una tenera famigliola

 

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Publié dans : amici | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

Conversione di San Paolo – Koninklijke Bibliotheek Laia1

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Publié dans : immagini sacre | le 21 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

BENEDETTO XVI – Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

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BENEDETTO XVI – Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 novembre 2006

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.
Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiotità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.
Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!
Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! -; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.
C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).
Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

 

Nozze di Cana

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Publié dans : immagini sacre | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

Il mio bello e buon matrimonio divinumano
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di oggi appartiene alla categoria dei racconti ad alta densità simbolica. Si sa, quello di Giovanni è il più “teologico-simbolico” dei vangeli, nessuna sorpresa. Giovanni colloca questo episodio della vita di Gesù al principio di quella sezione del suo vangelo, normalmente denominata “il libro dei segni”: è il primo di una serie di segni che compie (ne racconterà 7 in tutto), dunque è di capitale importanza comprenderlo bene per l’interpretazione dei segni successivi, come pure della stessa storia di Gesù.
C’è una festa di nozze a Cana di Galilea e Giovanni subito annota che era presente anche Maria, la madre del Signore, ed erano stati invitati Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1-2). Non dice a che punto della festa siamo, ma solo che viene a mancare il vino e che la stessa Maria, rivolgendosi al figlio, sottolinea questa mancanza (Gv 2,3). Ora, pressoché in ogni cultura, se viene a mancare il vino in una festa di nozze, è come se nella finale dei mondiali di calcio venisse a mancare il pallone per continuare la partita. Non a caso vedremo più avanti che c’è una vera e propria gestione del vino nell’arco di tutto l’evento. Ma procediamo con calma. Gesù sembra rispondere in modo alquanto burbero ed enigmatico alla mamma. Poi aggiunge: non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4). E sua madre, come se niente fosse, dice ai servitori di fare qualsiasi cosa suo figlio comandi (Gv 2,5). E’ evidente, sin da queste prime battute, che l’intento dell’evangelista è di trasferirci dalla memoria semplicemente storica di quell’evento a un piano superiore di significato. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, da una semplice constatazione (è venuto a mancare il vino), si venga a parlare di un’ora che non è giunta e di un invito a fare qualsiasi cosa dica Gesù: non c’è logica. Come sempre, partiamo dalle domande che il testo può generare in superficie per cercare di cogliere il succo del vangelo.
Per esempio: come mai il vino si è esaurito? Non si era provveduto alla sua giusta quantità? C’è stato un improvviso e non previsto “surplus” di persone? Perché Maria si rivolge inizialmente a Gesù, se poi è in grado di dar ordini ai servitori? Non poteva far notare prima a loro questa mancanza, oppure allo sposo? Se Giovanni fa questa operazione, vuol dirci che ciò che accade in quelle nozze rivela qualcosa che ha a che fare con la vita del Signore e la nostra vita. Non dimentichiamo che non poche volte nella Bibbia troviamo che Dio ispira profeti e altri uomini a parlare della relazione con il suo popolo come di una relazione sponsale. Dunque quella festa di nozze è icona di un altro matrimonio.
