strada e gatto nero

 

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Publié dans : amici | le 10 septembre, 2007 |38 Commentaires »

Gesù cominciò ad inviarli due a due

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Publié dans : immagini sacre | le 13 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B. I CRISTIANI: TUTTI INVIATI SPECIALI

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B. I CRISTIANI: TUTTI INVIATI SPECIALI

Si va in missione a due a due, non da soli, né in ordine sparso, né tanto meno da pionieri “sfusi”, ma sempre come cristiani “fusi” in un cuore solo e in un’anima sola, in comunione piena, al cento per cento, legati a Cristo, il primo missionario, e a tutti gli altri

Incominciò a mandarli
Per salvare gli uomini, Dio ha bisogno degli uomini. È una legge fondamentale della storia della salvezza. Per salvarci, Dio deve poter comunicare con noi, ma se lo facesse direttamente, se parlasse una lingua divina o angelica, chi lo capirebbe? Deve quindi comunicare “per mezzo di uomini alla maniera umana” (DV 12), ed è precisamente quello che ha fatto: nei tempi antichi, nell’Antico Testamento, il Signore “ha parlato per mezzo dei profeti”. Poi però, quando è giunta la pienezza dei tempi, “ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Ebr 1,1s). Ma come fa il Figlio di Dio a parlare a tutti gli uomini di tutti i tempi, di ogni latitudine, in ogni situazione? Attraverso i suoi discepoli che manda in tutto il mondo a fare altri discepoli da tutte le nazioni: è la storia della missione.
1. Il vangelo di oggi ci racconta quello che si potrebbe considerare una sorta di tirocinio o “noviziato” missionario per i primi discepoli. Finora Gesù se li è scelti uno ad uno, li ha poi chiamati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé: il primo era “perché stessero con lui” – ci aveva informato Marco – e il secondo, “per mandarli ad annunciare” (il vangelo) (Mc 3,14s). È arrivato ora il tempo per i discepoli di raggiungere questo secondo obiettivo della loro chiamata: diventare missionari, come Gesù, e andare a fare quello che finora hanno visto fare al Maestro, in modo paradigmatico ed esemplare. Egli finora è andato in giro ad annunciare il Regno di Dio e a guarire i malati. Pertanto essi dovranno svolgere una duplice attività: una prima, legata al servizio della parola, e l’altra connessa al ministero della liberazione dai vari tipi di male che essi incontreranno lungo la strada.
Ma più che sugli obiettivi della missione, il vangelo di s. Marco si sofferma sullo stile del missionario. Proviamo a descriverlo seguendo il filo del suo racconto.
Innanzitutto il missionario è un chiamato. Una chiamata-tipo l’abbiamo sentita raccontare nella 1ª lettura, tratta dal profeta Amos. Siamo nell’VIII secolo, al tempo del re Geroboamo II, nel regno del Nord, il regno di Israele. Sono tempi di grande prosperità materiale. Ma come avviene in tali circostanze, alla sfacciata ricchezza di alcuni, fa riscontro la penosa povertà di molti, con gravi squilibri sociali. Anche la religione ufficiale è in onore, ma lo sfoggio delle fastose cerimonie nasconde il vuoto di una fede autentica, maschera l’avidità più sfrenata e la più violenta ingiustizia. Lo scontro tra il profeta pastore-contadino venuto dal regno fratello-nemico di Giuda, e Amasia, il sacerdote di corte, è inevitabile e si conclude drammaticamente con la cacciata di Amos. Al sacerdote che gli rimprovera di non avere alcun mandato e di turbare l’ordine, Amos oppone la sua storia: era un mandriano e incideva i sicomori, per foraggiare il bestiame: in questa situazione fu “afferrato” da Dio. Il verbo ebraico laqah, che viene qui utilizzato, mostra come il profeta non si appartenga, perché è stato preso/afferrato da Dio, senza poter opporre alcuna resistenza. Non si è profeti per professione, ma per vocazione. La missione non è un’autodestinazione, e il missionario non è un turista né un vagabondo; è un mandato, un inviato speciale. Non si va in missione per iniziativa propria, ma perché si è stati inviati.
