ciao…io ho tanto sonno!

 

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Publié dans : FARFALLE | le 10 septembre, 2007 |38 Commentaires »

Protea, Questa pianta, è diffusa in sud Africa, di cui è anche il fiore simbolo

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Publié dans : fiori e piante, WEB (dal) | le 9 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Gerusalemme, mercato

diario mercato a Gerusalemme

Publié dans : immagini sacre | le 9 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

LA FEDE E IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN (DA JOSEPH RATZINGER)

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LA FEDE E IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN (DA JOSEPH RATZINGER)

-DA JOSEPH RATZINGER, INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO, QUERINIANA, BRESCIA, 1969, PP. 40-41

Cos’è questa fede? Ora possiamo rispondere così: è la forma, non riducibile a scienza e incommensurabile ai suoi parametri, assunta dalla posizione dell’uomo nel complesso della realtà; è l’interpretazione senza la quale l’intero uomo rimarrebbe campato in aria; è l’atteggiamento che precede il calcolo e l’azione dell’uomo, senza il quale egli in definitiva non potrebbe né calcolare né agire, perché tutto ciò egli è in grado di farlo unicamente nell’ambito d’un senso capace di sostentarlo.
L’uomo in effetti non vive del solo pane del fattibile, ma vive invece da uomo, e, proprio nella configurazione più tipica della sua umanità, vive di parola, di amore, di senso della realtà. Il senso delle cose è davvero il pane di cui l’uomo si sostenta, di cui alimenta il nucleo più centrale della sua umanità. Senza la parola, senza il senso, senza l’amore, egli vien messo in condizione di non poter più nemmeno vivere, quand’anche fosse circondato in sovrabbondanza di tutti i conforts terreni immaginabili.
Chi non sa con quanta frequenza, pur in mezzo alla più sfondata abbondanza, può insorgere la situazione del ‘non ne posso proprio più’? Il senso della realtà però non si può dedurre dalla mera scienza. Il voler procacciarselo in questa maniera, cioè basandosi sul fatto che si è capaci di provare la fattibilità, finirebbe per assomigliare all’assurdo e ridicolo tentativo intrapreso dal barone di Münchhausen, quando si mise in testa di strapparsi fuori dalla palude tirandosi per i capelli.
Propendo a credere che nella comica assurdità di quella storia venga messa in luce, in maniera azzeccatissima, la situazione di fondo in cui versa l’uomo. Dal pantano dell’incertezza, dell’incapacità di vivere, nessuno è in grado di tirarsi fuori da sé; e non ce ne tiriamo fuori nemmeno con un «cogito ergo sum», come pensava ancora Descartes, ossia appigliandoci ad una catena di conclusioni imbastita col raziocinio. Un senso fasullo della realtà, in ultima analisi, non è nemmeno un senso. Il senso vero, ossia il terreno su cui la nostra esistenza possa realmente reggersi e vivere, non può venir fabbricato empiricamente, ma solo venir ricevuto dal di fuori.

Publié dans : PAPA BENEDETTO/JOSEPH RATZINGER, SCRITTI | le 9 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 21-33, 43

pens  e diario - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 6 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

LA DELUSIONE DI DIO, E LA SUA SPERANZA

C’era una volta un cantautore, il profeta Isaia. Otto secoli prima di Gesù, 28 secoli prima di Adriano Celentano, Isaia in tempo di vendemmia raccoglieva i vignaioli attorno a sé, e cantava loro le sue canzoni. E un giorno improvvisò per loro il Canto della vigna del Signore. Un canto appassionato, che la liturgia ci propone oggi come Prima Lettura.
* Nella sua canzone Isaia raccontava di un proprietario terriero, che ha messo a punto la sua vigna: l’ha dotata di una siepe per proteggerla dai male intenzionati, di un torchio per pigiare le uve, una torre come punto di avvistamento e come riparo per i vignaioli.
Il proprietario si attendeva che la vigna producesse frutto, la buona uva che spremuta rallegra il cuore dell’uomo. E invece essa ha prodotto uva selvatica. Per il proprietario è stata un’attesa snervante, e infine la delusione.
* Quel proprietario era il Creatore del mondo, quella vigna era il Popolo eletto, e il Canto della vigna del cantautore Isaia esprimeva tutta la delusione di Dio per l’infedeltà del suo popolo.

