Clematis bud

 

clematis bud

 

Publié dans : immagini sacre | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

Cristo il Signore

cristo re

Publié dans : immagini sacre | le 1 avril, 2020 |Pas de Commentaires »

SANTA MESSA DELLA DIVINA MISERICORDIA – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – II Domenica di Pasqua, 8 aprile 2018

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SANTA MESSA DELLA DIVINA MISERICORDIA – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – II Domenica di Pasqua, 8 aprile 2018

Piazza San Pietro

Nel Vangelo odierno ritorna più volte il verbo vedere: «I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20); poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore» (v. 25). Ma il Vangelo non descrive come lo videro, non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: «Mostrò loro le mani e il fianco» (v. 20). Sembra volerci dire che i discepoli hanno riconosciuto Gesù così: attraverso le sue piaghe. La stessa cosa è accaduta a Tommaso: anch’egli voleva vedere «nelle sue mani il segno dei chiodi» (v. 25) e dopo aver veduto credette (v. 27).
Nonostante la sua incredulità, dobbiamo ringraziare Tommaso, perché non si è accontentato di sentir dire dagli altri che Gesù era vivo, e nemmeno di vederlo in carne e ossa, ma ha voluto vedere dentro, toccare con mano le sue piaghe, i segni del suo amore. Il Vangelo chiama Tommaso «Didimo» (v. 24), cioè gemello, e in questo è veramente nostro fratello gemello. Perché anche a noi non basta sapere che Dio c’è: non ci riempie la vita un Dio risorto ma lontano; non ci attrae un Dio distante, per quanto giusto e santo. No: abbiamo anche noi bisogno di “vedere Dio”, di toccare con mano che è risorto, e risorto per noi.
Come possiamo vederlo? Come i discepoli: attraverso le sue piaghe. Guardando lì, essi hanno compreso che non li amava per scherzo e che li perdonava, nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato e chi l’aveva abbandonato. Entrare nelle sue piaghe è contemplare l’amore smisurato che sgorga dal suo cuore. Questa è la strada. È capire che il suo cuore batte per me, per te, per ciascuno di noi. Cari fratelli e sorelle, possiamo ritenerci e dirci cristiani, e parlare di tanti bei valori della fede, ma, come i discepoli, abbiamo bisogno di vedere Gesù toccando il suo amore. Solo così andiamo al cuore della fede e, come i discepoli, troviamo una pace e una gioia (cfr vv. 19-20) più forti di ogni dubbio.
Tommaso, dopo aver visto le piaghe del Signore, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28). Vorrei attirare l’attenzione su quell’aggettivo che Tommaso ripete: mio. È un aggettivo possessivo e, se ci riflettiamo, potrebbe sembrare fuori luogo riferirlo a Dio: come può Dio essere mio? Come posso fare mio l’Onnipotente? In realtà, dicendo mio non profaniamo Dio, ma onoriamo la sua misericordia, perché è Lui che ha voluto “farsi nostro”. E come in una storia di amore, gli diciamo: “Ti sei fatto uomo per me, sei morto e risorto per me e allora non sei solo Dio; sei il mio Dio, sei la mia vita. In te ho trovato l’amore che cercavo e molto di più, come non avrei mai immaginato”.
Dio non si offende a essere “nostro”, perché l’amore chiede confidenza, la misericordia domanda fiducia. Già al principio dei dieci comandamenti Dio diceva: «Io sono il Signore, tuo Dio» (Es 20,2) e ribadiva: «Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso» (v. 5). Ecco la proposta di Dio, amante geloso che si presenta come tuo Dio. E dal cuore commosso di Tommaso sgorga la risposta: «Mio Signore e mio Dio!». Entrando oggi, attraverso le piaghe, nel mistero di Dio, capiamo che la misericordia non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito del suo stesso cuore. E allora, come Tommaso, non viviamo più da discepoli incerti, devoti ma titubanti; diventiamo anche noi veri innamorati del Signore! Non dobbiamo avere paura di questa parola: innamorati del Signore.
