Clematis bud

 

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Publié dans : immagini sacre | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

Il Buon Samaritano

diario

Publié dans : immagini sacre | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Farsi prossimo per capire chi è il prossimo
padre Gian Franco Scarpitta

« Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Con queste parole franche e disinvolte Paolo istruisce i Romani sulla profondità del senso della Rivelazione divina e sul carattere universale della legge di Dio, che coinvolge inequivocabilmente tutti. Giovanni dal canto suo gli fa eco, stabilendo anche una certa equivalenza fra i Comandamenti e l’Amore, poiché fra gli uni e l’altro non c’è contrapposizione ma complementarietà e simbiosi: « Chi dice « lo conosco » e non osserva i comandamenti è un bugiardo e la verità non è in lui »(1Gv 2,4)… « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4, 7 – 9). L’amore è infatti la sintesi dei Comandamenti nonché la loro esplicazione attiva e quando solo quando si è certi di amare si è in grado di concludere di osservarli.
Non si descrive qui però un amore poetico o sentimentale o amorfo, senza alcun fondamento motivazionale, ma un amore che ha origine sin dall’eternità. Sempre Giovanni ci ragguaglia infatti che è stato Lui (Dio) ad amarci per primo, non ci ha abbandonati ai nostri peccati, ma ha mandato il proprio Figlio quale vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 4, 7 e ss). La verificabilità di questo amore nei nostri confronti è data proprio dal sangue sacrificale con cui Cristo ha redento noi tutti, che è la motivazione portante dell’amore che deve caratterizzare i nostri rapporti: « Fratelli, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1Gv 4, 11).
Insomma amore da Dio che diventa amore per Dio e per il prossimo e che è alla radice di ogni comandamento e che riguarda l’universalità e non la settarietà egoistica: come Dio ha amato noi con tutto se stesso, anche da parte nostra dev’esserci amore nei suoi riguardi con tutti noi stessi, senza che nessuna delle nostre prerogative e delle nostre qualità ne resti esclusa. Di conseguenza non può essere che amore nei confronti degli altri, cioè di tutti i nostri simili e del mondo intero. Eccolo il Grande Comandamento della Legge divina ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo e codificato nel Deuteronomio (cap 6): « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente » e poi: « Amerai il prossimo tuo come te stesso. Vi è racchiusa in questi versetti una simbiosi conciliante fra la dimensione verticale e quella orizzontale, perché l’amore di Dio e del prossimo si equivalgono. E come Dio non ha risparmiato se stesso per amare tutti e ciascuno di noi, come in lui l’amore non conosce confini, anche nelle nostre concezioni non può esservi limitazione alcuna nell’amore, ma occorre che amiamo qualsiasi nostro simile come se in esso vedessimo noi stessi. Amare gli altri indistintamente, senza distinzioni né limitazioni di razze o di appartenenza etnica.
Purtroppo gli uomini hanno saputo rendere restrittivo ciò che Dio aveva inteso illimitato e universale. Come già avvenuto in altre parti della Scrittura, la durezza del cuore umano ha fatto sì che il concetto di « prossimo » venisse interpretato nel senso egoistico del connazionale o del membro della sola comunità d’Israele. Secondo alcuni esegeti, ai tempi di Gesù sembrerebbe che tale accezione fosse ulteriormente limitata e circoscritta fino ad indicare come « prossimo » colui che appartiene allo stesso movimento politico o che soddisfa lo stesso pensiero in fatto di religione. E di conseguenza nell’Antico Testamento si fa distinzione addirittura fra il prossimo e il nemico: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. ». Gesù aveva ribattuto perentoriamente: « Mai io vi dico: amate i vostri nemici »(Mt 5, 44) invitando a superare la logica del puro egoismo per il quale perfino la parole di Dio poteva essere stravolta.
In questo racconto parabolico abbastanza famoso il concetto diventa sempre più eloquente e inequivocabile: si parla di una strada da Gerusalemme a Gerico nella quale era facile cadere vittime di imboscate o di predoni, una via insomma poco raccomandabile e insicura nella quale c’era da aspettarsi qualsiasi tipo di agguato. Qualcuno afferma che gli aggressori più comuni che rendevano vittime i malcapitati viandanti dovevano essere gli Zeloti le cui aspirazioni nazionalistiche sfociavano spesso in episodi di violenza inaudita e spontanea e per questo la scena parabolica descrive un massacro truculento a scopo di rapina. Fatto sta che due categorie di persone sopraggiungono sul posto dopo l’accaduto, un levita e un sacerdote. Cioè due persone che avrebbero dovuto venire in soccorso del pover’uomo incappato nei briganti in forza del loro ministero cultuale, visto che si occupavano delle funzioni del tempio di Gerusalemme. E invece passano oltre, assumendo l’atteggiamento vigliacco tipico di chi non ama essere coinvolto in situazioni imbarazzanti o che potrebbero suscitare qualche guaio o molestia.
Diverso è invece l’atteggiamento del Samaritano, uomo deprezzato dai Giudei, che potrebbe anche legittimamente disinteressarsi del pover’uomo riverso sulla strada anche per non mettere a repentaglio se stesso dovendo poi subire gli oltraggi di gente che lo considerava reietto e impuro. I Samaritani come si sa, popolo pagano e avverso, erano considerati impuri e indegni dai Giudei e quel soggetto avrebbe potuto pertanto addirittura prendersi gioco dello sfortunato soggetto rimasto a terra o addirittura accanirsi su di lui.
E invece lo soccorre, gli viene incontro con una premura e con accortezza disarmante, nulla considerando di chi sia quello sconosciuto ma « facendosi prossimo » a lui, rendendosi cioè vicino in senso spirituale prima ancora che in senso fisico e ravvicinando tutte le distanze. il « prossimo » è colui che si fa prossimo, che è vicino a chiunque sia in difficoltà. anzi a chiunque si trovi alla sua portata. Se vogliamo comprendere il senso di « prossimo » occorre allora che ci facciamo noi stressi « prossimi » agli altri superando tutte le barriere e le distinzioni e amando disinteressatamente senza compromessi o pregiudizi di sorta. Nessuno ama senza aver prima aver dimenticato di avere dei nemici e la spontaneità della carità sincera trasforma i nemici in fratelli, ci rende prossimi e ci fa vedere gli altri a noi prossimi.
Naturalmente nell’insegnamento parabolico di questa pagina vi è sullo sfondo la figura dello stesso Cristo, il quale si identifica con il personaggio che viene in soccorso, poiché Cristo si è fatto prossimo a tutti indistintamente, mia ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20) anche nelle comuni circostanze della vita; dall’altro canto Cristo è presente egli stesso nella persona dello stesso malcapitato sofferente perché sarà egli stesso preda di chi vorrà derubarlo di ciò che gli appartiene nelle percosse e nelle umiliazioni prima della croce. A differenza di questo povero soggetto nessuno lo soccorrerà curandogli le ferite sul Golgota e sul patibolo della croce non avrà chi pagherà il conto per lui, né all’andata né al ritorno, perché lui starà pagando il prezzo di tutti noi. Facendosi ancora una volta prossimo, cioè a noi vicino. Perché sine dolore no vivitur in amore.