Parte un ordine da Gesù: bisogna riempire d’acqua le 6 anfore di pietra (le idrie) per le abluzioni rituali dei Giudei. I servitori eseguono l’ordine (Gv 2,6-7). Un altro ordine: ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto (Gv 2,8). I servi obbediscono nuovamente. Fermiamoci un po’, prima di tirare le somme con i versetti conclusivi. Se questo è un testo altamente simbolico, ogni dettaglio, ogni parola finora letta, non si trova lì per caso. I 6 recipienti di pietra per la purificazione richiamano il dono della Legge scritta sulle tavole di pietra, ma anche la sua pesantezza (ciascuna con volume tra gli 80 e i 120 litri) e incompiutezza (6 come i 6 giorni della creazione senza il settimo). Dunque il silenzioso miracolo che avviene, cioè quel buon vino che non appare dal nulla, bensì dall’acqua di cui erano prima vuote le giare (Gv 2,9), è segno del compimento di una storia e nello stesso tempo della novità inaudita che contiene. Infatti Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5,17). Però il modo con cui questo avviene, porta all’umanità il sigillo divino di una nuova alleanza che supera il fallimento della prima. Perché l’osservanza della Legge (ma qualcuno ci è riuscito?) con i suoi 613 precetti non è in grado di rallegrare la vita dell’uomo: ricordate il figlio maggiore della parabola lucana? Mancava ancora qualcosa, anzi Qualcuno, che è quel solo “di più” che può dare gioia al cuore umano.
Stiamo entrando lentamente dentro il senso profondo dell’evento nuziale posto all’inizio del vangelo come principio dei segni (Gv 2,11). In Gesù, Dio compie definitivamente le sue nozze con la nostra l’umanità, venendo incontro gratis ad ogni nostra attesa, ad ogni nostro desiderio di pienezza e felicità. Senza il vino, simbolo biblico dell’amore che da senso all’esistenza, cioè senza di Lui, ogni amore umano viene meno e la stessa Legge di Dio è lettera che non da vita. Giovanni vuol subito mettere in chiaro che nella storia di Gesù che ci racconterà, vedremo un Dio scandalosamente diverso da quello che ci immaginiamo: il primo segno del Figlio di Dio sta nel provvedere a più di 600 litri di vino per inebriare una festa di nozze! Gesù è la buona e gioiosa notizia di un Dio capace di cambiare il corso di una festa in procinto di spegnersi per mancanza di vino, icona di una vita umana avviata alla tristezza e votata al fallimento.
Mi viene in mente una delle commedie cinematografiche più simpatiche degli ultimi decenni: il mio grosso grasso matrimonio greco. La storia di una giovane donna appartenente a una numerosa famiglia greca emigrata negli USA che sembra segnata dal destino imposto dalle rigorose tradizioni del suo popolo. Tutto si svolge inizialmente nella meticolosa descrizione di come proceda la vita all’interno del ristorante di famiglia dove la ragazza si sente imprigionata. Quella vita non le da gioia, non ha sapore. Cerca di uscire da essa attraverso un nuovo lavoro presso l’agenzia di viaggi della zia. Un piccolo cambiamento, una speranza. Ma l’evento che da svolta alla sua esistenza avviene con l’arrivo di un uomo che la nota dentro il negozio. Si accende la scintilla dell’attrazione reciproca. Quell’uomo però non è greco, e questo è un problema per suo padre. Allora costui invita una serie di uomini greci a cena, nella speranza di far cambiare il cuore di sua figlia. Ma il volto di lei si annoia e intristisce. La festa di nozze giunge al termine del faticoso cambiamento del padre che accetta la diversità del futuro genero. Solo l’imprevedibilità dell’amore può allietare il cuore. I progetti umani alla lunga non reggono.
La memoria di questo film mi aiuta a chiudere commentando il finale del vangelo. Il maestro di tavola appare sulla scena invitato da Gesù ad assaggiare il contenuto delle giare; subito dopo, chiama lo sposo per fargli notare che per tradizione a tavola si beve subito il vino più buono per poi lasciar spazio, quando si è già bevuto abbastanza, a quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora (Gv 2,10). Colui che dirige il banchetto rappresenta i maestri di Israele. Il vino nuovo è offerto anche a loro, eppure da come si esprime questo maestro di tavola, non sembra esserci gioia, ma un ché di disappunto, se non un lamento. Le cose in quelle nozze non sono andate per il verso giusto, cioè secondo tradizione. Anche oggi, come fu per i capi di Israele, molti nella chiesa di Dio sono così occupati ad essere capi dei propri progetti/tradizioni da non accettare le sue sorprese, ovvero l’eterna novità che lo Sposo porta con sé. E la gioia della Sposa ne risente! Ma non in coloro che sono contenti di non sapere ancora molte cose dello Sposo e credono ancora nei suoi segni (Gv 2,11).