Come assaporare questo amore, come toccare oggi con mano la misericordia di Gesù? Ce lo suggerisce ancora il Vangelo, quando sottolinea che la sera stessa di Pasqua (cfr v. 19), cioè appena risorto, Gesù, per prima cosa, dona lo Spirito per perdonare i peccati. Per sperimentare l’amore bisogna passare da lì: lasciarsi perdonare. Lasciarsi perdonare. Domando a me e a ognuno di voi: io mi lascio perdonare? Per sperimentare quell’amore, bisogna passare da lì. Io mi lascio perdonare? “Ma, Padre, andare a confessarsi sembra difficile…”. Di fronte a Dio, siamo tentati di fare come i discepoli nel Vangelo: barricarci a porte chiuse. Essi lo facevano per timore e noi pure abbiamo timore, vergogna di aprirci e dire i peccati. Che il Signore ci dia la grazia di comprendere la vergogna, di vederla non come una porta chiusa, ma come il primo passo dell’incontro. Quando proviamo vergogna, dobbiamo essere grati: vuol dire che non accettiamo il male, e questo è buono. La vergogna è un invito segreto dell’anima che ha bisogno del Signore per vincere il male. Il dramma è quando non ci si vergogna più di niente. Non abbiamo paura di provare vergogna! E passiamo dalla vergogna al perdono! Non abbiate paura di vergognarvi! Non abbiate paura.
C’è invece una porta chiusa davanti al perdono del Signore, quella della rassegnazione. La rassegnazione sempre è una porta chiusa. L’hanno sperimentata i discepoli, che a Pasqua constatavano amaramente come tutto fosse tornato come prima: erano ancora lì, a Gerusalemme, sfiduciati; il “capitolo Gesù” sembrava finito e dopo tanto tempo con Lui nulla era cambiato, rassegniamoci. Anche noi possiamo pensare: “Sono cristiano da tanto, eppure in me non cambia niente, faccio sempre i soliti peccati”. Allora, sfiduciati, rinunciamo alla misericordia. Ma il Signore ci interpella: “Non credi che la mia misericordia è più grande della tua miseria? Sei recidivo nel peccare? Sii recidivo nel chiedere misericordia, e vedremo chi avrà la meglio!”. E poi – chi conosce il Sacramento del perdono lo sa – non è vero che tutto rimane come prima. Ad ogni perdono siamo rinfrancati, incoraggiati, perché ci sentiamo ogni volta più amati, più abbracciati dal Padre. E quando, da amati, ricadiamo, proviamo più dolore rispetto a prima. È un dolore benefico, che lentamente ci distacca dal peccato. Scopriamo allora che la forza della vita è ricevere il perdono di Dio, e andare avanti, di perdono in perdono. Così va la vita: di vergogna in vergogna, di perdono in perdono. Questa è la vita cristiana.
Dopo la vergogna e la rassegnazione, c’è un’altra porta chiusa, a volte blindata: il nostro peccato, lo stesso peccato. Quando commetto un peccato grande, se io, in tutta onestà, non voglio perdonarmi, perché dovrà farlo Dio? Questa porta, però, è serrata solo da una parte, la nostra; per Dio non è mai invalicabile. Egli, come insegna il Vangelo, ama entrare proprio “a porte chiuse” – l’abbiamo sentito –, quando ogni varco sembra sbarrato. Lì Dio opera meraviglie. Egli non decide mai di separarsi da noi, siamo noi che lo lasciamo fuori. Ma quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui. Lì il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose. C’è una trasformazione: la mia misera piaga assomiglia alle sue piaghe gloriose. Perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie. Come Tommaso, chiediamo oggi la grazia di riconoscere il nostro Dio: di trovare nel suo perdono la nostra gioia, di trovare nella sua misericordia la nostra speranza.

