animali marini che sembrano alieni: la lumaca fosforescente

STO CAMBIANDO CASA, NON POSSO FARE TUTTO QUELLO CHE VORREI, MA QUALCOSINA SPERO DI POTERVI METTERE, E POTER RACCONTARE, MI VENITE ANCORA A TROVARE?

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Publié dans : GATTI GATTI ED ANCORA GATTI | le 10 septembre, 2007 |38 Commentaires »

DIO È NEI CIELI?

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DIO È NEI CIELI?

Christian Cannuyer – Gennaio 2002

DIO È NEI CIELI? dans SCIENZA E FEDE dio-nei-cieli

Prima della creazione, Dio circondato da angeli, ms. fr. 50, fol. 13, dello Specchio della storia di Vincent de Beauvais, XV sec., Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia.

Partendo dall’affermazione della più nota preghiera cristiana, “Padre nostro che sei nei cieli…”, l’Autore, docente alla Facoltà di teologia dell’Università di Lille e Presidente della Società Belga di Studi orientali, esamina il significato biblico dell’espressione “cielo”, in quanto sede di Dio. Quali rapporti vi sono fra Dio e il cielo, e di quale cielo sta parlando il testo sacro? Per rispondere a queste domande si espone un sintetico quadro delle varie accezioni di questo termine nella Scrittura e dei suoi significati.
Come molte religioni, la Bibbia fa del cielo il dominio di Dio, il suo santuario, il suo regno. Questa collocazione ha attraversato tutto l’immaginario ebraico e cristiano sino a lasciare tracce profonde nella nostra religiosità attuale, malgrado il «disincanto» del cielo cui hanno portato la scienza e l’esegesi moderna: come i cristiani dei primi secoli, non continuiamo a pregare ogni giorno «Padre nostro, che sei nei cieli»?
Prima della creazione Dio Padre circondato da angeli, ms. fr. 50, fol. 13 dello Specchio della storia di Vincent de Beauvais, XV secolo. Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia, dipartimento dei Manoscritti.
Nel 1922, il grande storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1959) pubblicò L’essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, in cui metteva in evidenza che, nella maggior parte delle «visioni del mondo» definite primitive, l’immensità del cielo, la sua influenza sulla fertilità del suolo, la sua luce splendente, la sua inaccessibilità avevano portato alla sua personificazione mitica, identificandolo insomma con quell’Essere supremo di cui l’etnologo tedesco Wilhelm Schmidt (1868-1954) aveva creduto di riconoscere l’importanza alle origini del pensiero religioso di una quantità di popoli arcaici.

All’origine del sentimento religioso c’è lo stupore di fronte al cielo?
Mircea Eliade (1907-1986), nel suo Trattato di storia delle religioni, ha cercato di perfezionare questi approcci, mostrando che il cielo, per la sua grandezza, la sua forza, la sua immutabilità, ha potuto all’inizio essere per l’uomo il luogo di un’espressione simbolica della trascendenza, una rivelazione del sacro o del divino (ierofania) offerta allo spirito stupito in modo immediato, non in seguito ad una riflessione speculativa., come avrebbe voluto Schmidt, né di un’affabulazione mitica e prelogica, come affermava Pettazzoni. Per Eliade, questa potenza simbolica della ierofania uranica è un dato primordiale della religiosità. È il motivo per cui gli dèi buoni, eterni, immutabili, e, al di sopra di loro, il più grande, il Creatore, demiurgo o Essere supremo, sono collocati nel cielo, ovvero identificati con esso. Paradossalmente, questi dèi o Essere celesti supremi, onnipotenti e onniscienti. sembrano tanto distanti da scomparire dalla vita quotidiana, dal culto comune, dalla consapevolezza immediata: sono degli dèi «ritirati» o «inattisi» (dei otiosi), in riposo nell’eterno splendore dell’empireo; persino il Dio della Bibbia non si riposa dopo tutta la fatica dei «Sette giorni» della creazione? In numerose religioni «arcaiche», come in Australia o nell’Africa nera, i grandi dèi celesti primordiali cedono il posto a dèi più accessibili, più vicini agli umani, anche più dinamici, attori di una mitologia in crescita e multiforme. Indipendentemente dalla pertinenza delle con conclusioni di Eliade – alle quali certamente oggi si rimprovera un eccesso di dogmatismo e di generalizzazioni affrettate – esse sembrano aver messo il dito su un aspetto dell’esperienza «arcaica» del sentimento «religioso»: il fascino abbagliante di fronte alla bellezza, all’immensità, alla luce incomparabile dell’azzurro. Ciascuno di noi non prova questo a partire dalla sua prima infanzia?