L’inviato ad evangelizzare non è più padrone di se stesso. Scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo si qualifica come “schiavo di Cristo Gesù”, e nella lettera ai cristiani di Filippi si autodefinisce come “afferrato da Gesù Cristo” (3,12). Il missionario non ha un suo progetto da realizzare, né una parola propria da dire. Non si è apostoli per decisione personale, ma per chiamata. E la chiamata chiede un grande amore: non si va in missione per interesse o per bisogno, ma per amore, e non primariamente per amore degli uomini, ma di Gesù Cristo. “Noi siamo vostri servitori per amore di Gesù Cristo”: è sempre Paolo che parla (2Cor 4,5).
2. Inoltre si va in missione a due a due, non da soli, né in ordine sparso, né tanto meno da pionieri “sfusi”, ma sempre come cristiani “fusi” in un cuore solo e in un’anima sola, in comunione piena, al cento per cento, legati a Cristo, il primo missionario, e a tutti gli altri. Il messaggio fondamentale dei cristiani “apostoli” sarà necessariamente la loro stessa vita, un segno di unità, un seme di comunione. Si narra che un giorno s. Francesco d’Assisi disse ad un fraticello di prepararsi per andare insieme con lui a predicare in paese. E uscirono tutt’e due, passarono in una piazzetta dove si faceva il mercato, ma Francesco non predicò; entrarono nelle due, tre chiese incontrate lungo il percorso, ma neanche lì Francesco predicò, né disse al frate di farlo. Finalmente tornarono in convento, e il fraticello deluso domandò al santo: “E la predica?”, e Francesco di rimando: “Ma non l’abbiamo fatta?!”. Quasi a dire: la prima missione avviene attraverso la nostra relazione di fraternità vissuta e testimoniata. Una relazione autentica, improntata a vera carità, è di per sé un “fatto di vangelo”, che, molto più e meglio di tante parole, annuncia la parola di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Un’altra caratteristica dei missionari cristiani è la povertà: non devono “portare niente per strada… né pane, né bisaccia, né denaro nella cintura”. Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di lui che li invia, forti solo della sua parola che devono annunciare. Vengono permessi solo il bastone e i sandali, l’equipaggiamento dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del Regno di Dio, non managers superoccupati e ultragarantiti, non funzionari inamovibili, non divi in tournées. Ma forse nell’eccezione del bastone e dei sandali, è da vedere una sottile allusione all’equipaggiamento degli ebrei che dovevano mangiare l’agnello pasquale con “il bastone in mano e i sandali ai piedi” (Es 12,11). Quasi a dire: i discepoli del Signore devono andare ad annunciare la sua Pasqua, il suo passaggio dalla morte alla vita, il suo peregrinare da Risorto per le strade del mondo.
A queste condizioni la missione è grazia, “la grazia dell’apostolato” (Rm 1,5), un dono gratuito, prima che un dovere sfibrante. Certo sarà anche sacrificio, sarà anche rischio e forse martirio, ma è innanzitutto un segno di “misericordia che ci è stata usata” per “far risplendere la conoscenza della gloria divina che risplende sul volto di Cristo” (2Cor 4,1.8). Di qui la perfetta letizia, l’umile e luminosa gioia del missionario: l’apostolo non potrà non vivere in una esultanza limpida e radiosa, oltre ogni tribolazione, anche quando gli sbattessero la porta in faccia, come esplicitamente previsto da Gesù. Anche quando il nostro annuncio venisse respinto, noi facciamo memoria del Signore risorto, nella santa eucaristia. Riviviamo ora quella prodigiosa storia d’amore, e preghiamo perché essa nutra la nostra vita e si esprima nell’espansione del vangelo nel mondo.