Resurrezione di Lazzaro

diario

Publié dans : immagini sacre | le 27 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

Il senso del dolore e della morte
padre Gian Franco Scarpitta

Acqua, Luce e Vita sono il trinomio che sta intercorrendo in queste liturgie domenicali, che esaltano Gesù, Figlio di Dio sotto queste tre prerogative. E anche in questa domenica si ribadiscono e la loro immagine si rafforza soprattutto nel concetto della vittoria della vita sulla morte e della definitiva sconfitta del male e dell’impero delle tenebre. Appena saputa la notizia dell’infermità dell’amico Lazzaro, Gesù esterna un commento non dissimile a quello che avevamo visto la scorsa Domenica intorno al dono della vista al non vedente che era tale sin dalla nascita: “questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio.” Mi si consenta di aprire una parentesi in questa improvvisa svolta epocale della nostra vita che ci sta imponendo la diffusione esponenziale della pandemia da coronavirus: l’infezione è certamente una macabra esperienza per tutti, che non può non preoccuparci e farci sperare nella ricerca immediata di un ritrovato medico in grado almeno di arginarne la diffusione. Il fenomeno dovrebbe essere un richiamo anche alla nostra responsabilità e allo spirito di sacrificio, poiché fintanto che non si trova un farmaco o un vaccino l’unica risorsa contro il morbo è l’isolamento a casa: non dovremmo uscire se non nelle necessità veramente indifferibili e dovrebbe essere nostra coscienza che creare assembramento per le strade, intessere relazioni sociali, incontrarci gli uni gli altri al parco, sul lungomare e in altri luoghi vuol dire incoraggiare la diffusione della malattia e nessuno può ingenuamente concludere di non esserne direttamente coinvolto (“Tanto a me non capita”; “Non mi succederà”) perché le statistiche ci dicono espressamente che chiunque da un momento all’altro può restare contagiato per infettare altri senza accorgersene. La prima pedagogia che la malattia ci sta fornendo è dunque quella del dovere verso noi stessi e verso gli altri, quindi la responsabilità e la maturità personale che vanno esercitate adesso come non mai. Dio stesso in questa triste esperienza ci chiama all’umiltà e alla carità già in questo monito di prudenza e di corresponsabilità, che va identificato come valore assoluto da estendersi anche al di là dell’emergenza.
La crescita inarrestabile del contagio assume però altri risvolti di formazione e di pedagogia che non possono non provenirci anch’essi dal Signore: determinate situazioni di emergenza e di bisogno ci inducono a concludere che la nostra arroganza, la superbia propriamente umana e l’indifferentismo religioso sono insufficienti a rassicurare la nostra serenità e la nostra crescita. Occorre assumere umile consapevolezza che “solo in Dio riposa l’anima mia” e che non è affatto insolito né banale affidarsi alla Provvidenza e ricorrere alla preghiera, come esternazione della fede. La pandemia, che guarda caso sta interessando proprio il nostro tempo di Quaresima, va interpretata quindi come un atto di correzione divina atta a costituire un richiamo alla fede, al primato di Dio su ogni cosa, alla sensibilità etica e morale. Chiunque metta in discussione l’esistenza di Dio o ponga delle obiezioni sul suo intervento, considera pochissimo che Dio sta in realtà rivendicando il primato che noi gli abbiamo estorto, attraverso la scelta di pseudo valori in ordine di etica e di religiosità, nella deliberazione di una morale a dir poco egoistica quanto alla sessualità e alla famiglia, come pure di scelte avverse alla linea del Vangelo sul fronte della giustizia e del procacciamento degli interessi propri e altrui. Violenza, droga, immoralità, ingiustizia, persecuzione dei più deboli, unitamente a ostinata miscredenza e affermato rifiuto del sacro, hanno rappresentato finora le miserie per le quali era necessario che Dio provvedesse a correggerci come già nell’Antico Testamento a proposito dei serpenti fuoriusciti nel deserto (Numeri 19 – 22) o dell’invasione delle cavallette in Gioele, o ancora della deportazione degli Israeliti a Babilonia.
Affermare la gloria di Dio è quindi, adesso come allora, recuperare a dignità divina di assoluta supremazia, senza che nessuno si sostituisca a Dio creatore e padrone di ogni cosa.