Il Cielo-dio: una credenza universalmente diffusa
Sulle rocce della Val Camonica, in Lombardia, a nord di Brescia, dei graffiti rupestri risalenti al 5000-3000 a.C. rappresentano uomini in preghiera, con le braccia alzate verso il cielo. Non è che un esempio tra gli altri dell’importanza del cielo nelle religioni della preistoria. Parecchie religioni conservano almeno la traccia di un culto antichissimo al Dio cielo o a un Essere supremo che vi risiede: così presso le popolazioni turco-mongoliche dell’Asia centrale, il grande dio nazionale e imperiale Tengri non è altro che il Köke Möngke Tenri, «Eterno Cielo Blu», che è elevato (uze) sovrano e forte (kütch), ma allo stesso tempo inaccessibile e spesso ozioso, al quale solo il khan e i grandi rendono culto. Il caso più conosciuto è quello della Cina dove, a partire dall’VII secolo a.C., la dinastia dei Chou ha formalizzato la religione del «Sovrano dell’ Alto del vasto cielo» (Hao-t’ien Chang-ti), cioè del Cielo stesso (t’ien), di cui l’imperatore era considerato come il Figlio, solo abilitato a venerare il Padre nella capitale, su una collinetta a forma di volta celeste. La nostra stessa parola per dio, dal latino deus, viene dalla radice diu-, dei-, «brillare», che traduce la natura celeste del grande dio comune a tutti gli Indoeuropei e ha dato origine anche al nome del giorno (latino dies, di dove, in italiano, «diurno», o le finali in -di dei nomi dei giorni della settimana); presso i Greci Zeus (al genitivo Dios), e in indo Dyauh-Pitâ (Dio padre), analogo al Dius-pater («dio padre», cioè Jupiter) dei Romani, il dio celeste Diêvas o Dievs delle antiche religioni lituana e lettone, e sino al dio Tyr degli Scandinavi. Georges Dumézil ha ben dimostrato che gli dèi sovrani Varuna e Mitra, che occupano il primo posto nella trifunzionalità del pantheon indoeuropeo, sono in origine degli dèi del cielo. La stessa considerazione vale per il dio supremo degli Iranici, Ahura Mazda, al quale la riforma monoteista di Zarathustra (Zoroastro) conserverà gli attributi di un dio uranico, luminoso, sapiente e bello.

Dei del cielo nel mondo biblico
Più vicino al mondo biblico, c’è bisogno di ricordare che il sumerico dingir, corrispondente all’akkadico ellu, «dio», significa fondamentalmente «ciò che è chiaro, brillante»? Il segno cuneiforme che descrive queste parole rappresenta una stella e ritorna anche nel termine an, «cielo». Il capo supremo del pantheon babilonese, Anu, non è altro che il cielo e il suo tempio principale di Uruk portava il nome di E-an-na, «casa del Cielo».
Presso i Cananei, i Fenici e gli Aramei il titolo di Baal-Šamêm, «signore dei cieli», che appare dal II millennio prima della nostra era, fu attribuito a partire dal IX secolo a.C. ad una divinità suprema considerata sempre più come il Creatore per eccellenza. È probabilmente per lui che Gezabele di Tiro, sposa del re Acab di Israele (874-853), aveva introdotto un culto sul monte Carmelo (1 Re 18). concorrenza che suscitò, come è noto, la feroce opposizione della nobile figura del profeta Elia. In epoca ellenistica questo Baal fu identificato dai Greci con Zeus Hypsistos (Altissimo), e sotto l’epiteto di Theos Hagios Ouranios, «Dio Santo Celeste», fu venerato sino al III secolo della nostra era nel tempio tirio di Qadeš, all’estremo nord della Galilea (Tell Qedeš, 10 chilometri a nord del sito di Hazor).
Certo, il Dio d’Israele ha creato il cielo (Gn 1,1), che testimonia la sua gloria (Sal 19), e l’Antico Testamento abolisce l’uranolatria. D’altra parte, anche i cieli dovranno essere rinnovati dal Creatore alla fine dei tempi (Is 65,17; Ap 21,1; 6,14). Il cielo, nella maggioranza dei testi, rimane considerato come la dimora di Dio o il suo santuario, di dove egli osserva gli uomini (Sal 33,13-14; 102,20; Is 63,15). Dio è il Dio del cielo (Ne 1,4). verso il quale si alzano le braccia quando si prega (Es 9,29; cf anche 2 Cr 30,27). «Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l’esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra», proclama il profeta Michea, figlio di Yimla, al re Acab, predicendogli la disfatta contro gli Aramei (1 Re 22, 19): alla pari dei Baal cananei, il Dio dell’Antico Testamento è un re celeste circondato da una corte e da un esercito.
Il cielo giunge anche a designare allusivamente Dio in persona: «Levano la loro bocca fino al cielo», dice il salmo 73,9, dei malvagi… E Daniele (4,23) ingiunge al re Nabucodonosor, se vuole conservare la sua regalità, di riconoscere la sovranità del Cielo, cioè quella del Dio Altissimo. A partire dal libro dei Maccabei (scritto verso il 100 a.C.) questa immagine diventerà molto frequente e s’imporrà nel giudaismo (cf 1 Mac 12,15).

