Il Leviatan, (gli animali giganti nella tradizione ebraica (articolo)

 

 leviatano

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Publié dans : animali, animali grandi, grandi (wow!) | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

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diario

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Conversione segno dei tempi
padre Gian Franco Scarpitta

La vocazione di Mosè avvenuta nel singolare episodio del roveto che brucia senza essere consumato dalle fiamme ci induce a fare due considerazioni: innanzitutto, colui che chiama e orienta verso una determinata direzione è sempre Dio e solo dalla sua volontà e dai suoi disegni dipende il nostro avvenire e il realizzarsi delle nostre scelte, sia quelle a breve scadenza sia quelle a lungo termine come le vocazioni a un determinato stile di vita o a una missione. Dalla scelta libera e incondizionata di Dio dipende anche la stessa elezione delle persone. L’episodio di cui Esodo 3, 14 ci ragguaglia del fatto che le procedure con cui il Signore sceglie e invia del sono ben differenti dai nostri criteri di selezione: non occorre essere dotati di particolari virtù o prerogative, non servono titoli di studio, competenze tecniche o intellettuali né esperienza consolidata perché quando Dio nella sua libertà sceglie una determinata persona per un ruolo peculiare, non manca di attrezzarlo convenientemente allo scopo e in ogni caso qualsiasi chiamata risponde semplicemente al su deliberato volere. Non per aver avuto particolari carismi o grandi doti di sapienza e di elucubrazione, Mosè viene scelto accanto ad Aronne per intercedere presso il faraone a favore degli Ebrei ridotti in schiavitù. Mosè è un semplicissimo esule che è fuggito alle ire vendicative per aver colpito a morte un Egiziano e l’unica attività di cui si occupa è la pastura del gregge del suocero Ietro. Non ha facoltà intellettuali e anche per questo si considera indegno di un compito così delicato che a giudizio di qualsiasi essere umano dotato di buon senso sarebbe stato di competenza di persone distinte, dotte e raffinate; ciononostante Dio sceglie proprio lui e solo a lui riserva un trattamento talmente confidenziale da fargli superare qualsiasi perplessità e da renderlo sicuro del ruolo che sta per svolgere: sarà lui stesso a mettere in bocca a lui e ad Aronne le parole che dovrà pronunciare al faraone e seppure questi sarà molto ostinato e refrattario nel favorire il popolo, alla fine si arrenderà e la missione di Mosè si rivelerà più che fruttuosa. I risultati appartengono a Colui che è padrone della nostra storia e che guida tutti gli eventi. Noi siamo strumenti fondamentalmente inutili, eppure siamo da lui resi oggetto di fiducia.
In secondo luogo, la chiamata divina interessa non soltanto la dimensione di scelta vocazionale permanente, ma giorno per giorno siamo invitati a rispondere a una chiamata, poiché ogni circostanza del vissuto costituisce di fatto un luogo di chiamata vocazionale. E direi che a prescindere da tutto noi siamo chiamati ad essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli. La santità è la vera vocazione universale imprescindibile ed essa si da’ non senza la risposta al divino appello di conversione, che riguarda tutti e ciascuno in ogni circostanza. Convertirsi, cioè aderire alla chiamata alla piena comunione con Dio e alla vita piena e realizzata, è invito che viene rivolto a tutti indistintamente e senza riserve e che non può essere disatteso. Convertirsi e mirare alla perfezione è irrinunciabile per la nostra salvezza escatologica ma anche per la stessa impostazione del vissuto terreno, quali uomini in mezzo ad altri uomini.
Gli interlocutori di Gesù, nel presente brano evangelico, parlano di due episodi scabrosi e inauditi, uno di efferata violenza, l’altro sciagura. Potremmo paragonarli rispettivamente all’11 Settembre e al ponte Morandi di Genova dei nostri tempi. Durante un pellegrinaggio di un gruppo di Galilei, presumibilmente nella data della Pasqua ebraica, Pilato aveva fatto massacrare questi mente offrivano i sacrifici rituali e il crollo della torre di Siloe sud di Gerusalemme aveva provocato la morte di 18 persone. La domanda posta a Gesù era la seguente: quali colpe avevano commesso le vittime di ambedue i tragici episodi per meritare una condanna così infame? Poiché infatti vi era una certa mentalità corrente per la quale eccidi e rovinose stragi erano la conseguenza di misfatti commessi dagli stessi interessati o da qualche loro progenitore. Gesù supera una certa concezione, così come a proposito del cieco nato: non necessariamente ma morte tragica è connessa a una colpa e non occorre lasciarsi fuorviare da simili mentalità pregiudizievoli. Le disgrazie sono sempre un mistero, non possiamo affermare che Dio se ne compiaccia ed assurdo pensare che proprio Lui si diverta a procurarcele ma quando avvengono hanno sempre una loro finalità che scopriamo solo in un secondo momento, a parte quella del configurarsi del dolore con la croce dello stesso Signore. Dio permette determinati fatti aberranti per trarne un risultato misterioso di gloria, a noi nascosto eppure certo e per il quale occorre coltivare maggiormente la nostra fede, incrollabile e solida.
Entrami gli episodi del resto ci invitano a guardare i “segni dei tempi” con obiettività senza pregiudizi, per esempio a cogliere l’invito universale a convertirsi: nessuna di quelle vittime era più peccatrice e meritoria di condanna di tutti gli altri, piuttosto “se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Il perire non si riferisce alla morte fisica, ma al deterioramento spirituale, alla disfatta e alla perdizione in cui ci si imbatte nella mancata comunione con Dio. Occorre mutare i nostri rapporti affinché possiamo scegliere la vita in luogo della morte man mano che procede il nostro itinerario terreno, trasformarci e rinnovare il cuore e renderlo umile e generoso, capace di opere significative per noi stessi e per gli altri. Di fronte alle sciagure del tipo appena descritto, insomma, occorre non restare cinici e indifferenti, ma tentare di lasciarci “convertire”dal messaggio divino che essi racchiudono.
La conversione è certamente un processo graduale che vuole i suoi tempi e che conosce ostacoli e non di rado negligenze nel suo percorso. Fortunatamente Dio nei nostri confronti si atteggia come il padrone di un campo che a ragione potrebbe estirpare un fico sterile che inutilmente ne sfrutta il terreno eppure ha pazienza e non si stanca di aspettare che rechi frutto, nonostante l’evidenza della sua sterilità. Si tratta di un atteggiamento ridicolo e illogico considerando il pensiero propriamente mondano, ma come si è detto in apertura i criteri di scelta da parte di Dio sono ben differenti rispetto ai nostri e allora possiamo interpretarlo semplicemente nei termini di amore e di misericordia che rendono possibile anche ciò che per noi è inimmaginabile. Papa Francesco: “Dio dona forza alla nostra debolezza, ricchezza alla nostra povertà, conversione e perdono al nostro peccato.” E questo fa si che possa aspettare ad oltranza.