Ciononostante, Dio corregge ma non si accanisce. Percuote, ma non ci distrugge. Non usa crudeltà né spietatezza, ma semplicemente misericordia anche nei suoi interventi emendativi. Così almeno ci insegna la Scrittura:“Il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli, e qual è il figlio che non è corretto dal padre?”(Eb 12, 6 – 7). Sempre dalla Scrittura è attestato che Dio non lascia senza sostegno anche nell’ora della prova, condividendo ansie e sofferenze e chi dimostra vera fede in lui otterrà sempre ricompensa adeguata alla sua stessa fedeltà (Eb 11, 6).
Nella succitata “gloria di Dio” rientra anche l’amore per l’uomo e il suo emendamento dal male e se è vero che il nemico da sconfiggere è il peccato, è altrettanto vero che il peccatore è sempre oggetto di predilezione. Sebbene quindi facciamo esperienza della morte nella presenza di tanti cadaveri rinchiusi nei sarcofagi (mai come in questi giorni), in Gesù Cristo Dio si rivela vincitore del peccato e della morte e riafferma il trionfo perenne della vita. L’episodio della resurrezione di Lazzaro rappresenta il dominio di Gesù sul dolore, sulla morte e sul suo pungiglione che è il peccato (1Cor 15, 56) e si riscontra subito che non si tratta di un mero esibizionismo o di una gratuita ostentazione di poteri straordinari e di spettacolarità: anche da lontano infatti potrebbe con un solo cenno operare il prodigio della guarigione di Lazzaro e invece lascia che la malattia abbia la sua recrudescienza fino alla morte biologica, perché il male fisico ha una ragione di esistere anche nell’ottica della volontà di Dio. Come si è detto prima, serve ad alimentare la fiducia in Dio, ad accrescere l’umiltà e a ravvivare la fiamma della fede non senza l’umiltà, soprattutto quando la scienza medica è ancora impotente contro questo male specifico. Ma serve anche perché si renda manifesta la vicinanza di Dio nei confronti di chi soffre: la malattia non segna il distacco del Signore da noi ma è la condivisione del suo stesso dolore con quello delle nostre membra. Così avverrà infatti sulla Croce di Cristo: egli non scenderà dal patibolo perché il soffrire divino su di esso dovrà dare un segno dell’amore di Dio che soffre con noi.
Tutte queste cose Gesù vuole attestare “finché è giorno”, cioè finche egli è con noi e percorre le nostre stesse strrade e finché non giiungono le tenebre per lui (dell’arresto e della condanna) vuole anche insegnare che il dolore non è mai finalizzato alla morte, come nel caso del trapasso di Lazzaro.
Gesù è consapevole che si tratta della morte di un amico con il quale aveva intessuto legami di amicizia e di comunione, con il quale aveva scherzato, discusso, dialogato e che adesso è venuto a mancare. Gesù, uomo fra gli uomini in mezzo alla gente, esperisce il vuoto affettivo e lo smarrimento e non può non trattenersi dal piangere di fronte a un amico che ormai giace nel sepolcro da quattro giorni. Tuttavia il dolore, seppure legittimo e regolare, non deve cedere alla disperazione in virtù della fede in un Dio che, già a detta di Ezechiele (I Lettura) ribalta i sepolcri per rianimare i morti e nella valle inaridita manda il suo Spirito perché le ossa aride e desolate si rianimino una volta riacquistati i nervi e la carnagione (Ez 37, 3 ess). Dio è il Signore dei vivi e non dei morti e anche quella che noi chiamiamo disgregazione del corpo in realtà è la vita che trionfa sulla morte in forza dell’amore di Dio. Cioè la Resurrezione. Ecco perché Gesù, noncurante dello stupore degli astanti e non temendo di essere tacciato di contraddizione esclama: “Lazzaro, vieni fuori”, ottenendo che il morto fuoriesca dalla profondità dello speco adibito a sepolcro nonostante l’ostacolo delle bende. Anche lui, Gesù, risusciterà dopo aver subito il flagello, le percosse, i chiodi sulla croce, la posizione da condannato che (presumibilmente) lo porterà all’arresto cardiaco e senza nulla opporre a tutto questo.
L’amore di Dio si concretizza per noi in Gesù Cristo che è acqua viva, luce che dirada le tenebre e soprattutto vita eterna he supera la morte dandoci le ragioni della speranza nel dolore. Tutte queste prerogative siamo chiamati a riscoprire nella tristissima esperienza alla quale siamo costretti, che ci invita a ravvivare la speranza che l’ostacolo sarà comunque superato.