Publié dans : OMELIE | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Visitazione

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Publié dans : immagini sacre | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

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PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 gennaio 2019

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.8, 11/01/2019)

Pregare per il prossimo, anche «per quella persona che mi è antipatica»; non alimentare «sentimenti di gelosia e di invidia»; e, soprattutto, evitare il chiacchiericcio, perché il pettegolezzo è come le caramelle al miele, «che sono anche buone», ma poi rovinano lo stomaco. Sono questi i tre “segnali” indicati da Papa Francesco — all’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina 10 gennaio — per discernere la capacità di una persona di amare gli altri e di conseguenza amare Dio.
Come di consueto il Pontefice ha infatti preso spunto per la sua riflessione dalla liturgia della parola, privilegiando nella circostanza odierna la prima lettura, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (4, 19 – 5, 4) in cui l’autore «parla di mondanità, dello spirito del mondo», dicendo «che “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”. È la lotta di tutti i giorni, — ha commentato il Papa — la lotta contro la mondanità, lo spirito del mondo». Infatti, ha aggiunto, «lo spirito del mondo che è bugiardo, è uno spirito di apparenze, senza consistenza, non è veritiero» mentre «lo Spirito di Dio è veritiero». Di più: «lo spirito del mondo — ha proseguito con immagini fortemente evocative — è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno». Infatti lo spirito del mondo può offrire soltanto «bugie, le cose senza forza».
E in proposito Francesco ha proposto un esempio tratto dalla vita quotidiana. «A Carnevale — ha ricordato — c’è la tradizione di offrire come dolci le crêpes: voi tutti le conoscete. Ci sono alcune, in dialetto, che si chiamano “le bugie”: sono rotonde», ma non “consistenti”, essendo “piene di aria”. E anche «lo spirito del mondo è così: pieno di aria. Non serve. Si sgonfierà. Ma nel frattempo lotta» e «inganna, perché è lo spirito della menzogna; è il figlio del padre della menzogna». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «l’apostolo ha lo Spirito di Dio e ci dà, a noi, la via della concretezza dello Spirito di Dio». Del resto «lo Spirito di Dio sempre è concreto: non va per le fantasie, no. È concreto. Si fa questo, e fa. E il dire e il fare, nello Spirito di Dio, è lo stesso» insomma sono la stessa cosa: «è una parola che “fa”, e se tu hai lo Spirito di Dio, farai. Farai sempre le cose, le cose buone», ha assicurato il Papa.
In questa linea fatta di «concretezza, — ha spiegato il Pontefice — Giovanni dice una cosa molto quotidiana», forse addirittura ovvia, tanto «che la può dire anche la vecchietta che abita accanto a noi». Appunto, una cosa “quotidiana”, ed è che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede». Difatti, ha chiarito Francesco, «se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia: ama questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi. “Oh, io amo Dio!”— sì, ma prova: prova ad amarlo in questo. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio». Anche perché «lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono» generando «l’odio e la guerra».
Ritornando quindi al brano giovanneo il Papa ha allora evidenziato che l’apostolo va oltre quando afferma: «Se uno dice “io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo», cioè — ha rimarcato Francesco da parte sua — «un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza».
Da qui l’invito all’approfondimento. «Questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: — ha esortato il Papa — io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami». E quali possono essere «i segnali, che io non amo il mio fratello? Come posso accorgermi che io non amo il mio fratello? Io sorrido, sì … Ma si può sorridere in tanti modi, no? Anche nel circo, i pagliacci sorridono e tante volte piangono, nel cuore».
Ecco allora la necessità della domanda «come mai posso capire se io amo il mio fratello?». E nella risposta Francesco ha sviluppato «due-tre cose che possono aiutarci. Prima di tutto: io prego per mio fratello? Io prego per il mio prossimo? Io prego per quella persona che mi è antipatica e che so che non mi vuole bene? Prego per quella persona? Primo: se io non prego, non è buon segno; è un segnale che tu non ami. Ma, pregare anche per quello che mi odia? Sì, anche per quello. Anche pregare per il nemico? Sì, per quello: Gesù l’ha detto esplicitamente. Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte; concrete: quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo». Mentre il «secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non… è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere», ha ammonito.
Infine, «il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio». Con una raccomandazione: «Mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio, perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle… Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami».
Avviandosi alla conclusione dell’omelia il Papa ha perciò suggerito: «Ognuno veda in cuor suo. Io prego, per tutti, anche per gli antipatici e per coloro che so che non mi vogliono bene? Io ho sentimenti di invidia, di gelosia, gli auguro del male? E terzo, il più chiaro: io sono un pettegolo, una pettegola? Se una persona lascia di chiacchierare nella sua vita, io direi che è molto vicina a Dio: molto vicina. Perché non spettegolare custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo».
Insomma, ha ribadito il Pontefice, «lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tanta fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso… non bastano, aiutano, ma non sono sufficienti per questa lotta». Perché «soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia».
E in definitiva, ha concluso Francesco, «il Signore, con questo brano della prima lettera di san Giovanni apostolo ci chiede concretezza, nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo».