Commento di mons. Francesco Lambiasi

tratto da « Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi »

Publié dans : OMELIE | le 13 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù in preghiera

imm diario

Publié dans : immagini sacre | le 12 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

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CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.
Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé: 2006/2

Publié dans : MEDITAZIONI (da ricerche sulla fede) | le 12 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Bibbia di Borso d’Este, farfalla

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Publié dans : immagini | le 9 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

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PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 13 novembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.261, 14/11/2015)

«Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».
Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 26-37) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». Sì, certamente sono cose «belle in se stesse, hanno la loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio». È «la bellezza di Dio».
Invece, si legge nel libro della Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create da Dio» hanno finito per prenderli per «dèi». È proprio «l’idolatria dell’immanenza». In pratica hanno pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia». Senza pensare, invece, a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è principio e autore della bellezza».
«È un’idolatria guardare le tante bellezze senza pensare che ci sarà un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il tramonto ha la sua bellezza». E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto».
«L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. Nel passo evangelico odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto, dice: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è abituale, la vita è così: viviamo così, senza pensare al tramonto di questo modo di vivere».
Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!».
Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot».
Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE | le 9 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù predica nella Sinagoga di Nazareth

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Publié dans : immagini sacre | le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) I tanti equivoci delle nostre parole

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) I tanti equivoci delle nostre parole

mons. Roberto Brunelli

Potenza e limiti della parola. Usandola con proprietà, lo scienziato può trasmettere il sapere e consentirne il progresso; usandola con maestria, il poeta sa commuovere, esaltare, spronare, incantare; usandola con malizia, si può offendere o ingannare. Ma spesso scritti e discorsi non esprimono esattamente il nostro pensiero, o perché non sappiamo trovare le parole adatte, o semplicemente perché, almeno nella lingua che usiamo, non esistono. Di qui ambiguità ed equivoci a non finire.? Un esempio è dato dal vangelo di oggi (Marco 6,1-6), nel quale i compaesani di Gesù gli attribuiscono fratelli e sorelle; tanto è bastato, nel corso dei secoli, per indurre alcuni a basarvi una smentita della verginità di Maria: se oltre a Gesù ha avuto altri figli… Ma è un argomento debole, adottato più per attaccare la fede cristiana che per spiegare onestamente la Scrittura. In realtà chi studia le lingue sa bene che, mentre oggi si hanno termini precisi per indicare i diversi gradi di parentela e consanguineità, nel mondo antico, quando era fortissimo il senso di appartenenza a una famiglia o a una tribù, chi ne faceva parte – fosse cugino, zio, nipote, cognato – era considerato « fratello » di tutti gli altri. Perciò dire che un uomo, compreso Gesù, aveva fratelli non significa necessariamente che fossero figli della stessa madre.? Per curiosità: non è questa l’unica ambiguità del linguaggio antico. Sempre a proposito di Gesù, qualcuno ha creduto di rafforzare la tesi che avesse fratelli, appigliandosi al fatto che talora egli è detto ‘Primogenito’: dunque il primo, ma non l’unico figlio. La tesi è miseramente crollata quando in una tomba egizia si è scoperta la scritta relativa a una defunta, la quale « morì nel dare alla luce il suo figlio primogenito ». Il primo non comportava dunque altri figli, ma lo si segnalava perché a lui competevano particolari diritti e doveri, un po’ come nelle monarchie, dove spetta al primo nato raccogliere il titolo e l’autorità del genitore.? Anche un altro passo delle letture di oggi ha dato luogo a fraintendimenti. Nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto, Paolo tra l’altro scrive (12,7-10): « E’ stata data alla mia carne una spina, un inviato di satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’ ».
Molti interpreti della Scrittura si sono chiesti che cosa fosse mai quella spina nella carne, e ne hanno dato le più diverse spiegazioni, dalle tentazioni di una disordinata sessualità a una malattia condizionante (è possibile, un disturbo agli occhi). Tuttavia, pur se una risposta certa non c’è, l’insieme dei passi in cui nei suoi scritti egli parla di sé induce a ritenere che la spina fossero i tanti ostacoli al suo ardente apostolato: impedimenti e persecuzioni dai nemici, incomprensioni dagli stessi fedeli, forse anche una salute non sempre ottimale. Ne paiono una conferma le parole seguenti: « Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo ».?
L’ansia di adempiere al meglio la missione ricevuta gli faceva sentire come una spina tutti questi impedimenti; perciò ha chiesto ripetutamente di esserne liberato, sino a quando ha capito che se fosse riuscito a fare tutto quello che aveva in mente avrebbe corso il rischio di ritenerlo opera propria, e quindi peccare di superbia. Chi lavora per Cristo — Paolo, i missionari, i sacri ministri, i catechisti e tutti i cristiani intenzionati ad essere suoi testimoni — non devono aspettarsi senz’altro il successo, né deprimersi di fronte alle difficoltà. Gli basta sapere di essere nella grazia, cioè nell’amore, di Dio.