 

Publié dans : OMELIE | le 22 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

l’animale più tenero del mondo (clikkate è you tube)

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Publié dans : animali simpatici | le 21 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

pagina del Salterio, liturgia

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Publié dans : immagini sacre | le 21 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO SALMO 131

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IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO SALMO 131

Pino Stancari

Il brevissimo Salmo 131 è composto di soli tre versetti, il terzo dei quali riprende il v. 7 del Salmo 130, con lo stesso verbo in ebraico. Il Salmo 131 è così legato al precedente, al modo di una strofa aggiuntiva. Là si parla della redenzione dell’intero Israele, entro la quale si svolge la vicenda di confessione e di perdono nella quale è trasformato il nostro pellegrino.
È un evento pasquale: passaggio e risurrezione. Questo evento fa del singolo fedele un segno di redenzione per tutto il popolo.
Il Salmo 131 costituisce un momento di intenso raccoglimento meditativo – come un sussurro – ma in grado di manifestare la novità che l’opera redentiva di Dio realizza per la salvezza del mondo. Un sussurro, tenue e soave, eppure espressione di un momento di pienezza pacificata nell’esperienza del perdono.
Il testo si divide in due strofe – VV. 1 e 2 – e un ritornello conclusivo: v. 3.
La prima è costituita da tre negazioni. È la fine di un tempo e si dice quel che non è più. La seconda riporta un’affermazione: la novità ormai instaurata. La fine di un tempo e l’inaugurazione di un tempo nuovo.

