Clematis bud

 

clematis bud

 

Publié dans : immagini sacre | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

Lc 14,25-33

diario pens  (2)

Publié dans : immagini sacre | le 5 septembre, 2019 |Pas de Commentaires »

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

Seguire con fede
padre Gian Franco Scarpitta

Quella di cui si parla oggi è solo una delle tante circostanze in cui si stringe tantissima folla attorno a Gesù, con un numero imprecisato di persone che vogliono mettersi al suo seguito, mosse da entusiasmo, concitazione e senso di ammirazione nei suoi confronti. Gesù però probabilmente riscontra che il loro atteggiamento non è dissimile da quello tipico dei bambini tipicamente attratti dal fascino delle novità, che vogliono partecipare, toccare con mano, essere coinvolti senza sapere essi stessi il perché. Una sequela insomma velleitaria, dettata più dall’impulso che dalla consapevolezza responsabile. Ecco perché Gesù non si gonfia e non resta vittima di autocompiacimento e di vanagloria blanda e immotivata; provvede piuttosto a mettere al corrente quanti vorrebbero mettersi al suo seguito a tutti i costi. Gli evangelisti ci raccontano che in un’altra occasione, quando uno scriba gli rivela il suo proposito di seguirlo dovunque lui vada, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il loro nodo, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8, 20) e così replicando insegna che chiunque si disponga a un programma di sequela del Cristo è destinato a compromettere la propria vita sotto tutti gli aspetti, anche quello geografico. Chi segue Gesù deve escludere una terra tutta sua, ma fare del vasto mondo la propria parrocchia (Congar).
Ora il discorso di Gesù si fa ancora più allusivo: porsi alla sua sequela comporta la rinuncia a qualsiasi sicurezza personale, il sacrificio e altre simili condizioni che non si possono concepire al di fuori della radicalità e della determinazione proprie della fede. Si chiede infatti di anteporre Cristo perfino ai propri affetti e alle personali preferenze, anche quando queste siano legittime e fondate, di non lasciarsi coinvolgere da seduzioni o vincoli anche fra i meno insignificanti e soprattutto di essere disposti ad abbracciare la croce, ossia l’assillo quotidiano della sofferenza e del martirio.
Chi vuol essere discepolo di Gesù non può misconoscere la croce, ma abbracciarla e valutarla come opportunità e non come ostacolo o impedimento. E la croce è una costante esistenziale necessaria per conseguire qualsiasi obiettivo e intanto per definirsi ed essere veramente suoi discepoli.
NEll’ordine della sequela si parla certamente di fiducia e di apertura incondizionata e chi vuole essere discepolo di Cristo non può non dare tutto se stesso a lui incondizionatamente; ciò tuttavia non giustifica l’irrazionalità e l’istintività entusiastica alla stregua di un fan o di un sostenitore accanito costi quel che costi. Si tratta di sequela certo fiduciosa, ma critica e consapevole nonché partecipe e responsabile.
Di riflesso, la sequela comporta lo sprezzamento delle vanità mondane e delle sicurezze con cui solitamente ci si vuole circondare, la fuga dagli agi, dai vizi e dalle comodità, per avere l’unica certezza nel Cristo medesimo. E tutto questo come sarebbe possibile se non nell’ottica della libera accoglienza incondizionata che è la fede?
In questa prospettiva è possibile anche interpretare le famose parole di Gesù che nella versione più remota delle traduzioni di Luca assumono molta più crudezza e drammaticità: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…”
In realtà si vuol dire che nessun valore va collocato al di sopra di Gesù, per quanto importante e apprezzabile possa essere e nessun affetto sebbene profondamente umano ed encomiabile può essere considerato più prezioso dello stesso Signore al cui seguito vogliamo collocarci. Affetti familiari e beni di per sé ineccepibili e apprezzabili non possono avere posizione di primato rispetto a Gesù. In altre parole nulla va odiato né detestato, ma rispetto a Gesù tutto passa in secondo ordine.
Ma cosa rende possibile questo intendimento e questa condotta se non il fermo fondamento e la radicalità incrollabile della fede, unica risorsa che sia in grado di darci le ragioni della scelta preferenziale di Cristo rispetto a tutto il resto?
Scrive Karl Rahner: “La rinuncia al mondo è un gesto reso possibile solo dalla fede nel fatto che Dio in Gesù dona se stesso per grazia al mondo e che questa grazia non può venire strappata né attraverso l’uso e l’impiego del mondo, né attraverso la fuga presi come tali e da soli. Il mondo, come valore positivo, lo può lasciare solo colui che ha con esso un rapporto positivo.”
Proprio la fede nel Verbo Incarnato ci conduce a considerare ogni cosa come “spazzatura al fine di guadagnare solo Cristo”(Fil 3, 8) e questi come bene supremo ultimo.
Sono nella fede infatti è possibile concepire che l’oggetto della nostra sequela non è il leader politico o carismatico del momento, non il sobillatore o l’agitatore sociale che coinvolge le masse o il fautore di una cultura ideologica transitoria e destinata a non perdurare, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo, vale a Dire Dio stesso che ha voluto percorrere i nostri stessi sentieri essendo simile a noi in tutto e per questo si spiegano i succitati requisiti di sequela. La fede ci fa concepire possibile ciò che comunemente consideriamo illogico, razionale e giustificabile ciò che altri reputano assurdo. Nell’ottica di questa fede si può percorrere la strada dietro a Gesù, senza travisarne la figura e il messaggio.
L’apertura della fede ci dischiude alla prudenza e alla cautela perché non ci incamminiamo in un sentiero troppo arduo, che potrebbe in un secondo momento comportare fuga e arrendevolezza e per questo Gesù si intrattiene su alcuni assunti parabolici: come nessuno si metterebbe a costruire una torre senza prima calcolare la spesa necessaria per non incappare poi in debiti o pendenze irrisolvibili, così anche chi voglia mettersi alla sequela del Cristo non può non soffermarsi a lungo a verificare se l’impresa sia alla sua portata. Se cioè riuscirà a portare a termine tale progetto fino in fondo. Se riuscirà a persistere in tale proposito di sequela o si rivelerà vile nei cedimenti dandosi alla resa. Nessuno parimenti sostiene una battaglia quando si accorge che le sue armi sono insufficienti e sproporzionate per non dover poi capitolare rovinosamente fra le canzonature del nemico; tale e allo stesso modo la prudenza e la circospezione di chi vuole seguire Gesù.
In parole povere la scelta è sempre in ordine vocazionale, poiché è lo stesso Cristo che chiama e che attrezza a seguirlo e in assenza degli strumenti che egli stesso fornisce è impossibile intraprendere il cammino dietro a lui. Non una scelta entusiastica e passionale, ma una vocazione da noi individuata, ponderata come tale e realizzata senza ritrosie e rimpianti.
Una scelta di conseguenza sapiente e illuminata, quale la descrive il testo di cui alla Prima Lettura di oggi, che scaturisce dal dono gratuito con cui Dio sa orientarci vincendo l’incertezza e la debolezza dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perché è proprio di Dio collocare ciascuno nella sequela appropriata del suo Figlio.