Il Dio del cielo nel Nuovo Testamento
La maggior parte di questi concetti sono ripresi nel Nuovo Testamento (cf At 7,49). Dio è il Dio del cielo (ho Theòs lou ouranou: Ap 11,13). «Chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso», dice Gesù agli scribi e ai farisei ipocriti (Mt 23,22). L’uso di sostituire il nome del cielo a quello di Dio si generalizza; là dove Matteo parla di «regno dei cieli», Luca e Marco usano «regno di Dio» (es. Mc 1,15 e Mt 4,17). Gesù stesso intrattiene col cielo una relazione molto stretta. Figlio del Padre che è nei cieli (Mt 12,50; 18,19), da lì è venuto e li ritornerà. «Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dai cielo», egli confida al fariseo Nicodemo (Gv 3,12-13). È il motivo per cui il cielo stesso riconosce autentica la missione di Cristo aprendosi per lui (Mt 3,6) e mandandogli lo Spirito (Gv 1,32). La risurrezione esalta Gesù nel più alto dei cieli (Eb 4,14; 7,26), dove gli è affidata ogni autorità (Mt 28,1 8), nella Gerusalemme celeste incastonata in uno scrigno cosmico rischiarato da un cielo rinnovato (Ap 3,12; 21,5). Alla fine dei tempi, il Signore «discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti. saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria» (1Ts 4,16-17).
Tuttavia abbastanza presto l’insistenza del monoteismo di Israele sulla trascendenza divina portò a riflettere sui limiti provocati da un’associazione troppo stretta di Dio con lo spazio celeste, soprattutto il «nostro» cielo visibile. Il «cielo di Dio» doveva, evidentemente, trovarsi al di là del firmamento, in altri «cieli» che il nostro. Invitava a concludere in questo senso il fatto che nell’ebraico biblico la parola «cielo» si presenta in genere sotto una forma di plurale irregolare (šâmayim, «i cieli»). Forse sotto l’influsso dell’astronomia babilonese, si giunse a concepire una molteplicità di cieli, l’esistenza di un «cielo dei cieli» (Ne 9,6; Dt 10,14); il salmo 108,5-6 sviluppa l’idea di una grandezza di Dio che sorpassa ampiamente i cieli: «La tua bontà è grande fino ai cieli e la tua verità fino alle nubi. Innalzati, Dio, sopra i cieli, su tutta la terra la tua gloria». E in 1 Re 8,27, la straordinaria preghiera di Salomone, che afferma l’onnipotenza e la trascendenza di Dio, arriva a mettere in discussione qualsiasi «localizzazione» del Creatore, che sia nel Tempio di Gerusalemme o in questi «spazi ultrasiderali»: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!».

Dio più alto del cielo, Dio fuori del cielo
L’immagine di una molteplicità di cieli per tradurre la trascendenza divina ha conosciuto un grande favore nella letteratura apocalittica ebraica tardiva. Nell’Apocalisse e di Albramo (scritta in ebraico verso la fine del I secolo d.C., ma conservata in antico slavo e in rumeno), il patriarca trasportato al settimo cielo, contempla Dio che vi dirige la creazione, «immagine del cielo e di ciò che contiene». Nella seconda lettera ai Corinzi (12,2). Paolo dice a sua volta di avere conosciuto l’esperienza di un’elevazione sino al «terzo» cielo, immagine del paradiso. Così il cielo in cui Dio sta in trono non è il «nostro» cielo immediato «il più scuro, poiché vede tutte le ingiustizie degli uomini (Testamento di Levi, 3, 1).

Per gli gnostici il cielo è male e non vi si trova Dio
Tra i primi ad aver lanciato un’offensiva ben più radicale contro una collocazione di Dio in cielo si pongono probabilmente gli gnostici. Lo gnosticismo, corrente religiosa nata nel II secolo d.C. in Siria-Palestina e in Egitto, alla periferia del giudaismo e del cristianesimo, si caratterizza per una posizione violentemente anticosmica: il mondo materiale, visibile, è male, è opera di un demiurgo pericoloso, di un falso dio nato da una tragica decadenza in seno al divino stesso. Questo dio ingannatore e malvagio, identificato da numerosi gnostici col Dio ebraico, quello dell’Antico Testamento, è all’origine della chiusura delle anime, particelle della luce divina, nei corpi. Egli abita nel cielo che ha creato e dal quale comanda il cosmo empio per mezzo di «Potenze», gli Arconti, la cui tirannide ricorda l’impietosa autorità delle divinità celesti dell’astrologia mesopotamica. Anche il cielo, che appartiene al creato. non è per gli gnostici che un grottesco surrogato della dimora luminosa del vero Padre, del Pro-principe, del vero Dio di cui il demiurgo nasconde all’uomo l’esistenza presentandosi come il solo Creatore. È in se stesso che l’uomo, grazie alla conoscenza (gnosi) di sé rivelata da un inviato della luce, troverà la propria salvezza, non alzando gli occhi verso il cielo. Nel Vangelo secondo Tommaso, trovato a Nag Harnmadi (Alto Egitto) nel 1946, Gesù presentato in questa qualità di inviato della luce (un Gesù doceta, in apparenza d’uomo, non incarnato, perché l’incarnazione non potrebbe essere che una ripugnante commistione del divino con la materia malvagia), afferma con forza: «Se coloro che vi guidano vi dicono: “Ecco, il regno è nei cieli !“. allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono che è nel mare, allora vi precedono i pesci. Ma il regno è dentro e al di fuori di voi. Quando voi vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che siete i figli del Padre Vivente» (logion 2). Inoltre, aggiunge il Salvatore, «questo cielo passerà e passeranno quelli che sono al di sopra di lui» (logion 11). In modo che lo spazio celeste accessibile allo sguardo dell’uomo non può in alcun caso essere considerato come dimora del divino. E, tutt’al più, la stamberga dell’aborto demiurgico, il tugurio del Creatore geloso e terribile della Scrittura ebraica.
Rivelando il «Padre nostro che è nei cieli», Gesù, per gli gnostici, invita dunque a scoprire il vero Padre che vive nella luce, che non abita il cielo cosmico, ma nei cieli dei cieli, gli eoni degli eoni che sono evidentemente al di fuori dello spazio. E il motivo per cui taluni testi gnostici. che evocano la liberazione dell’anima che ritorna verso la luce da cui proviene, descrivono questo processo come un’ascensione non verso il «cielo», ma verso una serie di cieli successivi (sino al decimo nell’Apocalisse di Paolo), la cui moltiplicazione tradisce il discredito gettato sul cielo siderale, cosmico, assolutamente lontano dalla trascendenza divina, Vi è in questo una svolta ed un chiaro superamento del tema della pluralità dei cieli dell’apocalittica ebraica. Nemmeno il «settimo» cielo trova grazia agli occhi degli gnostici e L’ipostasi degli Arconti (un altro testo di Nag Hammadi) vi colloca il trono del false «dio delle forze», Sabaoth Per loro, il cielo è decisamente spogliato del prestigio di essere la casa di Dio e il luogo della salvezza dell’uomo.