SALMO 131

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.

2 lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

3 Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.

Cuore, volto e mano di fronte a Dio
La prima strofa. Per tre volte «non». Si comincia con la invocazione del Nome di Dio e così si finirà al v. 3. Si augura a tutto il popolo l’incontro con il Signore vivente che ha determinato la novità di cui il nostro pellegrino può costituire un segno.
Dice che è finito il tempo in cui il cuore si inorgogliva, lo sguardo era superbo e i passi erano orientati verso la realizzazione di grandi imprese. Si noti la terna citata: il cuore, lo sguardo, i passi. È una di quelle teme che danno una completa descrizione antropologica, nel linguaggio biblico. Siamo dinanzi a una rielaborazione raffinata di una tema di dimensioni umane che possono essere identificate con il cuore, il volto e la mano. La vita umana è queste tre cose, non ha semplicemente questi tre elementi.
Il cuore significa l’interiorità segreta, il mistero profondo, la sede interiore dove si ascolta, si pensa, si progetta e si attuano decisioni circa l’intera esistenza. Il cuore ha le sue traversie, ha durezze e chiusure sempre possibili; si impietrisce e si ripiega su se stesso. Può non ascoltare o restare indeciso, senza progetti.
L’uomo è un cuore e poi anche un volto: sacramento visibile del mistero imperscrutabile che è custodito nel cuore umano. L’invisibile identità profonda ha una trasparenza visibile nel volto; attraverso il volto, il cuore può ricevere e trasmettere: il volto, con la sua complessità e la sua mutevolezza. In esso spiccano gli occhi e la bocca. Con entrambi si assimila e si trasmette. Il volto può essere tenebroso e mascherato: chi lo purificherà e gli darà quella bellezza che il Creatore ha voluto imprimere in esso per potercisi specchiare?
Infine la mano, lo strumento dell’operatività. Nel nostro Salmo si parla del piede e dei suoi passi: gesti con cui è efficace la propria presenza nel mondo, presenza progettata e voluta nel cuore. Anche a proposito della mano – o del braccio o della gamba – lo stato di peccato e di decadenza fa sì che possa essere strumento di potere violento. Eppure la mano è stata data all’uomo perché sia pronta a benedire, perché sia laboriosa e capace di segni di comunione; è stata creata per essere aperta, paziente. Chi libererà la mano dell’uomo? Chi la costringerà ad aprirsi?
Tutta la storia della salvezza si condensa nell’evento decisivo della Pasqua del Figlio dell’Uomo che muore e risorge: l’evento nuovo è un uomo dal cuore puro, dal volto luminoso e dalla mano aperta.
Quest’uomo dal cuore puro è sapiente e libero e sa come interferire nei progetti del nostro cuore.
Egli è il Figlio di Dio che scandaglia il cuore umano e ne scioglie la durezza.
Egli ha un volto luminoso e lo offre come specchio perché il volto mascherato dell’uomo finalmente perda la propria menzogna e si specchi nella immagine esemplare di Lui: l’icona che è secondo il compiacimento di Dio. È il volto bellissimo per eccellenza… e si manifesta segnato dal dolore, piagato e orrendo, coperto da ogni vergogna umana perché noi possiamo cessare di nascondere la nostra vergogna. In Lui ritroviamo luce e bellezza, quelle che il Creatore si attendeva fin dall’inizio nel dialogo e nel confronto con la sua creatura.
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio è colui che si consegna nelle nostre mani. È Lui che viene colpito, aggredito e gettato via. Egli ha mani aperte, da povero; mani di colui che si arrende, mani del Crocifisso e Risorto. Sono le nostre mani di uomini, assuefatte alla violenza, che si sono strette su di Lui e poi perdono la presa, ridotte all’impotenza e sconfitte. L’aggredito apre le sue mani e benedice, mentre – vivente e glorioso – sale al Padre. Allora noi siamo costretti alla resa.
C’è un povero in mezzo a noi che libera il cuore umano; c’è uno svergognato in mezzo a noi che illumina il nostro volto e gli restituisce bellezza; c’è un derelitto, vittima della nostra violenza, che ci costringe ad aprire le mani perché siamo sconfitti. La nostra violenza si è scaricata addosso a Lui, che l’ha assorbi ta per intero con le mani alzate in gesto di resa.
Il Salmo parla di queste cose fin dal v. 1.
Il cuore può indurirsi. n verbo usato indica più esattamente l’azione di arcuarsi, di ingobbirsi su se stessi. Ora esso ha perso la sua gobba, si è spaccato, aperto. Non c’è medicina che valga a guarire il cuore umano, né delicato massaggio che possa addolcirlo: il cuore umano deve essere spaccato. Questo cuore non si difende più, fortificandosi in se stesso.