 

Publié dans : OMELIE | le 5 septembre, 2019 |Pas de Commentaires »

San Pietro Apostolo

diario

Publié dans : immagini sacre | le 3 septembre, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

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PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 28 febbraio 2019

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

Publié dans : PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE | le 3 septembre, 2019 |Pas de Commentaires »

Lc 12,49-53

Catedral de Palencia, España

Publié dans : immagini sacre | le 16 août, 2019 |Pas de Commentaires »

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra
Movimento Apostolico – rito romano

La Scrittura spesse volte parla di un fuoco che viene acceso da Dio. Con Abramo il Signore brucia gli animali divisi, passandovi in mezzo. Dio sigilla così con il suo fedele Abramo un’alleanza unilaterale. Gesù non accenderà questo fuoco. La sua è alleanza bilaterale. In Lui Dio e l’uomo stringeranno un patto di purissima redenzione.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Gen 15,17-18).
Neanche Gesù accenderà il fuoco acceso da Dio per la distruzione di Sodoma e Gomorra. Il suo è amore che rinnova, eleva, innalza fino al Padre celeste.
Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19,23-26).
In qualche modo potrebbe essere quel fuoco di Elia che brucia per intero il sacrificio. L’amore di Gesù versato, acceso nei cuori deve bruciare tutto l’uomo facendone un olocausto, un sacrificio, un’offerta pura e santa per il suo Dio e Signore.
«Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!» (Cfr. 1Re 18,1-40).
Non è però il fuoco di Elia che scende e distrugge gli inviati del re, venuti a cercarlo. Il fuoco di Cristo serve per portare in Paradiso. Verso l’inferno già tutti siamo in cammino.
Allora gli mandò un comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi salì da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: «Uomo di Dio, il re ha detto: « Scendi! »». Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò da lui ancora un altro comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi gli disse: «Uomo di Dio, ha detto il re: « Scendi subito »». Elia rispose loro: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese il fuoco di Dio dal cielo e divorò lui e i suoi cinquanta (Cfr. 2Re 1,9-14).
Il fuoco di Gesù è lo Spirito Santo, che è fuoco di amore, verità, desiderio di immolarsi interamente per Gesù, in Lui e per Lui, per la salvezza del mondo. È quel fuoco del cuore del Padre che Gesù vuole che arda in ogni cuore. Questo fuoco viene fuori dal suo cuore trafitto sulla croce, quando Gesù dal suo fuoco è già consumato.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).
Questo fuoco sarà acceso dal suo battesimo sulla croce. Il suo è vero fuoco di vita.
ne, Angeli, Santi, fateci vero fuoco di Cristo Gesù.

Publié dans : OMELIE | le 16 août, 2019 |Pas de Commentaires »

Il Buon Samaritano

diario

Publié dans : immagini sacre | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Farsi prossimo per capire chi è il prossimo
padre Gian Franco Scarpitta

« Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Con queste parole franche e disinvolte Paolo istruisce i Romani sulla profondità del senso della Rivelazione divina e sul carattere universale della legge di Dio, che coinvolge inequivocabilmente tutti. Giovanni dal canto suo gli fa eco, stabilendo anche una certa equivalenza fra i Comandamenti e l’Amore, poiché fra gli uni e l’altro non c’è contrapposizione ma complementarietà e simbiosi: « Chi dice « lo conosco » e non osserva i comandamenti è un bugiardo e la verità non è in lui »(1Gv 2,4)… « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4, 7 – 9). L’amore è infatti la sintesi dei Comandamenti nonché la loro esplicazione attiva e quando solo quando si è certi di amare si è in grado di concludere di osservarli.
Non si descrive qui però un amore poetico o sentimentale o amorfo, senza alcun fondamento motivazionale, ma un amore che ha origine sin dall’eternità. Sempre Giovanni ci ragguaglia infatti che è stato Lui (Dio) ad amarci per primo, non ci ha abbandonati ai nostri peccati, ma ha mandato il proprio Figlio quale vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 4, 7 e ss). La verificabilità di questo amore nei nostri confronti è data proprio dal sangue sacrificale con cui Cristo ha redento noi tutti, che è la motivazione portante dell’amore che deve caratterizzare i nostri rapporti: « Fratelli, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1Gv 4, 11).
Insomma amore da Dio che diventa amore per Dio e per il prossimo e che è alla radice di ogni comandamento e che riguarda l’universalità e non la settarietà egoistica: come Dio ha amato noi con tutto se stesso, anche da parte nostra dev’esserci amore nei suoi riguardi con tutti noi stessi, senza che nessuna delle nostre prerogative e delle nostre qualità ne resti esclusa. Di conseguenza non può essere che amore nei confronti degli altri, cioè di tutti i nostri simili e del mondo intero. Eccolo il Grande Comandamento della Legge divina ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo e codificato nel Deuteronomio (cap 6): « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente » e poi: « Amerai il prossimo tuo come te stesso. Vi è racchiusa in questi versetti una simbiosi conciliante fra la dimensione verticale e quella orizzontale, perché l’amore di Dio e del prossimo si equivalgono. E come Dio non ha risparmiato se stesso per amare tutti e ciascuno di noi, come in lui l’amore non conosce confini, anche nelle nostre concezioni non può esservi limitazione alcuna nell’amore, ma occorre che amiamo qualsiasi nostro simile come se in esso vedessimo noi stessi. Amare gli altri indistintamente, senza distinzioni né limitazioni di razze o di appartenenza etnica.
Purtroppo gli uomini hanno saputo rendere restrittivo ciò che Dio aveva inteso illimitato e universale. Come già avvenuto in altre parti della Scrittura, la durezza del cuore umano ha fatto sì che il concetto di « prossimo » venisse interpretato nel senso egoistico del connazionale o del membro della sola comunità d’Israele. Secondo alcuni esegeti, ai tempi di Gesù sembrerebbe che tale accezione fosse ulteriormente limitata e circoscritta fino ad indicare come « prossimo » colui che appartiene allo stesso movimento politico o che soddisfa lo stesso pensiero in fatto di religione. E di conseguenza nell’Antico Testamento si fa distinzione addirittura fra il prossimo e il nemico: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. ». Gesù aveva ribattuto perentoriamente: « Mai io vi dico: amate i vostri nemici »(Mt 5, 44) invitando a superare la logica del puro egoismo per il quale perfino la parole di Dio poteva essere stravolta.