Oggi, il disincanto verso il cielo?
In questo modo gli gnostici annunciano il «disincanto» o la «demitizzazione» con cui l’esegesi esistenziale del luterano Rudolf Bultmann (1884- 1976) purgherà il cielo cristiano, non vedendovi altro che un’immagine della trascendenza divina legata alle strette costrizioni delle rappresentazioni cosmiche proprie al mondo antico. Gesù, «disceso dal cielo», secondo il simbolo niceno (cf anche Gv 3,13 e 6,51), vi «risale» all’Ascensione per sedere alla destra del Padre (cf Gv 3,13; 6,62; 20,17; Ef 4,9-10): per la fede moderna, si comprende questa affermazione della fede della Chiesa come una metafora che indica l’ingresso di Gesù nella gloria del Padre, un mistero indicibile di cui gli apostoli ebbero un’esperienza che può essere espressa soltanto in maniera simbolica. Il rapimento (analépsis, cf Lc 24,5) o la salita (anábasis, cf Gv 20,17) di Gesù «al cielo», evidente ricordo del viaggio celeste di Elia o di Enoch nell’Antico Testamento, di Esdra, di Baruc, di Mosè, d’Abramo o di Levi negli scritti intertestamentari, è indissociabile dal mistero della sua risurrezione. Esso esprime la sua vittoria sulla morte, la sua intimità col Padre, la promessa all’uomo della vita eterna. Come scrive Leone Magno (papa dal 440 al 461), «L’ascensione di Cristo è dunque la nostra propria elevazione e, là dove in precedenza è andata la gloria del capo, là è chiamata anche la speranza del corpo». Così il cielo, dimora di Dio, diventa per i cristiani speranza e luogo simbolico della salvezza.
Se la scienza moderna ha largamente contribuito a disincantare il cielo, essa ha nello stesso tempo rivelato l’immensità prima impensabile degli spazi intersiderali, dell’universo intergalattico che, oggi forse più ancora di ieri, attraverso la sua misteriosa relazione col tempo, con l’Essere, col divenire, appare come il santuario simbolico del Creatore. È là, nel cuore del mistero dell’essere di cui l’universo conserva la lunga memoria, che noi continuiamo, se non a collocare, perlomeno ad imparare a conoscere il «Padre nostro che è nei cieli».

da “Il cielo nella Bibbia”, ne Il mondo della bibbia, 61 (2002), n. 1, pp. 13-17, tr. dal francese di R. Bertazzoli.

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animals in love, mice

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Linx cub (cucciolo)

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IN PRINCIPIO ERA L’ACQUA

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IN PRINCIPIO ERA L’ACQUA

di Anna Pozzi

Dossier: Il diavolo e l’acqua santa

Cambiamenti climatici, privatizzazioni, disastri ambientali stanno trasformando un bene primario come l’acqua in una merce contesa e redditizia. Eppure in tutte le grandi religioni essa mantiene una valenza sacra e un forte valore simbolico. Lo stesso papa Benedetto XVI associa l’acqua al diritto primario alla vita. Viaggio ai quattro angoli del pianeta, dove «l’oro blu» sta diventando una risorsa sempre più scarsa e preziosa. E per la cui salvaguardia si mobilitano anche le Chiese.

«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Cielo, terra, acqua. Nel primo versetto della Genesi, Dio crea ciò che sta in principio. Terra informe e deserta, cielo e acqua.