Così lo sguardo non si leva con superbia, gli occhi non si affilano e tendono per ferire, come una lama minacciosa.
Infine quest’uomo non si muove più per realizzare eventi spettacolari, per manovrare e manipolare. Il vortice delle grandi parate ha stancato quest’uomo, egli vuole riposare dal suo male orgoglioso e si arrende.
Sono occhi bruciati dalla vergogna personale e dalla storia umana; occhi che hanno riconosciuto il Signore sofferente e la sua bellezza indicibile, che viene dal Padre. Nella vergogna del Signore anche l’uomo è accolto e i suoi occhi si aprono a pietà e compassione; e queste non passeranno più perché egli è svergognato insieme al suo Dio.
Allora anche l’uomo è bello, nel Figlio Beneamato: e la mano è consegnata e, con lei, tutto il corpo, tutta la libertà, ambiguo strumento della ricerca di se stessi e della propria esaltazione.
Ogni astuzia che cerca di addossare il proprio orgoglio alla comunità o alla causa cui si appartiene è smascherata: è impossibile santificare o nobilitare il proprio male quando si è di fronte al Crocifisso, come il malfattore di cui parla Luca. Questo malfattore riconosce in Gesù il salvatore che lo libera dal suo male orgoglioso, il male che è ormai superiore alle proprie forze voler giustificare.
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
Ed ecco la seconda strofa, una affermazione molto bella: placata e zittita è la mia anima, come un bimbo svezzato rivolto a sua madre.
Ecco chi sono io, ora. Placato il respiro e spenta la tensione inconcludente, la vita del nostro amico non è più agitata. Ma attenzione: potremmo essere disorientati da una immagine che coincidesse con la realtà di un neonato a suo agio in braccio alla mamma, quasi un ritorno alle realtà infantili. Non è così. Qui si parla di un bambino svezzato, uscito fuori da un rapporto simbiotico con la madre e dall’intimità con lei propria del lattante. Questo bambino non è più allattato, è stato sottratto al seno della madre: guarda altrove, ormai, e ha altri interessi. Sta in braccio alla madre, ma non la guarda. Guarda il padre, in dialogo con il mondo che lo circonda e con chi lo domina.
Il termine «bimbo svezzato», in ebraico gamùl, compare in alcuni testi dell’Antico Testamento. Ne citiamo tre.
Il primo è nella Genesi, al cap. 21. Per la prima volta si dice di un personaggio che è svezzato. È Isacco, figlio di Abramo. Il suo nome significa figlio del sorriso: il Signore insegna ad Abramo e a Sara a sorridere, a sperare in Lui. Isacco viene svezzato, nel cap. 21, e nel cap. 22 può seguire il padre verso il sacrificio. Ora è il figlio pronto per dire « amen », per aderire alla volontà del padre. Così il personaggio del nostro Salmo.
Il secondo testo è nel Primo libro di Samuele, al cap. 2. Qui è Samuele lo svezzato. Viene portato dalla madre al santuario perché vi dimori. Egli resta presso Eli e cresce con lui. Il bimbo svezzato è colui che ormai appartiene alla casa del Signore e in essa diventa profeta. Nel Vangelo di Luca, al cap. 2, Gesù viene trovato dai genitori nel tempio e, sgridato, dice loro che ormai deve occuparsi «delle cose del Padre», delle faccende della sua casa.
Il terzo testo è nel libro di Isaia, al cap. 11. È un oracolo messianico, visione del mondo nuovo: l’agnello e il leone, l’arsa e il capretto insieme. Un bimbo si trastulla sulla tana del serpente: gamùl. È il Messia, svezzato, che addomestica il serpente. Egli è pronto alla battaglia decisiva, a inchiodare il serpente là dove egli stesso è pronto a essere inchiodato. Il serpente è trasformato in gioco e l’universo intero si rinnova.
Quando il nostro personaggio si paragona a un bimbo svezzato non fa appello al nostro buon cuore, dunque. Stando in braccio alla madre il bimbo dell’immagine guarda alla volontà del Padre, lo segue e con lui lotta contro il male in una battaglia decisiva. Tutto questo senza garanzie o ripari: fino al limite estremo dove il Messia ci ha preceduti, contro una vipera sorda e velenosa.
Quando ormai Paolo sta per concludere il suo viaggio, l’ultimo, in Atti 28, sbarca a Malta dopo una tempesta e viene morso da una vipera. Il morso, però, non lo danneggia ed egli scuote la vipera via da sé, nel fuoco.
Nel Vangelo di Luca si parla di vipera nella predicazione di Giovanni il Battista. «Razza di vipere», chiama i giudei. Dall’inizio del Vangelo alla fine degli Atti tutta l’opera lucana è racchiusa da questa doppia testimonianza: il Battista chiama alla conversione i figli del serpente e Paolo è ormai sottratto alla pericolosità del suo morso, come bimbo svezzato e pronto per portare a compimento il ministero che gli è stato affidato.