Publié dans : OMELIE | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

Lc 9, 57-62

diario ti seguirò ovunque tu vada

Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans : OMELIE, OMELIE DOMENICALI | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SS. Piero e Paolo

diario

Publié dans : immagini sacre | le 27 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

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LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

Ali della conoscenza di Dio
e braccia della croce

di Manuel Nin

La festa degli apostoli Pietro e Paolo è celebrata il 29 giugno in tutte le Chiese cristiane d’oriente e occidente, e in alcune tradizioni orientali è preceduta da un digiuno di durata variabile che inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i santi, successiva a Pentecoste. Collegata alla festa, è il giorno seguente la celebrazione dei Dodici apostoli, testimoni di Cristo e predicatori del Vangelo.
L’iconografia rappresenta l’abbraccio fraterno tra Pietro e Paolo, o i due apostoli che sorreggono la Chiesa. I tratti sono quelli tradizionali: Pietro con capelli ricci, fronte bassa e barba corta e tonda; Paolo calvo, con la fronte alta, la barba lunga e liscia. Questa fedeltà permette di riconoscerli nelle icone della Pentecoste, della Dormizione della Madre di Dio e della comunione degli apostoli, dove Cristo su un lato dà il suo corpo a Pietro e a cinque apostoli, e sull’altro porge il calice con il suo sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone, dalla chiara simbologia, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa.
L’ufficiatura vespertina celebra i due apostoli come « primi tra i divini araldi », « bocche della spada dello Spirito », strumenti dell’opera di salvezza che Cristo porta a termine: « Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innalzate sino al cielo; sono le mani del vangelo della grazia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapienza, le braccia della croce ».
Per entrambi il martirio è la meta per raggiungere Cristo: « L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore ». Pietro è invocato anche come « sincero amico di Cristo Dio nostro », e Paolo come « araldo della fede e maestro della terra ». L’innografia li collega a Roma, dove resero la loro testimonianza, « stupendi ornamenti » della città: « O Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insieme da Roma per confermarci ».
Nel mattutino Pietro è celebrato come « primo », « capo della Chiesa e grande vescovo », ma anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: « Sulla pietra della tua teologia, il sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa ». Il pescatore viene paragonato al mercante in cerca di perle preziose: « Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo ». E la Pasqua è per lui manifestazione del risorto e perdono: « A te che eri stato chiamato per primo e che intensamente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepolcro. Per cancellare il triplice rinnegamento il sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina ».
Paolo invece è presentato come predicatore e maestro, chiamato a portare alle genti il nome di Cristo: « Tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore ». Il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: « Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradiazione, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio ». E verso la Chiesa svolge il ruolo di chi la porta a Cristo: « Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teoforo; per questo, com’è suo dovere, essa onora la tua memoria ».
Insieme, Pietro e Paolo sono « i primi corifei », cioè coloro che occupano il primo posto e « i primi nella dignità » (prototroni). Per « intercedere presso il sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia ».