Non diversamente, in molte altre civiltà e religioni, l’acqua sta all’inizio. È principio generatore, origine della vita, elemento primigenio. Per il filosofo greco Talete è all’origine di tutte le cose; nella lingua sumera «a» significa sia «acqua» che «generazione». Per gli indù, il Gange è una dea, mentre per le religioni afroamericane molte divinità sono acquatiche. In Cina l’acqua è all’origine del caos da cui si è generato l’universo, nello scintoismo giapponese viene usata per i riti di purificazione di persone o luoghi. Non diversamente, in molte altre religioni l’acqua è utilizzata nelle abluzioni rituali (ebraismo, islam…) o è simbolo di purificazione e benedizione di Dio (cristianesimo).
«Insieme con tutte le religioni», evidenzia monsignor Karl Golser, vescovo di Bolzano-Bressanone, presidente dei Teologi moralisti italiani, molto sensibile ai problemi ambientali, «la Chiesa cattolica è chiamata a evidenziare e testimoniare attraverso la propria teologia e liturgia i ricchi significati dell’acqua, che è collegata con la vita stessa. D’altra parte, deve poter offrire nella propria dottrina sociale dei principi e dei valori che si rifanno alla natura stessa della persona umana e della società». Nelle Sacre Scritture, fa notare monsignor Golser, «l’acqua è vista come elemento che permette la vita, ma anche come minaccia per ogni vivente. È dono prezioso e scarso in terra arida: purifica e guarisce, disseta l’uomo ed è immagine di Dio che disseta la sete dell’anima. L’acqua ha la forza di spegnere il fuoco, sia in senso materiale che spirituale, ed è simbolo per la vita eterna. Infine, nella liturgia cristiana, l’acqua ha fondamentale importanza, soprattutto per il battesimo. Il battesimo con l’acqua e lo Spirito Santo redime dai peccati e unisce al mistero di Cristo morto e risorto».
L’acqua, dunque, conserva un grande valore simbolico per i cristiani, così come per molte altre culture, religioni e civiltà, ma essa rappresenta anche un bene primario fondamentale e irrinunciabile per la sopravvivenza. Sopravvivenza di popolazioni sempre più numerose, di società sempre più complesse, di ecosistemi sempre più messi a dura prova. Le acque dolci presenti sul pianeta rappresentano solo il 3 per cento del totale (e due terzi sono costituite da ghiacciai e nevi perenni). E la distribuzione non è propriamente uniforme, anzi. Una decina di Paesi concentrano il grosso della disponibilità idrica planetaria: dal Brasile alla Russia, dal Canada al Congo, dagli Stati Uniti all’Indonesia, solo per fare alcuni esempi. L’utilizzo riguarda soprattutto l’uso agricolo (60 per cento), quello industriale (25 per cento) e quello domestico (15 per cento). Ma anche in questo caso non siamo tutti uguali: mediamente una persona avrebbe bisogno di 50 litri di acqua al giorno, ma un abitante degli Stati Uniti ne consuma 425 (un italiano 237), mentre un cittadino del Mali o del Madagascar arriva a mala pena a 10.
Attualmente 1,4 miliardi di persone vivono in una situazione critica per quanto riguarda l’accesso all’acqua potabile, mentre altri 2 miliardi sono al limite della sufficienza. A ciò si aggiunga che 2,4 miliardi di persone non ha accesso ad alcun tipo di intervento in ambito di sanità essenziale e che circa 5 milioni di persone – soprattutto bambini con meno di 5 anni – muoiono ogni anno a causa di queste mancanze. Le più colpite sono inevitabilmente le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, dove persistono condizioni di estrema povertà, con grosse difficoltà di accesso all’acqua. E le previsioni non sono ottimistiche: si stima, infatti, che nell’arco di un ventennio la percentuale degli assetati potrebbe passare dal 25 al 40 per cento della popolazione mondiale.
Persino Benedetto XVI nella recente enciclica Caritas in Veritate ha fatto un preciso riferimento al problema, riconducendo la questione del mancato accesso a cibo e acqua a una dimensione più generale e « alta » di diritto primario alla vita. «Il diritto all’alimentazione così come all’acqua», si legge nell’enciclica, «rivestono un ruolo importante per il perseguimento di altri diritti, a iniziare dal diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni» (n. 66).
«La dottrina sociale della Chiesa», fa notare monsignor Golser, «parla di « ipoteca sociale » che grava su ogni proprietà. Il che vuol dire che la proprietà privata è condizionata dal principio superiore della destinazione universale dei beni della terra e che quindi deve cedere davanti al diritto primario di ognuno di potersi nutrire e dissetare».
Nel caso dell’acqua, non si tratta, tuttavia, solo di un problema di scarsità di risorse idriche. Interessi, speculazioni, sperequazioni stanno spesso dietro alla mancanza di accesso all’acqua o alla cattiva gestione di questo bene. Problemi che si associano alla scarsità di risorse economiche – specialmente nei Paesi in via di sviluppo –, all’incapacità di fornire servizi in ambito sanitario, alla cattiva igiene anche in luoghi pubblici come scuole e ospedali e a una mancanza di educazione e formazione della popolazione. Molte malattie, ad esempio, potrebbero essere evitate se venisse fornito un accesso su vasta scala ad acqua sicura e a servizi sanitari adeguati.