* L’UOMO GIURA, DIO MANTIENE SALMO 132

Il Salmo 132 è il più lungo della serie. Si inserisce nel contesto di una celebrazione liturgica che prevede un rito processionale.
Questi riti rievocavano la prima grande processione guidata da Davide, quando introdusse l’arca a Gerusalemme. Allora Davide danzò, accompagnato dal popolo, fino alla città, con l’arca santa. Ogni processione è – da allora – momento di intensa comunione; è una specie di laboratorio dove si realizza un pellegrinaggio simbolico. Il popolo tutto può così fare il suo pellegrinaggio, anche gli abitanti di Gerusalemme.
Al di là di tutte le distanze e differenze si produce la comunione per la possibilità offerta a tutti di partecipare simultaneamente a un unico viaggio e di ritrovarsi tutti pellegrini. Almeno in virtù del rito tutti sono in viaggio verso Gerusalemme. Questo lo sfondo.
Sono due le sezioni del Salmo, ciascuna in due strofe. Le due sezioni sono elaborate in parallelo, anche se la seconda rinnova profondamente il messaggio rispetto alle premesse.
La prima sezione va fino al v. 10 e la seconda comincia col v. 11, fino alla fine.
In apertura e chiusura di ciascuna sezione risuona il nome di Davide: nei vv. 1.1 Q-ll e 17
La prima sezione si apre col ricordo del giuramento compiuto a suo tempo da Davide, la seconda col giuramento compiuto in quella medesima occasione dal Signore.
Viene rievocata la scena di cui si parla nel Secondo libro di Samuele, al cap. 7: Davide vuole costruire una casa per il Signore; di rimando questi giura a Davide che Lui stesso gli costruirà una casa.
Davide è ormai forte e sicuro, ha superato prove che lo hanno reso mansueto e padrone della situazione, ha mezzi e benessere. L’arca santa, invece, è ancora sotto una tenda! Il profeta prima approva, poi smentisce e rivela il vero desiderio di Dio: Davide avrà una casa, cioè una discendenza gloriosa fino alla pienezza dei tempi. Così non lui costruirà una casa al Signore, ma questi a lui.
Davide si sentiva sicuro e pensava di poter contare sulla forza sua e dei suoi discendenti. Le cose, invece, andranno diversamente e Davide subirà nella sua famiglia un conflitto dopo l’altro. Sarà il Signore a procurare una discendenza davvero gloriosa nella quale compiacersi: sarà Dio a dare il Messia, non il re Davide!