Publié dans : PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Padre Eterno tra gli angeli

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Publié dans : immagini sacre | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

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IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

Il libro della natura

da Collationes in Hexämeron, XII, 14-17 – XIII, 12

Rifacendosi implicitamente alla visione del libro in Ap 5,1 e forse di Ez 2,9, per Bonaventura la natura, ovvero la creatura sensibile, è un libro scritto fuori; le creature razionali, sono un libro scritto dentro, perché posseggono una coscienza; la Sacra Scrittura è un libro scritto sia dentro (significati impliciti da trarre), sia fuori (significati espliciti). Questi sono i tre “aiuti” mediante i quali la ragione e la fede ascendono alla contemplazione delle idee esemplari del Creatore
14. Sia la ragione sia la fede conducono alla considerazione di questi splendori esemplari, ma vi è anche un ulteriore triplice aiuto per raggiungere le ragioni esemplari; ed è l’aiuto della creatura sensibile, l’aiuto della creatura spirituale, e l’aiuto della Scrittura sacramentale, che contiene i misteri. Riguardo al mondo sensibile, tutto il mondo è ombra, via, vestigio; ed è il libro scritto di fuori. Infatti in ogni creatura rifulge l’esemplare divino; ma rifulge permisto alla tenebra; ed è come una certa opacità mista alla luminosità. Inoltre tutto il mondo è anche una via che conduce nell’esemplare. Come tu puoi osservare che un raggio di luce che entra attraverso una finestra viene diversamente colorato a seconda dei diversi colori delle diverse parti; così il raggio divino rifulge in modo diverso nelle singole creature e nelle diverse proprietà. È detto nella Sapienza: Nelle sue vie si manifesta [Sap 6,16]. Ancora, il mondo è vestigio della sapienza di Dio. Onde la creatura non è che un certo simulacro della sapienza di Dio, e quasi una certa scultura. E da tutto questo il mondo risulta come un libro scritto al di fuori.
15. Quando, dunque, l’anima mira queste cose, le sembra che si dovrebbe passare dall’ombra alla luce, dalla via alla meta, dal vestigio alla verità, dal libro alla vera scienza che è in Dio. Leggere questo libro è possibile solo agli uomini di altissima contemplazione; ma non è possibile ai filosofi naturali, che conoscono solo la natura delle cose; ma non la riconoscono come vestigio.
16. Altro aiuto per raggiungere l’esemplare eterno, è offerto dalla creatura spirituale, che è come lume, come specchio, come immagine, come libro scritto all’interno. Infatti, ogni creatura o sostanza spirituale è lume; onde è detto nel Salmo: Risplende su di noi, Signore, la luce del tuo volto [Sal 4,7]. Ma assieme a questo, la sostanza spirituale e anche specchio, perché accoglie e rappresenta in se stessa tutte le cose; ha poi anche la natura del lume, affinché giudichi anche intorno alle cose. Infatti tutto il mondo si descrive nell’anima. Inoltre, la sostanza spirituale è anche immagine dell’esemplare eterno; poiché, infatti, è lume e specchio che raccoglie le immagini delle cose, per questo è anche immagine. Infine, come conseguenza di tutto questo, la sostanza spirituale è anche il libro scritto all’interno. Onde nessuno e nessuna cosa può entrare nell’intimità dell’anima, tranne il semplice. Questo poi significa entrare nelle potenze dell’anima; perché, secondo Agostino [De Trinitate, XII, 1, 1], l’intimità dell’anima è la sua sommità; e quanto una potenza è più intima, tanto più è sublime. Questi aiuti li hanno anche i maghi del Faraone.