In questo racconto parabolico abbastanza famoso il concetto diventa sempre più eloquente e inequivocabile: si parla di una strada da Gerusalemme a Gerico nella quale era facile cadere vittime di imboscate o di predoni, una via insomma poco raccomandabile e insicura nella quale c’era da aspettarsi qualsiasi tipo di agguato. Qualcuno afferma che gli aggressori più comuni che rendevano vittime i malcapitati viandanti dovevano essere gli Zeloti le cui aspirazioni nazionalistiche sfociavano spesso in episodi di violenza inaudita e spontanea e per questo la scena parabolica descrive un massacro truculento a scopo di rapina. Fatto sta che due categorie di persone sopraggiungono sul posto dopo l’accaduto, un levita e un sacerdote. Cioè due persone che avrebbero dovuto venire in soccorso del pover’uomo incappato nei briganti in forza del loro ministero cultuale, visto che si occupavano delle funzioni del tempio di Gerusalemme. E invece passano oltre, assumendo l’atteggiamento vigliacco tipico di chi non ama essere coinvolto in situazioni imbarazzanti o che potrebbero suscitare qualche guaio o molestia.
Diverso è invece l’atteggiamento del Samaritano, uomo deprezzato dai Giudei, che potrebbe anche legittimamente disinteressarsi del pover’uomo riverso sulla strada anche per non mettere a repentaglio se stesso dovendo poi subire gli oltraggi di gente che lo considerava reietto e impuro. I Samaritani come si sa, popolo pagano e avverso, erano considerati impuri e indegni dai Giudei e quel soggetto avrebbe potuto pertanto addirittura prendersi gioco dello sfortunato soggetto rimasto a terra o addirittura accanirsi su di lui.
E invece lo soccorre, gli viene incontro con una premura e con accortezza disarmante, nulla considerando di chi sia quello sconosciuto ma « facendosi prossimo » a lui, rendendosi cioè vicino in senso spirituale prima ancora che in senso fisico e ravvicinando tutte le distanze. il « prossimo » è colui che si fa prossimo, che è vicino a chiunque sia in difficoltà. anzi a chiunque si trovi alla sua portata. Se vogliamo comprendere il senso di « prossimo » occorre allora che ci facciamo noi stressi « prossimi » agli altri superando tutte le barriere e le distinzioni e amando disinteressatamente senza compromessi o pregiudizi di sorta. Nessuno ama senza aver prima aver dimenticato di avere dei nemici e la spontaneità della carità sincera trasforma i nemici in fratelli, ci rende prossimi e ci fa vedere gli altri a noi prossimi.
Naturalmente nell’insegnamento parabolico di questa pagina vi è sullo sfondo la figura dello stesso Cristo, il quale si identifica con il personaggio che viene in soccorso, poiché Cristo si è fatto prossimo a tutti indistintamente, mia ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20) anche nelle comuni circostanze della vita; dall’altro canto Cristo è presente egli stesso nella persona dello stesso malcapitato sofferente perché sarà egli stesso preda di chi vorrà derubarlo di ciò che gli appartiene nelle percosse e nelle umiliazioni prima della croce. A differenza di questo povero soggetto nessuno lo soccorrerà curandogli le ferite sul Golgota e sul patibolo della croce non avrà chi pagherà il conto per lui, né all’andata né al ritorno, perché lui starà pagando il prezzo di tutti noi. Facendosi ancora una volta prossimo, cioè a noi vicino. Perché sine dolore no vivitur in amore.

Publié dans : OMELIE | le 12 juillet, 2019 |Pas de Commentaires »

Lc 9, 57-62

diario ti seguirò ovunque tu vada

Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans : OMELIE, OMELIE DOMENICALI | le 28 juin, 2019 |Pas de Commentaires »
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