Publié dans : OMELIE DOMENICALI | le 27 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

Luca della Robbia

diario

Publié dans : immagini sacre | le 25 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 11 marzo 2020

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 11 marzo 2020

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’udienza di oggi continuiamo a meditare la luminosa via della felicità che il Signore ci ha consegnato nelle Beatitudini, e giungiamo alla quarta: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati» (Mt 5,6).
Abbiamo già incontrato la povertà nello spirito e il pianto; ora ci confrontiamo con un ulteriore tipo di debolezza, quella connessa con la fame e la sete. Fame e sete sono bisogni primari, riguardano la sopravvivenza. Questo va sottolineato: qui non si tratta di un desiderio generico, ma di un’esigenza vitale e quotidiana, come il nutrimento.
Ma cosa significa avere fame e sete di giustizia? Non stiamo certo parlando di coloro che vogliono vendetta, anzi, nella beatitudine precedente abbiamo parlato di mitezza. Certamente le ingiustizie feriscono l’umanità; la società umana ha urgenza di equità, di verità e di giustizia sociale; ricordiamo che il male subito dalle donne e dagli uomini del mondo giunge fino al cuore di Dio Padre. Quale padre non soffrirebbe per il dolore dei suoi figli?
Le Scritture parlano del dolore dei poveri e degli oppressi che Dio conosce e condivide. Per aver ascoltato il grido di oppressione elevato dai figli d’Israele – come racconta il libro dell’Esodo (cfr 3,7-10) – Dio è sceso a liberare il suo popolo. Ma la fame e la sete della giustizia di cui ci parla il Signore è ancora più profonda del legittimo bisogno di giustizia umana che ogni uomo porta nel suo cuore.
Nello stesso “discorso della montagna”, poco più avanti, Gesù parla di una giustizia più grande del diritto umano o della perfezione personale, dicendo: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). E questa è la giustizia che viene da Dio (cfr 1 Cor 1,30).
Nelle Scritture troviamo espressa una sete più profonda di quella fisica, che è un desiderio posto alla radice del nostro essere. Un Salmo dice: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63,2). I Padri della Chiesa parlano di questa inquietudine che abita nel cuore dell’uomo. Sant’Agostino dice: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te».[1] C’è una sete interiore, una fame interiore, una inquietudine …
In ogni cuore, perfino nella persona più corrotta e lontana dal bene, è nascosto un anelito verso la luce, anche se si trova sotto macerie di inganni e di errori, ma c’è sempre la sete della verità e del bene, che è la sete di Dio. È lo Spirito Santo che suscita questa sete: è Lui l’acqua viva che ha plasmato la nostra polvere, è Lui il soffio creatore che le ha dato vita.
Per questo la Chiesa è mandata ad annunciare a tutti la Parola di Dio, impregnata di Spirito Santo. Perché il Vangelo di Gesù Cristo è la più grande giustizia che si possa offrire al cuore dell’umanità, che ne ha un bisogno vitale, anche se non se ne rende conto.[2]
Ad esempio, quando un uomo e una donna si sposano hanno l’intenzione di fare qualcosa di grande e bello, e se conservano viva questa sete troveranno sempre la strada per andare avanti, in mezzo ai problemi, con l’aiuto della Grazia. Anche i giovani hanno questa fame, e non la devono perdere! Bisogna proteggere e alimentare nel cuore dei bambini quel desiderio di amore, di tenerezza, di accoglienza che esprimono nei loro slanci sinceri e luminosi.
Ogni persona è chiamata a riscoprire cosa conta veramente, di cosa ha veramente bisogno, cosa fa vivere bene e, nello stesso tempo, cosa sia secondario, e di cosa si possa tranquillamente fare a meno.
Gesù annuncia in questa beatitudine – fame e sete di giustizia – che c’è una sete che non sarà delusa; una sete che, se assecondata, sarà saziata e andrà sempre a buon fine, perché corrisponde al cuore stesso di Dio, al suo Santo Spirito che è amore, e anche al seme che lo Spirito Santo ha seminato nei nostri cuori. Che il Signore ci dia questa grazia: di avere questa sete di giustizia che è proprio la voglia di trovarlo, di vedere Dio e di fare il bene agli altri.

[1] Le confessioni, 1,1.5.
[2] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2017: «La grazia dello Spirito Santo ci conferisce la giustizia di Dio. Unendoci mediante la fede e il Battesimo alla passione e alla risurrezione di Cristo, lo Spirito ci rende partecipi della sua vita».