17, I maghi del Faraone non ebbero però il terzo aiuto, che è quello della Scrittura sacramentale. Ora, tutta la Scrittura è il cuore di Dio, la bocca di Dio, la penna di Dio, il libro scritto fuori e dentro. È detto nel Salmo: Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce [Sal 44,2]. Dove tutto viene indicato: il cuore è di Dio; la bocca è del Padre; la lingua è del Figlio; lo stilo è dello Spirito santo. Infatti, il Padre parla per mezzo del Verbo o della lingua; ma chi porta a compimento e lo affida alla memoria è lo stilo dello scriba. La Scrittura, dunque, è la bocca di Dio; onde Isaia rimprovera: Guai a voi!… Siete partiti per scendere in Egitto [Is 30,1-2]. Cioè, vi dedicate alle scienze mondane, e non avete interrogato la bocca di Dio [Is 30,2], cioè non interrogate la sacra Scrittura. Infatti, non deve taluno rifugiarsi e confidare nelle altre scienze per conoscere la verità con certezza, se non ha la testimonianza a monte; cioè la testimonianza di Cristo, di Elia, di Mosè; la testimonianza cioè del nuovo testamento, dei profeti e della Legge. Inoltre, la Scrittura è la lingua di Dio; onde si dice nel Cantico: C’è miele e latte sotto la tua lingua [Ct 4,11]; e nel Salmo: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole; più del miele per la mia bocca [Sal 118,103]. Questa lingua dà sapore ai cibi, onde questa Scrittura è paragonata ai pani, che hanno sapore e ristorano. Ancora, la Scrittura è la penna di Dio, e questi è lo Spirito santo. Poiché, come chi scrive può attualmente scrivere le cose passate, le cose presenti, e le cose future; così sono contenute nella Scrittura le cose passate, le cose presenti e le cose future. Onde la Scrittura è il libro scritto al di fuori, perché contiene belle narrazioni storiche e ammaestramenti sulle proprietà delle cose. Ed è anche il libro scritto all’interno, perché contiene misteri e letture diverse.
È certo che l’uomo non decaduto aveva cognizione delle cose create, e, mediante la loro rappresentazione si portava in Dio per lodarlo, venerarlo, amarlo. Per questo sono appunto le creature, e pertanto così si riconducono in Dio. Ma l’uomo, decadendo a causa del peccato, perdette questa cognizione e non vi era più chi riconducesse le cose in Dio. Onde questo libro, cioè il mondo, era come morto e cancellato. Si rese pertanto necessario un altro libro, mediante il quale il libro del mondo fosse illuminato, e che accogliesse le metafore delle cose. Ora la Scrittura è proprio questo libro che pone le similitudini, le proprietà e le metafore delle cose, scritte nel libro del mondo. Pertanto, il libro della Scrittura è restauratore di tutto il mondo, per conoscere, lodare e amare Dio.

