominciò a ringraziare.
Dissi alla mano: parlami di Dio.
E la mano si trasformò in servizio.
Dissi alla fonte: parlami di Dio.
E sgorgò l’acqua.
Dissi alla voce: parlami di Dio.
E la voce non trovò parole.
Dissi a mia madre: parlami di Dio.
E mia madre mi baciò.
Dissi al predicatore: parlami di Dio.
Ed il predicatore mi consegnò la Bibbia.
Dissi alla Bibbia: parlami di Dio.
E la Bibbia perse la voce per tanto parlare.
Dissi a Gesù: parlami di Dio.
E Gesù recitò il Padre Nostro.
Dissi al sole calante: parlami di Dio.
Ed il sole si nascose senza dirmi nulla.
Ma il giorno dopo, all’alba,
quando aprii la finestra, tornò a sorridermi.

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OMELIA DOMENICA 25 A E TESTI DELLE LETTURE

http://www.sestogiorno.it/liturgia/liturgia_21settembre14.html

OMELIA DOMENICA 25 A E TESTI DELLE LETTURE 

Preghiamo. O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

Dal libro del profeta Isaìa 55,6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Sal 144. Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza.

Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20-24.27
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

PERDONARE DIO? ANCHE.
Don Augusto Fontana
Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una. Sono stato un imperdonabile brontolone, come si esprime acutamente don Nando nella parte di suo commento che allego in calce.
Un Dio così impotente a raccontarsi e farsi capire con parole sue da dover ricorrere alle nostre parole e alle nostre vicende e cose della vita. Oggi ci parla dal di dentro dell’esilio degli ebrei a Babilonia e dal di dentro del lavoro, come parabole del suo regno: mettendo in evidenza le somiglianze con il Regno, ma anche le distanze dalla logica del Regno. E domenica saremo ad una Cena e in una assemblea, attorno a un pane e vino da mangiare e bere insieme: una parabola, una memoria, così simile e così distante dalla sua Pasqua. La sua condiscendenza è questa: parlarci attraverso la nostra lingua e il nostro quotidiano facendoci gustare la gioia di aver capito e nello stesso tempo il timore di non aver capito del tutto.
I punti di ingresso della celebrazione ce li offre la prima lettura di Isaia.

Cercate il Signore,
mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.

Perché i miei pensieri
non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie

Cercate il Signore,mentre si fa trovare,invocatelo, mentre è vicino.
Il popolo di Israele era prigioniero a Babilonia e già sognava di ritornare nella sua terra, ricostruire tale e quale come era prima e magari sognando vendette nazionalistiche. Il profeta dice che occorre vivere bene l’oggi, approfittare delle opportunità, del kairòs, del passaggio di Dio nella tua condizione di oggi: non cercarlo solo quando sarai guarito o ritornato, ma anche ora che passa nella tua vita in questa malattia, in questo esilio dei tuoi sogni.
Nella parabola Gesù ci descrive Dio che si accosta a tutte le ore della vita anche l’undicesima e penultima ora di luce della tua giornata, quella in cui anche il più scalcagnato ladrone può sentirsi dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Preso all’ultimo momento per i capelli, neanche fosse stato per una vita un eremita verginello. Apocalisse 3,20: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Oggi nella Parabola il Signore bussa all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque, a sera. Sei opportunità per dire le grandi ora della storia biblica, ma non solo; anche le piccole ore dei suoi appelli. «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha chiamato. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna».
Abbiamo pregato nel salmo: «Il Signore è vicino a quanti lo invocano e lo cercano con cuore sincero». Ma Egli si fa vicino anche a chi non lo cerca. Luca 15: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una…O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una…Un uomo aveva due figli…Il padre allora uscì a pregarlo».

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,le vostre vie non sono le mie vie.

Quando lo cerchiamo, lo troviamo o si fa trovare, come si presenta? Dio è al di là, come il cielo è al di là della terra. Un Dio che mi rimane sempre nascosto, diverso, santo; sembra quasi che, nella mia vita, quanto più si è fatto trovare tanto più mi è diventato misterioso.
«Le deformazioni dell’immagine di Dio è il pericolo che corrono le persone religiose, i cosiddetti operai della prima ora, o i figli maggiori che non sono mai scappati fisicamente di casa. L’eccessiva familiarità, la disinvoltura con cui trattiamo con lui ci impediscono di lasciarci sorprendere. C’è qualcosa di peggio che essere lontani da Dio. Ed è quella presunta vicinanza che non ci fa accorgere della distanza abissale tra noi e un Dio che ci sconcerta; perché se Dio non ci scandalizza, che Dio è?»[1]. Anche oggi sentiamo la finale della parabola in tutta la sua forza incoraggiante e scardinante: «Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi». Stessa conclusione del cap. 19:«Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Ma anche tutta la logica della parabola è estranea ai nostri istinti e alle nostre organizzazioni sociali.
Il teologo Hans Weder commenta così: « Tutti gli operai della parabola vengono resi primi…In questa vigna ci sono solo « primi » o, se vogliamo, tutti vengono trattati da primi ». Dio dice apertamente: « Voglio dare a quest’ultimo quanto ho dato a te » (versetto 14). Dio difende energicamente questo Suo diritto a partire dagli ultimi e contesta lo schema rendimento/ricompensa. Non si tratta ovviamente di applicare questa parabola ai normali nostri contratti di lavoro, ma di comprendere la provocazione e la proposta per la nostra vita d’ogni giorno nelle relazioni con le persone, con gli « ultimi venuti ».
Poiché veniamo da due domeniche in cui il Signore ci ha detto che siamo dei perdonati e che quindi la nostra chiamata è di essere perdonanti, mi fermerò – in conclusione – su questo sovvertimento: noi accettiamo senza fiatare il dogma della Trinità, della Transustanziazione, della resurrezione e di tutti gli altri misteri, ma è così difficile accettare la debolezza di cuore di Dio; siamo come Giona che si è fatto venire un terribile mal di testa sotto quella piantina di ricino quando Dio si è rimangiata la parola di condanna per gli abitanti di Ninive.

Un Dio con cui non si può brontolare[2].
«Il verbo usato da Matteo è gonghizo (=brontolare). Indica l’atto con cui uno fa presente un suo diritto e constata che esso non è stato e non viene soddisfatto. Presso il mondo greco, indica l’opposto della riconoscenza dovuta agli dei. Ha finito con l’indicare l’atteggiamento di chi è ostile a Dio o prescinde da lui, quindi non semplicemente il malumore di chi non vede compiersi una sua aspirazione. E’ il verbo usato per spiegare l’atto del popolo liberato dall’Egitto e non ancora entrato nella Terra promessa che si lamenta del proprio destino. La mormorazione è contro Mosè ed Aronne, ma di fatto è contro Dio stesso, poiché lui ha indicato ai due personaggi di portare il popolo fuori dall’Egitto. La mormorazione muove sempre da una causa concreta: la fame, la sete, la fatica del camminare nel deserto. Alla base sta la liberazione dall’Egitto: il popolo mormora perché a suo giudizio il suo diritto non è stato o non viene soddisfatto. La mormorazione giunge a ridersi di lui ripudiandolo: Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? (Num 14,11). L’uomo dunque si arroga il diritto di giudicare e condannare quel Dio che l’ha liberato; a lui deve fiducia, gratitudine e obbedienza, e invece osa farsene giudice».

 

Publié dans:OMELIE |on 19 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

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