Publié dans : OMELIE | le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

CARAVAGGIO: L’INCREDULITÀ DI SAN TOMMASO

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CARAVAGGIO: L’INCREDULITÀ DI SAN TOMMASO

Vedere e toccare Lui vivo
In questo quadro Caravaggio ha una percezione così reale del fatto, da immaginare che l’invito verbale di Gesù all’apostolo avesse un suo naturale sviluppo nel gesto pieno di tenerezza del Risorto che prende e guida la mano di Tommaso. E lo sguardo sgranato e teso dell’apostolo sotto la fronte aggrottata segue il dito come se avesse calcolato che il riscontro di due sensi è meglio di uno

di Giuseppe Frangi
Per immaginare l’effetto che fece il San Tommaso di Caravaggio nella Roma di quattrocento anni fa, basta una cifra: di quel suo quadro si contano 24 copie realizzate negli anni successivi. Quasi un record, che assume ancor più valore se si pensa che tra quei copisti vanno annoverati anche Rubens e Guercino. Si tratta di una tela di 107×146 centimetri dipinta per Vincenzo Giustiniani, più o meno entro i primi due anni del 1600, e che ora è tornata per qualche settimana a Roma in occasione della mostra dedicata proprio alle collezioni dei Giustiniani (erano due fratelli: oltre a Vincenzo c’era anche il cardinale Benedetto). Ma che cosa aveva quel quadro da colpire in questo modo chiunque lo guardasse? A Roma in quei mesi si parlava molto di Caravaggio, di questo strano lombardo, geniale e losco («un misto di grano e di pula» lo definì un pittore olandese a Roma in quei tempi), che aveva sovvertito con una naturalezza sconcertante tutte le regole della pittura. Nel 1599 erano state scoperte le tele della cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Nel 1601 era stata la volta delle due tele per la cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo. Tutti lo cercavano, tutti volevano sue opere. Anche il cardinale Federico Borromeo, amico dei Giustiniani, si era portato a Milano la celebre Canestra di frutta, oggi conservata all’Ambrosiana. Certamente ogni sua opera creava anche un po’ di apprensione. Ne sapeva qualcosa il Giustiniani, che nel 1602 aveva preso per la sua collezione il San Matteo con l’Angelo dipinto per l’altare della stessa cappella Contarelli e, come racconta il Caravaggio stesso in una delle tante deposizioni processuali, era «stato tolto via dai preti» (quella prima stesura del dipinto arrivò a Berlino nel secolo scorso e venne distrutta dalle bombe dell’ultima guerra). E anche le due tele di Santa Maria del Popolo, con la Crocefissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo, vennero rifatte due volte, perché rifiutate dal committente.
Quindi davanti all’Incredulità di san Tommaso c’era da aspettarsi qualche sorpresa da parte del Caravaggio. In realtà, al primo sguardo, la tela appariva di una semplicità assoluta e di una perfezione compositiva inattaccabile: quattro personaggi, le cui teste formano un rombo perfetto al centro della composizione; un asse orizzontale costituito dal braccio dell’apostolo incredulo e dalle mani di Gesù; un asse verticale che passa per la testa dei due apostoli al centro. Infine, le schiene dell’apostolo di destra e quella di Gesù formano un arco che sigilla il quadro dentro la più classica e sapiente delle costruzioni. Anche il più pedante dei maestri d’Accademia non avrebbe trovato proprio nulla da eccepire.
Caravaggio poi toglie ogni enfasi al racconto. Il fondo è bruno e spoglio che più spoglio non si può. La luce che entra da sinistra è così normale che proprio non vien da attribuirle nessuna valenza simbolica. Che cosa c’è allora di così insolito in quel quadro? Il primo fattore è un fattore impercettibile. Caravaggio, rispetto a tutta la tradizionale iconografia sul tema, è come se ricorresse a uno zoom. I protagonisti non sono più inquadrati a distanza nella sala, teatro dell’episodio. Sono a portata immediata di sguardo, anzi di mano. Per di più sono ad altezza dell’osservatore, per cui, chiunque sia di fronte a quella tela, diventa il quinto personaggio della scena: anche lui si trova a chinare lo sguardo, incredulo e stupito, sul centro dell’evento. Il secondo fattore che Caravaggio introduce è invece ben visibile. È la mano di Gesù che prende quella di Tommaso e la guida verso la ferita. Iconograficamente non è una novità, perché