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 25 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

Re David

diario

Publié dans : immagini sacre | le 23 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – QUARTA CATECHESI DI SS. GIOVANNI PAOLO II SU I SALMI E I CANTICI DELLE LODI

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GIOVANNI PAOLO II – QUARTA CATECHESI DI SS. GIOVANNI PAOLO II SU I SALMI E I CANTICI DELLE LODI

(mercoledì 2 maggio 2001)

1. « Benedite, opere tutte del Signore, il Signore » (Dn 3, 57). Un respiro cosmico pervade questo Cantico tratto dal libro di Daniele, che la Liturgia delle Ore propone per le Lodi della Domenica nella prima e nella terza settimana. E ben s’addice questa stupenda preghiera litanica al Dies Domini, al Giorno del Signore, che in Cristo risorto ci fa contemplare il culmine del disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. In Lui, infatti, alfa ed omega, principio e fine della storia (cfr Ap 22, 13), prende senso compiuto la creazione stessa, poiché, come ricorda Giovanni nel prologo del Vangelo, « tutto è stato fatto per mezzo di lui » (Gv 1, 3). Nella risurrezione di Cristo culmina la storia della salvezza, aprendo la vicenda umana al dono dello Spirito e dell’adozione filiale, in attesa del ritorno dello Sposo divino, che consegnerà il mondo a Dio Padre (cfr 1 Cor 15, 24).
2. In questo brano litanico, sono come chiamate in rassegna tutte le cose. Lo sguardo punta al sole, alla luna, agli astri; si adagia sull’immensa distesa delle acque, si leva verso i monti, indugia sulle più diverse situazioni atmosferiche; passa dal caldo al freddo, dalla luce alle tenebre; considera il mondo minerale e quello vegetale, si sofferma sulle diverse specie di animali. L’appello poi si fa universale: chiama in causa gli angeli di Dio, raggiunge tutti i « figli dell’uomo », ma coinvolge in modo particolare il popolo di Dio, Israele, i suoi sacerdoti, i giusti. È un immenso coro, una sinfonia in cui le varie voci elevano il loro canto a Dio, Creatore dell’universo e Signore della storia. Recitato alla luce della rivelazione cristiana, esso si rivolge al Dio trinitario, come la liturgia ci invita a fare, aggiungendo al Cantico una formula trinitaria: « Benediciamo il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo ».
3. Nel Cantico in certo senso si riflette l’anima religiosa universale, che percepisce nel mondo l’orma di Dio, e si innalza alla contemplazione del Creatore. Ma nel contesto del libro di Daniele, l’inno si presenta come ringraziamento elevato da tre giovani israeliti – Anania, Azaria e Misaele – condannati a morire bruciati in una fornace, per aver rifiutato di adorare la statua d’oro di Nabucodonosor, ma miracolosamente preservati dalle fiamme. Sullo sfondo di questo evento c’è quella speciale storia di salvezza in cui Dio sceglie Israele come suo popolo e stabilisce con esso un’alleanza. Appunto a tale alleanza i tre giovani israeliti vogliono restare fedeli, a costo di andare incontro al martirio nella fornace ardente. La loro fedeltà si incontra con la fedeltà di Dio, che invia un angelo ad allontanare da loro le fiamme (cfr Dn 3, 49).
In tal modo il Cantico si pone nella linea dei canti di lode per un pericolo scampato, presenti nell’Antico Testamento. Tra essi è famoso il canto di vittoria riportato nel capitolo 15 dell’Esodo, dove gli antichi ebrei esprimono la loro riconoscenza al Signore per quella notte in cui sarebbero stati inevitabilmente travolti dall’esercito del faraone, se il Signore non avesse aperto loro una strada tra le acque, gettando « in mare cavallo e cavaliere » (Es 15, 1).
4. Non a caso, nella solenne veglia pasquale, la liturgia ci fa ogni anno ripetere l’inno cantato dagli israeliti nell’Esodo. Quella strada aperta per loro annunziava profeticamente la nuova via che Cristo risorto ha inaugurato per l’umanità nella notte santa della sua resurrezione dai morti. Il nostro passaggio simbolico attraverso le acque battesimali ci permette di rivivere un’analoga esperienza di passaggio dalla morte alla vita, grazie alla vittoria sulla morte riportata da Gesù a vantaggio di tutti noi.
Ripetendo nella liturgia domenicale delle Lodi il Cantico dei tre giovani israeliti, noi discepoli di Cristo vogliamo metterci sulla stessa onda di gratitudine per le grandi opere compiute da Dio, sia nella creazione, sia soprattutto nel mistero pasquale.
Il cristiano, infatti, scorge un rapporto tra la liberazione dei tre fanciulli, dei quali si parla nel Cantico, e la resurrezione di Gesù. In quest’ultima, gli Atti degli Apostoli vedono esaudita la preghiera del credente che, come il Salmista, canta fiducioso: « Tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi, né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione » (At 2, 27; Sal 15, 10).
L’accostamento di questo Cantico alla Resurrezione è molto tradizionale. Vi sono antichissime testimonianze della presenza di questo inno nella preghiera del Giorno del Signore, Pasqua settimanale dei cristiani. Le catacombe romane poi conservano reperti iconografici nei quali si notano i tre fanciulli che pregano indenni tra le fiamme, testimoniando così l’efficacia della preghiera e la certezza dell’intervento del Signore.
5. « Benedetto sei tu, Signore, nel firmamento del cielo, degno di lode e di gloria nei secoli » (Dn 3, 56). Cantando questo inno al mattino della Domenica, il cristiano si sente grato non solo per il dono della creazione, ma anche perché destinatario della premura paterna di Dio, che in Cristo lo ha elevato alla dignità di figlio.
Una premura paterna che fa guardare con occhi nuovi allo stesso creato e ne fa gustare la bellezza, nella quale si intravede, come in filigrana, l’amore di Dio. È con questi sentimenti che Francesco d’Assisi contemplava il creato ed elevava la sua lode a Dio, sorgente ultima di ogni bellezza. È spontaneo immaginare che le elevazioni di questo testo biblico gli echeggiassero nell’animo quando, a San Damiano, dopo aver toccato i vertici della sofferenza nel corpo e nello spirito, compose il « Cantico di frate sole » (cfr Fonti Francescane, 263).