Questa situazione stride fortemente con quello che era stato identificato come uno degli obiettivi prioritari del Millennio: «Dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non hanno accesso a una fonte d’acqua potabile e a servizi igienici adeguati». Obiettivo che, come altri, verrà certamente disatteso. E, infatti, da quando la Dichiarazione del Millennio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite venne promulgata nel 2000, la situazione non ha fatto che peggiorare. Anche perché nelle logiche di mercato, l’acqua ha perso via via la sua connotazione di bene primario e fondamentale per essere considerata alla stregua di una merce preziosa e redditizia.
Oggi la situazione è alquanto complessa e molte sono le problematiche legate all’acqua, riconducibili in parte ai cambiamenti climatici, in parte agli interventi dell’uomo. Privatizzazioni, inquinamento dell’acqua e dell’ambiente, industrie e agricoltura intensiva, moltiplicazione delle dighe, aumento del consumo domestico: tutti fattori che hanno ripercussioni sull’ambiente (moltiplicarsi di cicloni e alluvioni, scioglimento dei ghiacciai, prolungate siccità, innalzamento dei mari…) e aggravano i problemi idrici in molte parti del mondo. Problemi che, sempre più spesso, sono all’origine di conflitti.
Già dieci anni fa, le Nazioni Unite avevano lanciato l’allarme: se il XX secolo è stato quello delle guerre per l’«oro nero» (il petrolio), il XXI sarà il secolo delle guerre per l’«oro blu» (l’acqua). Attualmente, si calcola che nel mondo siano sono in corso una cinquantina di conflitti per il controllo dell’acqua. Inoltre, molti governi « usano » l’acqua come risorsa strategica a supporto dei loro interessi geo-politici ed economici. Da più parti, invece, si chiede che i Paesi approvino una «legge nazionale sull’acqua», ispirata a principi di solidarietà e sostenibilità, affinché una parte non prevalga sull’altra. Ma i concetti di solidarietà e sostenibilità spesso non si coniugano con gli interessi di mercato o con quelli della politica.
Il conflitto tra principi e interessi viene affrontato anche dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che afferma: «L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale» (n. 485). «Il progresso tecnologico e la globalizzazione economica», commenta monsignor Golser, «hanno fatto sì che tutto sembra poter diventare merce, da cui trarre profitto. Per questo, oggi bisogna recuperare il ruolo della politica, al di sopra dell’economia, come servizio al bene comune, guidato da regole di giustizia. E dobbiamo ispirarci agli atteggiamenti del tutto diversi presenti, ad esempio, nei popoli indigeni, che mai hanno cercato di acquistare diritti di proprietà sulle loro terre e acque».
In passato molti popoli, in contesti, culture e religioni diverse, hanno sviluppato tecnologie e stratagemmi per la salvaguardia e la conservazione idrica e hanno fatto dell’acqua uno strumento di pacificazione reale e simbolico in molte situazioni di conflitto. Oggi, invece, l’acqua è sempre più spesso oggetto di contese e di violenze. Lo denuncia con forza anche la scienziata indiana Vandana Shiva, che vi ha dedicato un libro intitolato Le guerre dell’acqua (Feltrinelli 2004). Vi si evidenzia come l’economia globalizzata stia cambiando la definizione di acqua da bene pubblico a proprietà privata. «Più di qualsiasi altra risorsa», sostiene la Shiva, «l’acqua deve rimanere un bene pubblico. L’acqua può essere utilizzata ma non posseduta e in tutta la storia dell’umanità e in culture diversissime è stata gestita come bene pubblico condiviso. Anche in condizioni di scarsità sono nati sistemi sostenibili di gestione dell’acqua con l’impegno per la conservazione di generazione in generazione».
Ecco perché essa rientra tra le tematiche più sensibili e preoccupanti di questo millennio. Anche il vertice del G8 a L’Aquila, lo scorso luglio, ha individuato alcune priorità: gestione delle risorse idriche, investimenti nel settore, piani regolatori internazionali per gli interventi sull’acqua. «Non è possibile negoziare il futuro dell’umanità senza mettere in conto l’acqua», ribadisce con forza Riccardo Petrella, segretario generale del Comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua. «Sembra che alcuni Paesi si orientino a proporre che l’acqua faccia parte dell’agenda per il nuovo trattato mondiale. Ne va della pace nel mondo e della sacralità della vita».