Bonavenutura da Bagnoregio, Collationes in Hexämeron, tr. it.: La sapienza cristiana. Le collationes in Hexaemeron, a cura di V. Cherubino Bigi e I. Biffi, Jaca Book, Milano 1985, pp. 175-177, 183-184

 

Publié dans : santi, SANTI SCRITTI | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Battesimo del Signore

imm ciottoli - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 11 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

Un Amore forte e tenero
don Mario Simula

Se Dio non consola il nostro cuore, la nostra vita, il mondo che ci circonda, significa che non è più in grado di riconoscere se stesso. E’ come se fosse un altro Dio senza vibrazioni interiori verso l’uomo, sua creatura. Un Dio gelido, lontano. Un Dio indifferente. E un Dio indifferente, sarebbe come una bestemmia!
Il suo cuore è, invece, sempre pieno di tenerezza. E’ accanto al nostro. Registra i battiti del nostro cuore col suo cuore. Il nostro e il suo cuore cantano all’unisono. “Consolate, consolate il mio popolo”.
Come mi sento amato! Come mi sento cercato! Come mi sento riconciliato! Nemmeno i miei peccati lo distolgono dall’amarmi.
Da che cosa comprendo la dolcezza misericordiosa di Dio? Dal fatto che Dio manda nel mondo il suo Volto umano, il Figlio. E io voglio preparargli la strada perché si riveli, traboccante, la bontà del Signore. Voglio alzare la mia voce con forza e con gioia incontenibile, perché il mio Dio, Gesù di Nazareth, viene con potenza. E’ Lui il pastore che, instancabile, segue il suo gregge e conosce ad una ad una le pecore. Le chiama per nome. Le raduna. E ognuno di noi si sente al posto giusto quando il Signore lo stringe forte al suo petto e gli fa sperimentare il calore della sua premura e lo conduce delicatamente, come fa con le pecore madri.
Paolo non riesce a non manifestare al suo amico e discepolo Tito, questa felicità incontenibile: “Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio che porta tutti gli uomini alla salvezza e all’amore. Lui suscita in noi la speranza, perché ogni volta che viene lo possiamo riconoscere Uomo Glorioso e nostro grande Dio”.
L’entusiasmo di Paolo è un fiume in piena. Dando forza, incisività, fuoco alle sue parole, continua a raccontare la sua esperienza inenarrabile dell’incontro con Gesù: “Amico mio, Tito. Amico mio, fratello, chiunque tu sia. Amica mia, sorella, nella tua bellezza e nella tua sofferenza, Gesù ha dato se stesso per noi, per liberarci dalle catene e fare di noi una comunità pura, desiderosa di compiere le opere dell’amore. Gesù, amico, fratello, nostro liberatore ci ha salvati purificandoci con l’acqua dello Spirito Santo, che ormai attraversa le nostre vene, le nostre cellule, i nostri pensieri, i nostri sentimenti”.
Riusciamo, noi, a comprendere a quale esperienza interiore ci sta chiamando il Padre, attraverso il Figlio visibile, uomo fragile come noi, attraverso il fuoco dello Spirito Santo? Se lo comprendessimo la nostra vita sarebbe un continuo grido d’amore, un’instancabile donazione d’amore; la vita delle nostre comunità sarebbe una testimonianza di fraternità senza confini, senza sgarbi, senza sgambetti, senza tranelli, senza parole cattive e distruttive.
L’evangelista Luca, per confermarci in questa sublime vocazione, ci mette a confronto con l’umiltà di Giovanni: “Io non sono il Cristo, io sono un povero penitente che guardando la mia esperienza non so fare altro che incoraggiare anche voi alla penitenza. Chi vi cambierà la vita sarà Gesù, nato da donna. Lui vi battezzerà con la forza dirompente dello Spirito Santo”. Gesù stesso, umile, non conosciuto da nessuno, uno dei tanti, uno dei peccatori in fila anche lui come gli altri in quel deserto infuocato della Giudea, si immerge nel Giordano e piega la testa sotto il flusso dell’acqua che il battezzatore versa sul suo capo.