(da L’Osservatore Romano di mercoledì-giovedì 2-3 maggio 2001)

Publié dans : PAPA GIOVANNI PAOLO II | le 23 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

IL cieco nato

diario

Publié dans : immagini sacre | le 20 mars, 2020 |Pas de Commentaires »

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

Vedere per vivere
padre Gian Franco Scarpitta

Dopo la metafora dell’acqua, ecco che ci si propone quella della luce, anch’essa connessa con il concetto di “vita” di cui è espressione. Dopo la Samaritana peccatrice perché appartenente a una determinata categoria sociale, ecco un uomo oggetto di pregiudizi perché, in quanto ammalato, ritenuto reo di colpa grave. Dopo un colloquio confidenziale con una donna di Samaria al pozzo che supera ogni pregiudizio epocale, ecco un altro atteggiamento di confidenza esternato da Gesù nei confronti di una persona bisognosa di fiducia, di dialogo e di comprensione. Questa volta però Gesù rivela se stesso intervenendo materialmente su questo cieco nato, ossia su un soggetto umano che non era mai stato abituato a vedere, che probabilmente aveva ormai radicato l’abitudine a dover vivere privo delle facoltà ottiche, anche se con tutti gli altri sensi maggiormente sviluppati (così sembra che vivano i non vedenti) e che gestiva la cecità come abitudinarietà congenita.
Appunto Gesù dimostra di essere “luce” che dissipa le tenebre, applicando saliva e terra mista sugli occhi di questo pover’uomo sventurato, donando a questi le facoltà ottiche e attuando anche il passaggio dalle “tenebre” dell’errore alla luce della “vita” e del Regno di Dio che Gesù era venuto ad apportare con le sue parole e con le sue opere. Il cieco non aveva meritato tale condizione fin dalla nascita perché reo di una colpa lui o i suoi progenitori, non era stato protagonista di atti peccaminosi ma la sua situazione era finalizzata a che “ si rivelassero le grandi opere di Dio” per intervento di Cristo che è luce del mondo. Le grandi opere di Dio sono l’irruenza risolutrice del Regno che vince il peccato una volta per tutte e sconfigge definitivamente le tenebre dell’errore. Non viene operato quindi da Gesù il solo miracolo di guarigione fisica, ma anche il prodigio della liberazione dal male e dalla schiavitù del peccato. Questa è artefice della vera cecità, quella che impedisce di “vedere” la realtà profonda e che si accontenta solamente di “guardare” vagamente. Guardare senza vedere e tipico di chi usa approssimazione su tutto, di chi non si lascia coinvolgere da eventi e situazioni e vive alla giornata oppure si accontenta della superficialità della propria vita. Vedere, cioè considerare e soppesare tutto è tipico del saggio e dell’avveduto che interpreta e approfondisce. Chi “vede” senza guardare è come lo studente che non si contenta del 6 politico e che non si limita a leggere il libro di testo per essere promosso, ma che ama sviluppare e approfondire; in questa operazione del “vedere” noi siamo aiutati dalla “luce” che è il Cristo e dall’ulteriore dono dello Spirito Santo a sua volta fautore di altri doni di consiglio, sapienza e intelletto che ci fanno vedere da uomini con gli occhi di Dio.