In quest’ottica si inserisce anche il missionario comboniano Alex Zanotelli, che ha lanciato un appello a tutte le comunità cristiane e alla Conferenza episcopale italiana, in occasione della quarta Giornata mondiale del Creato, del primo settembre scorso. La Giornata quest’anno era dedicata al tema dell’aria e invitava a riflettere sui danni e le conseguenze dei gas serra e sulla prossima conferenza di Copenaghen del 7 e 8 dicembre. «Non possiamo però dimenticare», scrive padre Zanotelli, «che le conseguenze più serie e devastanti dei cambiamenti climatici concerneranno l’acqua sul piano della disponibilità sia quantitativa che qualitativa».
La critica e la mobilitazione hanno di mira in particolare la legge 133, approvata in sordina dal Parlamento con l’appoggio dell’opposizione, il 6 agosto 2008; l’articolo 23bis del decreto Tremonti 112 stabilisce «il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica». L’obiettivo è quello di «favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale». In sostanza, il decreto obbliga i Comuni a mettere all’asta la gestione delle loro reti idriche e a ridurre la quota del pubblico nella gestione dell’acqua al 30 per cento entro il 2012, spalancando di fatto la strada alla privatizzazione dell’acqua. Peccato che in Italia, già nel 2007, i comitati locali per l’acqua pubblica avessero raccolto 400 mila firme e presentato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che tuttavia non ha trovato alcun relatore. Emilio Molinari, presidente del Comitato italiano per il Contratto mondiale sull’acqua, ha chiesto al ministro Tremonti di «scorporare il servizio idrico dalla legge 133 e di aprire una discussione sui servizi di interesse generale (art. 43 della Costituzione) e sulla legge di iniziativa popolare del movimento e inoltre di intervenire con un piano di investimenti pubblici per rinnovare l’intera rete idrica italiana che disperde il 35 per cento dell’acqua».
Il nostro Paese ha un altro primato negativo, quello di essere il maggior consumatore di acqua imbottigliata al mondo, il 65 per cento della quale viene venduta in contenitori di plastica; questo si traduce in ben 9 miliardi di bottiglie all’anno da smaltire. «La Chiesa italiana», ricorda monsignor Golser, «è già intervenuta in più occasioni sul problema dell’acqua, dedicando, ad esempio, la Giornata per la salvaguardia del Creato del 2007 a questo tema. C’è una commissione presso la Cei che si occupa di questi problemi ed è stata creata una Rete interdiocesana nuovi stili di vita, cui aderiscono 24 diocesi, che lavora su tali questioni, cercando di creare una coscienza più diffusa su tutte le tematiche che riguardano l’ambiente e la salvaguardia del Creato».
Anche a livello ecumenico, non mancano le iniziative. Tra i più attivi, ormai dagli anni Ottanta, è il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, che è proprio all’origine della Giornata mondiale del Creato, cui aderisce anche il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). I membri del Ccee e della Conferenza della Chiese europee (la Kek, che raccoglie ortodossi, protestanti, anglicani) hanno pubblicato un documento comune al termine del Comitato congiunto di Esztergom, in Ungheria, lo scorso febbraio, in cui si ribadisce che «come europei, abbiamo bisogno di condividere un senso di solidarietà con i più poveri del mondo, che sono le vittime primarie del nostro atteggiamento irresponsabile nei confronti del Creato». Anche nella preparazione della terza Assemblea ecumenica europea di Sibiu, un paragrafo specifico era stato dedicato al tema «Acqua, fonte di vita», in cui si ribadiva che «l’acqua è un bene comune, non deve essere trasformato in bene commerciabile».
A livello europeo questa sensibilità si è concretizzata nell’Environmental Christian European Network (Ecen), mentre in termini di cooperazione ecclesiale Nord-Sud è particolarmente significativa la Dichiarazione ecumenica sull’acqua come diritto umano e bene pubblico, sottoscritta il 22 aprile 2005 a Friburgo, in Svizzera. Tra i firmatari, la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), il Consiglio nazionale delle Chiese cristiane (Conic) – che riunisce, oltre alla Chiesa cattolica, le principali denominazioni protestanti e ortodosse del Paese sudamericano –, la Conferenza dei vescovi della Svizzera e la Confederazione svizzera delle Chiese evangeliche, il che ne fa un documento di convergenza non solo tra diverse confessioni cristiane, ma anche tra Chiese del Nord e del Sud del mondo.
Un altro esempio positivo in termini di cooperazione tra le Chiese del Nord e del Sud è proprio della scorsa estate: una sorta di gemellaggio all’insegna dell’acqua tra un nutrito gruppo di associazioni francesi di ispirazione cattolica e le popolazioni del bacino del fiume Niger. Grazie a questa iniziativa molti francesi hanno potuto «vivere un’estate in maniera diversa», come recitava lo slogan, con percorsi di sensibilizzazione per «non sprecare questo bene comune fondamentale» e dare una mano a chi è all’asciutto, attraverso la realizzazione di un progetto idrico solidale in Niger. Insomma, anche quando manca, l’acqua continua a far bene.