già Dürer in una sua famosa incisione aveva rappresentato così l’episodio, andando quasi al di là del racconto evangelico. Ma in Dürer quel gesto si perdeva nella miriade di particolari. Qui invece è proprio il centro della scena: Caravaggio ha una percezione così reale del fatto da immaginare che l’invito verbale di Gesù a Tommaso avesse un suo naturale sviluppo in quel gesto così pieno di tenerezza. Del resto è un gesto che scoperchia il carattere di Tommaso, spaccone e inquieto dietro le quinte, timido e quasi indietreggiante sulla scena. Incoraggiato da Gesù, che gli ha letto nel cuore, Tommaso può liberare la sua curiosità. Così il dito non si limita a sfiorare la ferita, ma vi entra dentro come a voler fugare davvero ogni ombra di dubbio. E lo sguardo sgranato e teso, sotto la fronte aggrottata, segue il dito, come se l’apostolo avesse calcolato, in quel momento, che il riscontro di due sensi è meglio di uno.
Eccoci così arrivati al fulcro del quadro, al particolare su cui Caravaggio fa convergere tutti gli altri, occhio dello spettatore compreso. Il dito di Tommaso tocca un uomo vivo, s’addentra nella carne viva: la semplicità geniale di Caravaggio spazza via, quasi con brutalità, ogni connotato visionario dalla scena. Racconta ancora una volta «l’accaduto, nient’altro che l’accaduto», come avrebbe scritto nel 1951 Roberto Longhi. E la conferma viene dagli altri due apostoli. Quello al centro è lo stesso modello usato nella Crocefissione di san Pietro e come Nicodemo nella Deposizione della Vaticana. Non hanno avuto la sfrontatezza di Tommaso, ma si vede benissimo dai rispettivi sguardi che il dubbio era attecchito anche nel loro cuore: Gesù era risorto davvero con il suo corpo o quello che avevano davanti era un fantasma? Così i loro occhi fremono nell’attesa: altro che preoccuparsi di rimproverare Tommaso per la sua incredulità…
Caravaggio, insomma, indovina tutte le dinamiche umane della scena. Non lascia scampo a ipotesi alternative, e declina il suo quadro al tempo presente. Come infatti gli era accaduto nella Vocazione di Matteo, veste i protagonisti della vicenda con abiti contemporanei, mentre lascia Cristo con un mantello. È un corto circuito quasi impercettibile che gli serve per dare una verità ancora più diretta e comprensibile all’episodio raccontato: l’episodio accadde quel giorno di tanti secoli prima in Palestina, ma proprio perché realmente accaduto può essere riscontrabile, toccabile con mano, anche oggi.
Rimasto a Roma sino alla fine del Settecento questo capolavoro venne comperato nel 1815 dal re di Prussia, insieme ad altre tele caravaggesche dei Giustiniani. Passò di castello in castello, nelle varie residenze degli Hohenzollern. Poi, con il 1945, se ne persero le tracce, tanto che non poté essere presente alla grande mostra di Caravaggio a Milano del 1951. In quell’occasione Roberto Longhi ne presentò una versione antica, attribuita a Rodríguez e conservata al museo di Messina: caso curioso vuole che quella versione oggi costituisca il manifesto della mostra in corso a Palermo, dedicata ai caravaggeschi siciliani. Nel 1958, la tela, che era stata portata via dai russi, venne restituita ai tedeschi della Ddr, che dal 1963 la esposero nella quadreria del castello di Potsdam, alle porte di Berlino, dove tutt’ora è conservata.
Quanto a Caravaggio, allora trentenne, era atteso da una vera via crucis giudiziaria. L’11 settembre 1603 era stato arrestato per aver diffuso sonetti che diffamavano Giovanni Baglione, un pittore molto benvoluto dall’entourage di papa Clemente VIII. Grazie alle sue entrature il Baglione aveva strappato una commessa di grande importanza, la pala dell’altare della chiesa madre dei Gesuiti. Dipinse una Resurrezione, tutta visionaria, che Caravaggio definì non una pittura ma «una pitturessa». Restò in prigione sino al 25 settembre. Ma quando uscì, in tanti gli avevano voltato le spalle, compresi alcuni suoi potenti protettori. Così quando i committenti della sua Morte della Vergine gli rifiutarono la tela, non trovò più i Giustiniani a coprirgli le spalle. Il quadro restò nel suo studio di vicolo San Biagio per qualche mese. Sin quando non si fece vivo un certo pittore venuto da Anversa, chiedendo di poterlo comperare per conto del suo padrone, il duca Gonzaga. Si chiamava Pieter Paul Rubens.