Gesù offre se stesso e il suo Spirito a tutti qualificandosi come “luce del mondo” che dirada le tenebre e di fronte al quale non si può fare altro che vedere. Ecco perché egli rimprovera gli ipocriti farisei che anziché arrendersi all’evidenza del trionfo della luce cercano ogni pretesto per stigmatizzare Gesù e il suo operato e non si convincono dell’osservazione dello stesso uomo guarito e condotto alla verità: “Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà egli lo ascolta… Se costui non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla.” Se infatti, come suggeriva la stessa sapienza farisaica, Gesù fosse stato davvero un peccatore, come avrebbe potuto dare la vista a un non vedente addirittura per la prima volta? Come avrebbe potuto operare un tale prodigio uno che non è da Dio? L’operato di Gesù dimostra invece non solamente che egli è senza peccato, ma che egli stesso è Figlio di Dio, in grado di testimoniare l’amore del Padre in mezzo agli uomini con questi e altri atti inediti. Gesù è la luce perché vince il peccato e supera tutte le condizioni che portano l’uomo ad affascinarsi ad esso. Occorre lasciarsi illuminare dalla luce e sforzarsi di vedere, cioè di aderire consapevolmente a lui senza riserve, aprire il cuore alla vita stessa per mezzo della fede. In altre parole occorre accettare Gesù come via, verità e vita. Credere e vivere di lui. Il che dischiude a nuove opportunità, apre nuovi orizzonti e conduce a scelte indovinate e appropriate di vita, di cui possono essere un esempio la scelta illuminata del nuovo re Davide (I Lettura) suggerita a Samuele non da un istinto umano o da un’inavvedutezza, ma dall’assistenza stessa di Dio che è sempre di orientamento e di direzione verso il giusto. Vedere e camminare nella luce è garanzia che non ci si perde ma che si troverà sempre la strada.
Da parte di Giudei e farisei vi è invece l’ostinazione a voler restare succubi della propria cecità semplicemente per ragioni di comodo o di convenienza. Tipico di chi si ostina a non vedere nonostante la luce per restare vittima del suo stesso errore, eppure la luce c’è e illumina mettendoci in grado di esserne latori a nostra volta.
Gesù infatti propone se stesso come luce del mondo perché l’uomo acquisisca e viva sempre nella luce che rischiara le tenebre. La luce che illumina ogni uomo rende anche capaci di vista e anzi di larghe vedute, a condizione che si abbandonino i pregiudizi e i parametri umani di giudizio per accogliere e far propri i criteri di Dio che non guarda alle apparenze bensì al cuore dell’uomo.
C’è chi si ostina a non vedere nonostante la luminosità preferendo continuare a brancolare nel buio del peccato e del pregiudizio, come nel caso di tanti e tali farisei e scribi che negando l’evidenza delle grandi opere di Dio sogliono processare e condannare chi ha ottenuto la luce vera pur di non dischiudere essi stessi i propri occhi, ma Gesù non si stanca di renderci capaci di giudizio sano e di retta visione. Egli ci vuole non soltanto uomini vedenti, ma anche di larghe vedute, capaci di superare barriere personali di presunzione e di falso orgoglio per giungere all’obiettivo della conversione e della comunione con lui per la riedificazione del mondo.

Publié dans : OMELIE DOMENICALI | le 20 mars, 2020 |Pas de Commentaires »
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