Anna Pozzi

Publié dans : a.acqua, studi e ricerche | le 7 août, 2016 |Pas de Commentaires »

NELLA BIBBIA SETE E ARIDITÀ HANNO UN RIMEDIO SICURO. (G. RAVASI)

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NELLA BIBBIA SETE E ARIDITÀ HANNO UN RIMEDIO SICURO. (G. RAVASI)

Materialità e simbologia biblica dell’acqua

di GIANFRANCO RAVASI – L’Osservatore Romano 2 settembre 2011

È questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a “sor’acqua”: “utile et humile et pretiosa et casta”. Tanti sono i profili che questa realtà presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle “lotte per l’acqua”, nelle tragedie legate alla siccità, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l’aveva proprio per tema.
Si tratta, infatti, di una realtà veramente “utile et pretiosa”, principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parlerà non solo della “materialità” dell’acqua ma anche e soprattutto della sua “simbolicità”. … Un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: può sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma è effettivamente questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia ed è così che l’acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l’archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario.
La parola majim, “acqua”, risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo (metà di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni); circa 1.500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono “intrisi” d’acqua, perché oltre ai vocaboli citati c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il “mare”, o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il “battezzare” nel greco neotestamentario), lavare, purificare…. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità.
Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con “unfiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello” (Apocalisse, 22, 1). E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: “Dateci acqua da bere!” (Esodo, 17, 2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io” (1 Re, 17, 1).
Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: “I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi” (14, 3-6)…. È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (28, 12).
Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia”.
L’uomo dà il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l’imponente acquedotto o seguire la galleria (di 540 metri) scavata nell’VIII secolo prima dell’era cristiana, dal re Ezechia per portare l’acqua dalla sorgente di Ghicon fino alla riserva di Siloe a Gerusalemme (una lapide, conservata ora al museo archeologico di Istanbul evoca il momento emozionante della caduta dell’ultimo diaframma e dell’incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo)…. Proprio perché è al centro della esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza.
Melville in quel particolare “romanzo d’acqua” che è Moby Dick scriveva: “Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, fratello di Giove? Certo tutto questo non è senza significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”. La stessa chiave è, dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua e allo stesso esodo nel mar Rosso che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori o al citato jam, il “mare”, che meriterebbe una trattazione a sé stante, essendo per Israele il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque anche il discepolo impaurito, Pietro (Matteo, 14, 24-31)….
L’acqua è, però, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come “chiare fresche dolci acque” alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realtà nascoste più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: “Verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11)….
L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: “Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (…) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto un fiume e il mio fiume un mare” (Siracide, 24, 23-25.28-29).
L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni, 4, 14). È per questo che l’evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso “uscì sangue e acqua” (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l’acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale è effuso lo Spirito di Dio. Gesù, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l’acqua di Siloe), aveva esclamato: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Giovanni, 7, 7-39).
L’acqua, allora, è immagine della vita nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male (“Lavami da tutte le mie colpe”, Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che è presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, così, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: “Il giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua; darà frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Salmi, 1, 3).
Ma l’acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed è questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia (letteralmente “la mia gola”) ha sete di Dio, del Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua…” (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).

 

Publié dans : a.acqua, CAR. GIANFRANCO RAVASI | le 14 juin, 2016 |Pas de Commentaires »

stone paintings (ho trovato molte foto di ciottoli, pietre dipinte alcune bellissime, non posso metterne alcune perché copyright, queste si, comunque sono molto belle secondo me)

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Publié dans : ARTE SU PIETRA | le 14 juin, 2016 |Pas de Commentaires »

Quanto è grande l’Universo? – Stelle e Pianeti a confronto (incredibile, straordinario)

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Publié dans : ASTRONOMIA | le 9 juin, 2016 |Pas de Commentaires »

Pareidolia, vedere i volti nelle cose (Pareidolia – così è (se vi pare) non sempre la realtà è quella che crediamo di vedere) link ad un sito interessante

 Pareidolia, vedere i volti nelle cose (Pareidolia - così è (se vi pare) non sempre la realtà è quella che crediamo di vedere) link ad un sito interessante dans stranezze nella natura l43-pareidolia-volti-nelle-150122150251_big
http://www.lettera43.it/foto/pareidolia-volti-nelle-cose_43675155364_8.htm

Pareidolia – così è (se vi pare) non sempre la realtà è quella che crediamo di vedere (un sito interessante):

http://www.bazardelbizzarro.net/pareidolia.html

Publié dans : stranezze nella natura | le 7 juin, 2016 |Pas de Commentaires »

Impollinazione (vi avverto che fa un po’ schifo!)

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Publié dans : fiori e piante, You tube | le 23 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

LO SPIRITO DI FRANCESCO : LA PERFETTA LETIZIA (si ritiene autentica)

http://www.diquipassofrancesco.it/It/index.asp?page=LaPerfettaLetizia

LO SPIRITO DI FRANCESCO : LA PERFETTA LETIZIA (si ritiene autentica)

Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione avvegnadiochè li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”. E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e dè pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia. E santo Francesco sì gli rispose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto ed afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” E noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: “Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via” e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gottate dicendo: “Partitevi quinci, ladroncelli vivissimi, andate allo spedale, chè qui non mangerete voi né albergherete” se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: “Costoro sono gaglioffi, importuni, io li pagherò bene come sono degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo Benedetto le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? E se tu lo hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Fioretti di San Francesco n° 1836 – 4292

A cui è bello accostare la
Lettera di San Giacomo 1, 2–4

“Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.”

_________________________________________

La versione che segue è attribuita allo stesso Francesco ed è quindi precedente a quella molto più conosciuta dei Fioretti che sono del 1300 ovvero dopo che erano state fatte sparire le prime leggende (parola che a quel tempo voleva dire biografie) e quando le sole Leggende che circolavano erano la Maggiore e la Minore di San Bonaventura, agiografie vere e proprie.
In questa prima versione traspare tutto il dolore di Francesco messo fuori dai suoi, è meno colorita di quella dei Fioretti ma, a mio avviso, molto più vera…forse troppo vera per essere divulgata come è quella dei Fioretti…

Della vera e Perfetta Letizia
Lo stesso fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco , presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: « Frate Leone, scrivi » questi rispose: « Eccomi, sono pronto ». « Scrivi- disse – quale è la vera letizia « 
« Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’ordine; scrivi: Non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia ».
« Ma quale è la vera letizia? »
« Ecco, io torno da Perugia e, a notte fonda, giungo qui, ed è inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo del ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: « Chi è? ». Io rispondo: « Frate Francesco ». E quegli dice: « Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai ». E poiché io insisto ancora, l’altro risponde:
« Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te ».
E io sempre resto davanti la porta e dico: « Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte ».
E quegli risponde: « Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là ».
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima ».

Fonti francescane 

Publié dans : SAN FRANCESCO D'ASSISI | le 21 mai, 2016 |Pas de Commentaires »
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