San Giuseppe

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Publié dans : immagini sacre | le 18 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – SAN GIUSEPPE EDUCATORE (2014)

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – SAN GIUSEPPE EDUCATORE (2014)

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 marzo 2014

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, 19 marzo, celebriamo la festa solenne di san Giuseppe, Sposo di Maria e Patrono della Chiesa universale. Dedichiamo dunque questa catechesi a lui, che merita tutta la nostra riconoscenza e la nostra devozione per come ha saputo custodire la Vergine Santa e il Figlio Gesù. L’essere custode è la caratteristica di Giuseppe: è la sua grande missione, essere custode.
Oggi vorrei riprendere il tema della custodia secondo una prospettiva particolare: la prospettiva educativa. Guardiamo a Giuseppe come il modello dell’educatore, che custodisce e accompagna Gesù nel suo cammino di crescita «in sapienza, età e grazia», come dice il Vangelo. Lui non era il padre di Gesù: il padre di Gesù era Dio, ma lui faceva da papà a Gesù, faceva da padre a Gesù per farlo crescere. E come lo ha fatto crescere? In sapienza, età e grazia.
Partiamo dall’età, che è la dimensione più naturale, la crescita fisica e psicologica. Giuseppe, insieme con Maria, si è preso cura di Gesù anzitutto da questo punto di vista, cioè lo ha “allevato”, preoccupandosi che non gli mancasse il necessario per un sano sviluppo. Non dimentichiamo che la custodia premurosa della vita del Bambino ha comportato anche la fuga in Egitto, la dura esperienza di vivere come rifugiati – Giuseppe è stato un rifugiato, con Maria e Gesù – per scampare alla minaccia di Erode. Poi, una volta tornati in patria e stabilitisi a Nazareth, c’è tutto il lungo periodo della vita di Gesù nella sua famiglia. In quegli anni Giuseppe insegnò a Gesù anche il suo lavoro, e Gesù ha imparato a fare il falegname con suo padre Giuseppe. Così Giuseppe ha allevato Gesù.
Passiamo alla seconda dimensione dell’educazione, quella della «sapienza». Giuseppe è stato per Gesù esempio e maestro di questa sapienza, che si nutre della Parola di Dio. Possiamo pensare a come Giuseppe ha educato il piccolo Gesù ad ascoltare le Sacre Scritture, soprattutto accompagnandolo di sabato nella sinagoga di Nazareth. E Giuseppe lo accompagnava perché Gesù ascoltasse la Parola di Dio nella sinagoga.
E infine, la dimensione della «grazia». Dice sempre San Luca riferendosi a Gesù: «La grazia di Dio era su di lui» (2,40). Qui certamente la parte riservata a San Giuseppe è più limitata rispetto agli ambiti dell’età e della sapienza. Ma sarebbe un grave errore pensare che un padre e una madre non possono fare nulla per educare i figli a crescere nella grazia di Dio. Crescere in età, crescere in sapienza, crescere in grazia: questo è il lavoro che ha fatto Giuseppe con Gesù, farlo crescere in queste tre dimensioni, aiutarlo a crescere.
Cari fratelli e sorelle, la missione di san Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. E tuttavia, nel suo custodire Gesù, educandolo a crescere in età, sapienza e grazia, egli è modello per ogni educatore, in particolare per ogni padre. San Giuseppe è il modello dell’educatore e del papà, del padre. Affido dunque alla sua protezione tutti i genitori, i sacerdoti – che sono padri –, e coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa e nella società. In modo speciale, vorrei salutare oggi, giorno del papà, tutti i genitori, tutti i papà: vi saluto di cuore! Vediamo: ci sono alcuni papà in piazza? Alzate la mano, i papà! Ma quanti papà! Auguri, auguri nel vostro giorno! Chiedo per voi la grazia di essere sempre molto vicini ai vostri figli, lasciandoli crescere, ma vicini, vicini! Loro hanno bisogno di voi, della vostra presenza, della vostra vicinanza, del vostro amore. Siate per loro come san Giuseppe: custodi della loro crescita in età, sapienza e grazia. Custodi del loro cammino; educatori, e camminate con loro. E con questa vicinanza, sarete veri educatori. Grazie per tutto quello che fate per i vostri figli: grazie. A voi tanti auguri, e buona festa del papà a tutti i papà che sono qui, a tutti i papà. Che san Giuseppe vi benedica e vi accompagni. E alcuni di noi hanno perso il papà, se n’è andato, il Signore lo ha chiamato; tanti che sono in piazza non hanno il papà. Possiamo pregare per tutti i papà del mondo, per i papà vivi e anche per quelli defunti e per i nostri, e possiamo farlo insieme, ognuno ricordando il suo papà, se è vivo e se è morto. E preghiamo il grande Papà di tutti noi, il Padre. Un “Padre nostro” per i nostri papà: Padre Nostro…