Publié dans : SANTI PIETRO E PAOLO | le 27 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

Sacro Cuore di Gesù

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Publié dans : immagini sacre | le 25 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS (Sacro Cuore di Gesù 28.6)

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GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS (Sacro Cuore di Gesù 28.6)

Domenica, 3 settembre 1989

“Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione abbi pietà di noi”.

1. Carissimi fratelli e sorelle.

Recitando con fede questa bella invocazione delle litanie del Sacro Cuore, un senso di fiducia e di sicurezza si diffonde nel nostro animo: Gesù è veramente la nostra pace, la nostra suprema riconciliazione.
Gesù è la nostra pace. È noto il significato biblico del termine “pace”: esso indica, in sintesi, la somma dei beni che Gesù, il Messia, ha portato agli uomini. Per questo, il dono della pace segna l’inizio della sua missione sulla terra, ne accompagna lo svolgimento, ne costituisce il coronamento. “Pace” cantano gli angeli presso il presepe del neonato “Principe della Pace” (cf. Lc 2, 14; Is 9, 5). “Pace” è l’augurio che sgorga dal Cuore di Cristo, commosso dinanzi alla miseria dell’uomo infermo nel corpo (cf. Lc 8, 48) o nello spirito (cf. Lc 7, 50). “Pace” è il saluto luminoso del Risorto ai suoi discepoli (cf. Lc 24, 36; Gv 20, 19. 26), che egli, al momento di lasciare questa terra, affida all’azione dello Spirito, sorgente di “amore, gioia, pace” (Gal 5, 22).
2. Gesù è, al tempo stesso, la nostra riconciliazione. In seguito al peccato si è prodotta una profonda e misteriosa frattura tra Dio, il creatore, e l’uomo, sua creatura. Tutta la storia della salvezza altro non è che il resoconto mirabile degli interventi di Dio in favore dell’uomo perché questi, nella libertà e nell’amore, ritorni a lui; perché alla situazione di frattura succeda una situazione di riconciliazione e di amicizia, di comunione e di pace.
Nel Cuore di Cristo, pieno di amore per il Padre e per gli uomini, suoi fratelli, ha avuto luogo la perfetta riconciliazione tra cielo e terra: “Siamo stati riconciliati con Dio – dice l’Apostolo – per mezzo della morte del Figlio suo” (Rm 5, 10).
Chi vuol fare l’esperienza della riconciliazione e della pace deve accogliere l’invito del Signore e andare da lui (cf. Mt 11, 28). Nel suo Cuore troverà pace e riposo; là, il suo dubbio si muterà in certezza; l’affanno, in quiete; la tristezza, in gioia; il turbamento, in serenità. Là troverà sollievo al dolore, coraggio per superare la paura, generosità per non arrendersi all’avvilimento e per riprendere il cammino della speranza.
3. In tutto simile al Cuore del Figlio è il cuore della Madre. Anche la beata Vergine è per la Chiesa una presenza di pace e di riconciliazione: non è lei che, per mezzo dell’angelo Gabriele, ha ricevuto il più grande messaggio di riconciliazione e di pace, che Dio abbia mai inviato al genere umano (cf. Lc 1, 26-38)?
Maria ha dato alla luce colui che è la nostra riconciliazione; ella stava accanto alla Croce, allorché, nel sangue del Figlio Dio ha riconciliato “a sé tutte le cose” (Col 1, 20); ora, glorificata in cielo, ha – come ricorda una preghiera liturgica – “un cuore pieno di misericordia verso i peccatori, / che volgendo lo sguardo alla sua carità materna / in lei si rifugiano e implorano il perdono” di Dio (cf. Missale Romanum, Praefatio “de Beata Maria Vergine”).
Maria, regina della pace, ci ottenga da Cristo il dono messianico della pace e la grazia della riconciliazione, piena e perenne, con Dio e con i fratelli. Per questo la preghiamo.

 

Publié dans : FESTE DEL SIGNORE | le 25 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

Ultima cena

diario

Publié dans : immagini sacre | le 21 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans : OMELIE | le 21 juin, 2019 |Pas de Commentaires »
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