GESÙ RACCONTATO DA LUI STESSO
Otto secoli dopo, ai tempi di Gesù, la situazione d’Israele non era certo migliorata. Gesù è a Gerusalemme e insegna nel Tempio, per il breve periodo che gli è concesso prima dell’arresto e del Golgota. E prendendo lo spunto dal Canto di Isaia, Gesù racconta una parabola autobiografica, la Parabola dei contadini omicidi.
* Allora le vigne di solito erano affittate dai proprietari terrieri ai mezzadri, che le lavoravano, e ogni anno consegnavano ai padroni una parte del raccolto. Nella parabola di Gesù succede che il proprietario della vigna (Dio, creatore del mondo) ha mandato i suoi servi (i profeti) a riscuotere i frutti che gli sono dovuti. Ma gli agricoltori hanno bastonato i servi del Signore, li hanno lapidati, uccisi. Infine il proprietario manda ai contadini il suo figlio, pensando: « Avranno rispetto per lui ». Invece i contadini decidono (riguardo a Gesù): « Uccidiamolo, e avremo noi l’eredità ».
Così, nella storia d’Israele, al Canto della vigna si è sostituita l’autobiografica e insanguinata Parabola dei contadini omicidi.
* Il racconto di Matteo contiene tanti, forse troppi, particolari di una storia che era di là da venire, per essere ritenuti tutti raccontati da Gesù. Pare che il racconto trasmesso dall’evangelista sia stato da lui arricchito con le riflessioni delle prime comunità cristiane. Qualcosa di approssimativo sarebbe stato esposto effettivamente da Gesù, ma poi il racconto fu ampliato nella catechesi dei primi cristiani, e infine ripreso sia da Marco che da Matteo nei loro Vangeli (biblista Daniel Harrington).
* Comunque siano andate le cose, al termine del racconto evangelico ecco l’istruttivo dialogo di Gesù con i suoi uditori. Si tratterà di una discussione vivace, una vera e propria contesa, un prendersi per i capelli.
Di fatto, chi erano gli uditori di Gesù? Risultano i capi dei sacerdoti, gli anziani del popolo (che non erano dei vecchietti ma gli illustri senatori del Sinedrio), oltre ai soliti scribi e farisei. Sicuri di sé, dichiaravano: « Siamo figli di Abramo », e ritenevano certa la loro salvezza nella vita eterna. Essa spettava loro di diritto.
* Nel racconto secondo Matteo, Gesù domanda riguardo agli uccisori del figlio: « Il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? ». E gli interpellati, esperti in questioni giuridiche, dichiarano che quei contadini dovranno essere severamente puniti, e sostituiti da altri che « consegneranno i frutti della vigna a suo tempo ». Ma così dicendo si contraddicono: proprio loro presto chiederanno a Pilato la morte di quel figlio.
La replica di Gesù è stata perentoria: « Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio, e sarà dato a un popolo che produca frutti ».

UN POPOLO CHE PRODUCA FRUTTI
I primi cristiani, leggendo la parabola esposta da Matteo, forse esultavano all’idea che il regno fosse tolto a Israele e passato alla Chiesa nascente. Se ne sentivano lieti e fieri. Ma si sbagliavano. Secondo Gesù non si è avuto il passaggio del regno da un’istituzione all’altra, dal popolo d’Israele alla Chiesa. Gesù indica solo il suo trasferimento da uomini che non erano capaci di portare frutto, a uomini che invece lo sapranno portare. E non è la stessa cosa. Perché non conta l’appartenenza anagrafica, ma l’adesione del cuore a Dio.
* Anche i cristiani d’oggi possono deludere Dio, e il rischio dovrebbe renderli inquieti. Non conta se si è iscritti nei registri parrocchiali, o tesserati presso enti e associazioni cattoliche, ma poi nella vita si produce solo uva selvatica. Come diceva lo scienziato, filosofo e pacifista inglese Bernard Benson, « Ogni cristiano porta sulle labbra, con la possibilità di darlo un giorno, il bacio di Giuda ».
* Un bacio già dato tante volte. Di recente i papi hanno pronunciato dei solenni mea culpa per le colpe storiche dei cristiani. Giovanni Paolo II nel 2000, anno del Giubileo, ha chiesto pubblicamente « perdono per gli errori commessi dai cristiani lungo i secoli ». Il card. Ratzinger nella via crucis del 2005 diceva: « Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! ». E Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, nel 2010 ha chiesto perdono per i peccati di pedofilia raccontati abbondantemente dalla cronaca nera…

LA SPERANZA DI DIO, PIÙ FORTE DELLA SUA DELUSIONE
Ma nella Chiesa non è tutto nero. Anzi. Di conforto è già il punto di partenza, del Padre celeste: a confortarci c’è la svolta decisiva da lui operata nella storia religiosa dell’umanità, con l’averci mandato Gesù. Di fatto la sua speranza risulta più forte della sua delusione.
E vediamo che il positivo nella Chiesa è molto. Nell’anno 2000 lo stesso card. Ratzinger invitava tutti a « vedere, per esempio, quanto bene è stato creato in questi due ultimi secoli – pur devastati dalle crudeltà degli ateismi – dalle nuove congregazioni religiose, dai movimenti laici, nel settore dell’educazione, in quello sociale, dell’impegno per i deboli, gli ammalati, i sofferenti, i poveri ». Occorre dunque – concludeva Ratzinger – « vedere il bene fatto da Dio tramite i credenti, non ostante i loro peccati ».
* Risulta così che Dio continua ad avere cura della sua vigna: ancora le mette su la siepe tutto attorno, mette il torchio per pigiare la buona uva, la torre per la vigilanza. E non ostante la nostra fragilità, qualcosa di buono sta crescendo lungo i secoli.
Siamo è tutti chiamati al lavoro nella vigna, e a far progredire la storia. Anche ognuno di noi nel suo trantran quotidiano.