E’ il momento della manifestazione. Avviene l’inatteso, l’incomprensibile, il meraviglioso, ciò che nessuno si aspettava di poter vedere con i propri occhi, di poter sentire con le proprie orecchie. Su Gesù scende lo Spirito Santo come una colomba e il Padre fa sentire la sua voce: “ Tu sei il Figlio mio, l’Amato in te ho posto il mio compiacimento”.
Adesso capisco perché Gesù ci ama pazzamente. Perché Lui è l’Amato. Perché Lui suscita nel Padre il compiacimento che soltanto un Figlio unico e santissimo può suscitare. Perché Lui è dimora unica dello Spirito, e dal suo cuore scaturiscono continuamente le fonti inestinguibili dell’amore, come sulla croce. E da allora sempre.
Se io fossi capace di commuovermi! Se tutti insieme, fratelli nella fede, riuscissimo a commuoverci! Diventeremmo la novità e la forza irresistibile del mondo. Di un mondo nuovo. Di cieli nuovi e di terra nuova, come li desidera Dio.
Gesù, le mie orecchie hanno sentito la voce del Padre. Tu sei veramente l’Amato. Tu sei il Volto del Padre che rispecchia ad ogni bagliore di luce l’amore.
Tu, Gesù, sei l’acqua viva dello Spirito. Tu sei l’acqua e il sangue che distillano dal Tuo cuore come fonte di vita e di bellezza, come fonte di amore condiviso.
Tu, Gesù, sei colui che aspettavo. Eppure tante volte mi passi davanti, mi stai accanto, entri nel mio cuore, e io non ti riconosco.
Gesù, ti aspettavo e adesso che ci sei, non ti riconosco. E’ il dolore più atroce della mia vita. E’ la delusione più amara del mio cuore. E’ il peccato più cocente che non riesco a perdonarmi. Perché ho vergogna di dirtelo. Di dirti che Tu ci sei e io non ti riconosco.
Quando imparerò l’ebbrezza della Tua consolazione, la maternità Tua che mi stringe al petto, la Tua forza che mi conduce per non smarrirmi?
Gesù, sicuramente tante volte sei entrato dentro di me. Ti sei guardato attorno e hai trovato freddo perché impedivo al mio cuore di amarti.
Gesù, tu sai come sono fatto: per Te, un prodigio; per me, un poco di buono che non ha il coraggio di guardarti negli occhi.
Io, Gesù, non riesco a dirtelo, ma voglio che Tu faccia quello che desideri ardentemente fare: entrare nel mio cuore malato, corrotto, fragile, incerto, senza amori stabili per Te. Entra. Io tendo a sbarrarti la porta in faccia, ma Tu sei più forte di me. Entra perché so che non mi fai violenza, ma col tuo amore favorisci la mia resa.
Gesù, fa’ che io mi arrenda alla Tua manifestazione.
Gesù, fa’ che io non opponga ostacoli al Tuo amore.
Gesù, rendi la mia vita capace di piegarsi ai tuoi piedi per sciogliere i legacci dei tuoi sandali. E’ l’atto più grande d’amore di cui, oggi, sono capace. Tutto il resto mi sembra troppo, una pretesa, un atto di orgoglio. Ma Tu prendi tra le mani il mio volto e mi dici: “Guarda, scruta la tenerezza che provo per te! Accogli la misericordia che voglio donarti a piene mani”. Poi mi stringi e sento il flusso del Tuo amore e dei Tuoi doni gratuiti. E poi mi parli: Parole di vita, Parole per me, Parole da custodire e da meditare, Parole da gustare. Parole da raccontare. Si, Parole da raccontare. Io, che ti ho perseguitato, che mi sento come un aborto, posso raccontare di Te e di me. Anche se tanti segreti rimangono nel nostro scrigno.

Publié dans : OMELIE | le 11 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »
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