E tanti auguri ai papà!

 

Publié dans : SAN GIUSEPPE | le 18 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

Trasfigurazione del Signore

ciottoli  ediario trasfigurazione - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 15 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

Sostenuti da Dio, andiamo verso la gloria
padre Gian Franco Scarpitta

Abramo ha fede nella promessa di Dio e si dispone ad agire secondo questa. Il segno del braciere e del fuoco che passa in mezzo agli animali ripartiti e sacrificati lo rassicura che Dio lo accompagnerà per sempre e che nei secoli futuri lo renderà destinatario di una terra e di una lunghissima discendenza. E allora forte della sua fede in Dio e della speranza che reca nel cuore, Abramo si dispone a fare la sua volontà in tutto.
Presenza rassicurante di Dio è anche quella che riguarda tutti noi nello specifico della manifestazione gloriosa di Gesù accanto a Mosè ed Elia.
Nei giorni in cui si consuma questo episodio sul monte che la Tradizione definisce Tabor, Gesù ha per certo che fra non molto terminerà il suo ministero in Galilea ed inevitabilmente dovrà raggiungere Gerusalemme dove lo attende la condanna a morte e la crocifissione, che saranno il preambolo della gloria. Quello che attende Gesù è un destino raccapricciante, di cui lui è consapevole, ma al quale non si sottrae e non oppone resistenza, realizzando che tale è il progetto del Padre su di lui: sicuramente la gloria e l’innalzamento, ma non prima dell’inevitabile supplizio.
A differenza che in Matteo e Marco, Luca descrive l’evento Trasfigurazione con un particolare attendibile e di rilievo: la presenza e il sostegno da parte di Dio Padre. Gesù è infatti intento a pregare, a coltivare cioè l’intimità e la familiarità assoluta con Chi dall’eternità ha condiviso la sua stessa gloria e adesso continua a sostenerlo in quest’opera di redenzione degli uomini conseguente all’incarnazione. Gesù vive l’intensità dei rapporti con Dio e sperimenta già sin d’ora che anche al momento della sofferenza estrema Questi non lo lascerà solo, sebbene sulla croce proverà un momentaneo senso di abbandono. Proprio questa preghiera profonda e intensa si dissolve nella trasformazione fisica di Gesù e anzi questa è uno riverbero di quella: il volto di Gesù diventa candido e glorioso, speculare della stessa gloria del Padre. Luca ci descrive in altri termini che la familiarità assunta da Gesù con il Padre nell’orazione si palesa nella gloria manifesta sul volto, candido e rifulgente come le vesti dell’uomo vestito di lino in Daniele o come le vesti del Tre Volte Santo in Isaia 6, la cui gloria (appunto) pervade la terra. Sebbene incarnato e partecipe delle nostre insufficienze e delle precarietà dell’umano, sebbene umiliato e dimesso dalle molteplici persecuzioni non solamente da parte degli avversari e sebbene in procinto di recarsi nella città dell’estremo supplizio, Gesù è tuttavia il “re di gloria” la cui magnificenza è un riflesso dell’immensa gloria celeste. La gloria di Dio viene ulteriormente affermata dalla comparsa di Mosè e di Elia che confabulano con Gesù sul suo “esodo” imminente verso Gerusalemme e in questo particolare episodio si ravvisa che proprio Gesù è il nuovo Mosè che porta a compimento le promesse dei profeti (Elia), riproponendo con insistenza l’affinità di grandezza e di sommità che Gesù condivide con il Padre.