Don ENZO BIANCO SDB (+)

 

Publié dans : OMELIE | le 6 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

San Francesco D’Assisi – Basilica Pontificia minore

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Publié dans : immagini sacre | le 4 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 21, 28 -32

ciottoli e diario - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 29 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Volersi convertire.

Convertirsi?
Subito pensiamo a spettacolari svolte tipo san Paolo, Ignazio di Loyola, Charles De Foucault, Jean Fesh… Svolte definitive. In realtà neanche per costoro fu affare di un giorno. La conversione è un processo della vita, che consiste nel passare – più spesso che dall’ateismo alla religione – dalla religione tradizionale, popolare, rituale, alla fede personale.
È un reale salto, che esitiamo ad affrontare, perché sinceramente ci incute un po’ di timore. Significa infatti superare l’idea rassicurante di un Dio bonaccione e protettivo, che basta osservare alcune regole ovvie ed è contento, per entrare in un rapporto personale e diretto con lui, dove scopro che ha un progetto su di me, una chiamata; dove mi invita, come Abramo, a lasciare la mia « terra », le mie sicurezze, e intraprendere la ricerca di una nuova vita.
È un’esperienza bellissima e inquietante come innamorarsi, cioè come entrare in gioco con la vita, il destino, le potenze e le esigenze di un altro, e non sai come andrà a finire. Fede significa lasciare ciò che vediamo, per avventurarsi in ciò che non vediamo.
La fede poi ha un prezzo: esige di spogliarsi di se stessi per trovare una nuova identità, quella di testimoni di Dio. E questo ci mette in bilico: ne ho davvero le forze? Ne ho davvero voglia? E ci prende il panico, la vertigine. Alla fine rinunciamo. Preferiamo stare nel più modesto menage del bravo praticante, che non fa nulla di male, e mantenere la facciata del buon fedele, che va bene così.
E va bene. Solo che… nel fondo del nostro cuore avvertiremo un vago senso di vuoto, lamenteremo che ci manca qualcosa, che la vita è grigia, che stiamo sopravvivendo ma non vivendo, perché realizziamo tante cose, ma non realizziamo noi stessi.
Insomma, c’è niente da fare, dobbiamo prendere il coraggio di buttarci, di usare la libertà e deciderci per il tutto o niente, fidarci una buona volta di Dio, se vogliamo veramente combinare qualcosa di serio.
E poi resistere nella scelta e camminare. Sopportare il vento contrario, incassare gli urti, reggere la fatica. Ogni mattina ripartire, ad ogni svolta rinnovare la decisione. Perché la fede non è mai scontata, va continuamente ricuperata. Si mantiene solo rinnovandosi. Muore se non viene difesa.
Dunque, si tratta di andare sempre oltre me stesso, di superare l’immediato, il primario, per puntare in alto, per seguire Gesù fino in fondo. Uno sforzo che esige grande volontà e autentica umiltà. Volontà per essere sempre decisi, e umiltà per rialzarsi ad ogni cedimento.
Ma ne vale la pena, perché solo così saprò cos’è la libertà. Solo con Dio sono emancipato da me stesso e dagli altri.
Da me stesso, perché non devo preoccuparmi della popolarità e del successo, della salute e del benessere, del denaro e della sicurezza… non sono più schiavo del mio io. Posso anche invecchiare, ammalarmi, sbagliare… Lui pensa a me. Io devo occuparmi delle cose superiori: dello spirito, della giustizia, della fratellanza, della pace…
Ed emancipato dagli altri, perché non devo preoccuparmi del loro giudizio, del loro controllo. Non ho bisogno di ancorarmi a nulla e nessuno: non a un leader, o a un partito, o a una mafia, o a una ideologia. Non devo sacrificare a nessun idolo, prostituirmi a nessun padrone. Quando mi sono donato a Dio, lui si dona a me e nulla mi manca. Tutto posso in colui che mi da forza (la sua).
Ho la libertà e ho la pienezza: il mio amore diventa illimitato quanto è il suo oggetto, cioè lui.
Tutto questo però lo sperimento solo dopo che ho fatto il salto nel buio, dopo il colpo di testa. Lì per lì mollare tutto quello in cui ho sempre contato… è un azzardo.
Ma qui mi soccorre la comunità. In essa trovo la testimonianza che è la via giusta, perché vi vedo la pace, la gioia, il progresso, la libertà. E in essa trovo i santi. I santi sono il frutto della conversione, e quali persone sono così riuscite, così realizzate, così pienamente umane e così felici come i santi?
E allora prendiamo coraggio. Superiamo noi stessi, perché, lo dice chiaro Gesù: chi vuol salvare la propria vita la perde: chi la perde per lui la salva. E sia così.

Don Attilio GIOVANNINI

Publié dans : OMELIE | le 29 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Annunciazione, domani è la festa dei Santi Arcangeli e, quindi, il mio onomastico

diario

Publié dans : immagini sacre | le 28 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Apocalisse 8 (Il dragone)

Apocalisse 8 (il dragone)

Publié dans : immagini sacre | le 26 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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