Quei due empirici Tommaso, la fede a portata di mano
Pina Baglioni
Col suo voler toccare testimonia non scetticismo, ma serietà di fronte alla realtà. E quel che egli ha fatto con Gesù, l’ha fatto per tutti. In una presenza l’inizio della conoscenza
Quando Giovanni nel suo Vangelo scrive che quello che sta scrivendo è « ciò che abbiamo visto e toccato », aveva in mente anche lui: lui è Tommaso, l’apostolo « empirico », quello che i sinottici (i Vangeli di Matteo, Marco e Luca; ndr) includono nel secondo gruppo, accanto a Matteo, e che nel nome contiene una pista sulla sua origine. Tommaso in siriaco è l’equivalente del greco Didimo, cioè gemello. Del resto, un’antichissima tradizione attesta il culto dell’apostolo a Edessa di Siria (l’attuale Urfa, in Turchia). Se i sinottici lo citano solo in occasione della presentazione dei dodici, Giovanni mostra molta più attenzione nei suoi confronti. Lo ricorda in sette circostanze precise. E tre di queste sono molto significative per definire il carattere di Tommaso. La prima (Gv 11,6) è relativa alla malattia di Lazzaro: Gesù decide di tornare in Giudea, a Betania, per trovare l’amico. Gli apostoli sono scettici, perché sanno che in Giudea l’ostilità delle autorità verso di Lui è esplosa e c’è anche pericolo fisico per chi lo segue. Tutti tacciono, tranne Tommaso, che rivolgendosi ai suoi amici sbotta: « Allora andiamo anche noi a morire con lui! ». La franchezza non è dote che manchi certo a Tommaso. E anche il secondo episodio lo dimostra. L’Ultima Cena si sta per concludere; l’annuncio del prossimo tradimento è stato fatto, anche se non tutti lo hanno colto (quando Giuda lascia il Cenacolo, sottolinea Giovanni, « nessuno dei commensali capì »). Gesù cerca di tranquillizzare i suoi: « Io vado a prepararvi un posto… E del luogo dove io vado, voi conoscete la via ». Ma a Tommaso qualcosa non torna: « Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via? ». E Gesù: « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me » (Gv 14,1-6). La sola possibilità di salvezza sta in quest’ordine di precedenza invertito: nel conoscere la via prima di sapere dove si va, anzi nell’essere sulla via senza neanche saperlo. Tre richieste
Infine c’è l’episodio più celebre, quello che accade dopo la Resurrezione. Gesù si fa vivo a un gruppo di apostoli, ma fra loro non c’è Tommaso. Chi c’era, però, si premura di riferire subito all’assente quello che avevano visto. La reazione di Tommaso non è dettata da scetticismo. È la sua natura empirica che lo porta a dubitare di tutto ciò che non ha visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani. È una reazione immediata, un esito della sua franchezza: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ». Tre richieste, precise, incalzanti, quasi impudenti. Ma a Gesù non fanno nessun problema: conoscendo nel profondo i suoi amici, ne capisce anche le debolezze o le pretese. Così otto giorni dopo Gesù si fa di nuovo vivo tra i suoi. E appena vede che c’è anche Tommaso, lo chiama vicino a sé senza dimenticare nessuna delle sue richieste: « Metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente » (Gv 20, 24-28). Poi Gesù aggiunge quello che è sempre suonato come un rimprovero: « Perché mi hai visto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno ». Padre Ignace De la Potterie, gesuita, grande biblista, ha spiegato questo passaggio, sottolineando che in realtà la traduzione va fatta al passato: « Non è corretto tradurre al futuro. Ci sono due verbi all’aoristo, e in tutti gli altri casi di aoristo utilizzati da Giovanni questi hanno valore di anteriorità ». E spiega, quindi, De la Potterie: « Il rimprovero cade sul fatto che Tommaso ha rifiutato, all’inizio, di dare credito all’annuncio dei discepoli ».
Caravaggio, raccontando questa scena in uno dei quadri più belli dell’intera storia della pittura (è conservato a Potsdam, in Germania, alle porte di Berlino), svela un particolare molto umano che fa capire come la condizione di Tommaso sia la condizione di tutti: per questo è così vera. Infatti, mentre l’apostolo mette brutalmente il dito nel costato, da dietro due altri apostoli guardano, con lo sguardo teso nella curiosità. Anche loro vogliono empiricamente avere la certezza che quello che hanno davanti è Gesù in carne e ossa. E quello che Tommaso sta facendo lo sta facendo anche per loro. Hanno visto, hanno toccato, hanno creduto. Hanno esclamato: « Mio Signore e mio Dio! ».
L’apostolo empirico ritorna nelle pagine di Giovanni in occasione dell’apparizione di Gesù sul lago di Galilea: sono in sette che vanno a pescare, seguendo Pietro. E tra questi Giovanni, con cronistica precisione, dice che c’era pure Tommaso.