Non può che trattarsi che di una prefigurazione della gloria che attende Gesù, conseguente all’umiliazione e alla croce, per la quale neppure noi possiamo fungere da “nemici della croce di Cristo” (Fil 3, 18 – 19 Seconda lettura), perché proprio questa è indispensabile per conseguire tale traguardo e volerne schivare o raggirare l’ostacolo è sinonimo di viltà e di opera demoniaca. Aveva detto Gesù a Pietro, quando questi tentava di distoglierlo dal recarsi a Gerusalemme: “Vai dietro a me Satana, perché tu pensi secondo gli uomini e non secondo Dio. Chi infatti rifugge la croce di Cristo, omette di considerarla come irrinunciabile prospettiva di vita, rifiuta di incarnarla nelle vicende tristi e controverse del suo vissuto, in una parola tende a misconoscerla è “troppo intento alla cose della terra”, vale a dire mira alle sole garanzie e ai successi immediati e poco duraturi. La vera ricompensa delle nostre lotte si trova invece al termine del percorso tortuoso che siamo chiamati a percorrere, non all’inizio. I premi e i risultati sono un traguardo non un piacevole beneficio da accaparrare secondo la logica del “tutto e subito”. La gioia subentra al dolore e il più problema più grave che possiamo avere è proprio quello di non avere problemi.
Anche noi siamo destinati alla gloria nell’eone futuro quando risorgeremo alla fine dei tempi nel “corpo glorificato” paragonabile a quello del Risorto, ma anche in questa stessa vita siamo orientati a vivere la “nostra patria nei cieli” quando non rifiutiamo nel nostro quotidiano il binomio inscindibile croce – risurrezione. Passione – Glorificazione.
L’avvicendarsi di Gesù a Gerusalemme, luogo del suo supplizio ci incoraggia a qualificare la croce come tappa indispensabile della nostra vita, tuttavia il mistero di cui si parla nel Vangelo di Luca al Tabor ci dà una caparra della gloria che consegue al Calvario e ci incoraggia a guardare in avanti anziché considerare tutto ciò che ci è di ostacolo. Considerare la meta e aver fisso l’obiettivo è condizione per cui possiamo sentirci motivati verso di esso; avere la meta o l’ideale fissi negli occhi e pregustarli in un certo qual modo, ci è di sprone a non lasciarci demotivare dagli ostacoli e delle difficoltà ma ci esorta a perseverare fino alla corona di gloria.
Osserviamo infatti l’anticipo di ciò che siamo destinati a conseguire nel futuro e intanto siamo esortati a vivere il presente nella fiducia e nella speranza che non delude.
In questo percorso vi è la medesima presenza consolante del divino che incoraggiò Abramo e che permette a Pietro e Giacomo e Giovanni di vincere il sonno e la stanchezza. La nube la voce dal cielo li rassicura e li rende certi che non stanno assistendo ad eventi spettacolari di magismo o di straordinario esibizionismo circense, ma di essere raggiunti dal fascino della grandezza di Dio che si fa tutta per loro e che li renderà testimoni e protagonisti.

Publié dans : OMELIE | le 15 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

« animali tra le righe »- Disegni di animali da guardare tra le righe, la giovanissima artista Iantha ha fatto dei disegni con le matite-acquarello: i suoi animali non vogliono stare imprigionati tra le righe! (anche altri, link)

tra_le_righe_cane

 

https://www.focusjunior.it/animali/disegni-di-animali-da-guardare-tra-le-righe/

Publié dans : IMMAGINI BELLE | le 14 mars, 2019 |Pas de Commentaires »

un « Kakapo » da « Lifegate: « Le 100 specie di uccelli più insolite e minacciate del pianeta » proprio da vedere (metto il link)

Kakapo-Strigops-habroptila..ù

https://www.lifegate.it/persone/news/le-100-specie-di-uccelli-piu-insolite-e-minacciate-del-pianeta

 

Publié dans : A. UCCELLI | le 13 mars, 2019 |Pas de Commentaires »
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