In India
E dopo cosa accade di lui? Negli Atti di Tommaso, il più importante degli scritti apocrifi attribuiti all’apostolo, si racconta che nella divisione a sorte fatta a Gerusalemme, delle terre in cui andare in missione, a Tommaso fosse toccata l’India. Gli Atti testimoniano di uno scarso entusiasmo: « Non aveva voglia di andare. Diceva: « Non ho forza sufficiente, sono debole »". Gesù dovette scomodarsi di nuovo, apparendogli in sogno: « Non temere, Tommaso! È con te la mia grazia ». Ma fedele al suo temperamento Tommaso non si convince: « Mandami dove vuoi, Signore! È solo in India che non voglio andare ». Allora il Signore ricorre a un sotterfugio e vende il discepolo a un mercante indiano, venuto a cercare un costruttore per conto del re Gudnafar. A questo punto Tommaso si arrende. E, per quanto il racconto sia leggendario, parte davvero per l’India.
Infatti sono tantissimi i segni che in terra indiana si conservano di un suo passaggio (insieme a Matteo). Ne parlano nei primi secoli Ambrogio, Paolino, Gerolamo: Tommaso sarebbe sbarcato a Mylapore, l’attuale Madras, dove avrebbe subito il martirio e dove ancora oggi si venera la sua tomba. I segni di una presenza cristiana in India, del resto, sono numerosi e risalgono a secoli molto precoci. Al concilio di Nicea del 325 era presente un vescovo Giovanni, un siro caldeo proveniente dall’India. E ancor oggi esiste nella regione di Malabar, nel sud dell’India, una tradizione di cristiani che usano per la liturgia la lingua siriaca.

San Francesco Saverio
Ma chi dovette conoscere e incontrare, con suo immenso stupore, questo piccolo gregge di cristiani in India fu san Francesco Saverio, sbarcato qui nel 1541. Giunto sull’isola di Socotora, trova gente che si dice cristiana. Anzi, come scrive nelle lettere, « si dicono onorati di dirsi cristiani e possiedono chiese, croci e lampade ». Qui i sacerdoti venivano chiamati cacizes e pur non sapendo leggere né scrivere avevano ancora piena memoria delle preghiere: « Non comprendono le orazioni che recitano, poiché non sono nella loro lingua: credo che siano in caldeo. Sono devoti di san Tommaso: essi dicono di discendere da quei cristiani che san Tommaso convertì in questi luoghi ». Nel maggio 1545 Saverio si reca a Mylapore per venerare la tomba di san Tommaso. È qui che probabilmente recuperò la reliquia dell’apostolo, che, al momento della morte, gli venne trovata nel piccolo reliquiario che aveva al collo. Nello stesso reliquiario teneva le firme delle lettere dei suoi amici, ricevute dall’Europa: « Vi faccio sapere, carissimi fratelli, che dalle lettere che mi avete scritto ho ritagliato i vostri nomi, vergati dalla vostra stessa mano, e li porto sempre con me per le consolazioni che ne ricevo ». E quelle, come le reliquie del Santo, erano per Francesco un’anteprima del Paradiso: « Presto ci vedremo nell’altra vita con maggior riposo che non in questa ».
Noi conosciamo molto bene questa categoria, questo tipo di persone, anche di giovani. Questi empirici (…) sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se una volta Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: « Mio Signore e mio Dio! ». Penso a tanti vostri amici, vostri coetanei, che hanno questa mentalità empirica, scientifica; ma se una volta potessero toccare Gesù da vicino – vedere il volto di Cristo – se una volta potranno toccare Gesù, se lo vedranno in voi, diranno: « Mio Signore e mio Dio! ».
(Giovanni Paolo II, 24 marzo 1994)

Nome: Tommaso
Provenienza: forse Edessa, l’attuale Urfa in Turchia, ai confini con la Siria.
Genitori: Zebedeo e Salome
Professione: pescatore
Segni particolari: barba, capelli scuri, una certa predisposizione alla pigrizia.
Festa: 3 luglio
Luoghi di culto: a Madras, nell’India del Sud, la cattedrale di San Tomé è stata ricostruita nel 1500 sul luogo dove è stato sepolto Tommaso. A Urfa, l’antica Edessa, invece, non si conservano segni dell’apostolo. Parlano di lui: i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, gli Acta Tommasi, testo apocrifo ma molto antico; san Francesco Saverio nelle lettere

Publié dans : immagini e testi, santi | le 3 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Statua di Dio creatore, Madrid, chiesa gotica San Jeronimo el real

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Publié dans : immagini sacre | le 2 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »
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