Clematis bud

 

clematis bud

 

Publié dans : immagini sacre | le 10 septembre, 2007 |39 Commentaires »

Van Gogh, Il seminatore esce a seminare

diario

Publié dans : immagini sacre | le 10 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

Dio parla all’uomo intelligente e libero
mons. Roberto Brunelli

Il vangelo odierno (Matteo 13,1-23) parla di agricoltura, di un argomento cioè che sembra non importante come un tempo, quando la coltivazione dei campi, costituendo l’attività della maggioranza della popolazione, condizionava la vita dell’intera società. Ora, almeno nell’opulento mondo occidentale, prevalgono l’industria e il terziario, sicché il mondo agricolo si allontana sempre più dall’orizzonte comune degli interessi e delle preoccupazioni; che ci sia pioggia o sole appare più rilevante per il successo delle vacanze che per l’esito dei raccolti. E forse ci parranno più vicine alla poesia che alla concretezza della vita le fascinose immagini delle letture di questa domenica.
Nella prima (Isaia 55,10-11) « Dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della parola uscita dalla mia bocca ». E il salmo responsoriale (il 64) pare un inno alla bellezza della primavera: « (Signore), tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze… Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza. Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si
Anche il vangelo attinge al mondo agricolo, con una parabola relativa alla semina. Premessa: i campi della Palestina, al tempo di Gesù (ma in parte tuttora), non erano come i nostri; si coltivavano le colline, dove piccole frazioni di buon terreno si alternano a rocce affioranti e cespugli selvatici. Ecco perché chi sparge la semente non può evitare che una parte vada perduta: sull’arido sentiero, dove « vennero gli uccelli e la mangiarono », o sul terreno poco profondo tra i sassi, dove « germogliò subito, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò », o « sui rovi, che crebbero e la soffocarono ». E però « un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno ».?
« Chi ha orecchi, ascolti », cioè cerchi di capire, conclude Gesù. E capire il significato della parabola è facile, poiché poco oltre è lo stesso vangelo a spiegarlo. La semente è la Parola di Dio, diffusa tra gli uomini con larghezza ma con esiti differenziati, a seconda di dove cade: sul terreno arido di chi vi oppone rifiuto o indifferenza, sul terreno superficiale di chi è distratto o incostante, tra i cespugli degli interessi materiali che la soffocano, o nel buon terreno di chi la accoglie con attenzione e la fa fruttare.
Ma prima e più dell’esito, è da considerare il fatto in sé della semina: Dio, l’Immenso, l’Eterno, l’Onnipotente, Lui che non ha bisogno di niente e di nessuno, si rivolge all’uomo, gli si propone come interlocutore, gli parla: quale degnazione, quale dono! Basterebbe questo a manifestare la grandezza dell’uomo, la sua incomparabile dignità, il valore unico, irripetibile, supremo della sua esistenza. E parlando dell’uomo si intende ogni essere umano, perché Dio non parla solo a qualcuno, più intelligente degli altri, o più importante, o più istruito: parla a tutti e a ciascuno, in tanti modi: nella bellezza del creato, nelle pagine della Bibbia, nell’esempio dei santi, nell’intimità della coscienza; parla, mosso da un inesausto amore che vuole il bene della persona amata.
Sin dalla prima pagina la Bibbia afferma che Dio ha fatto l’uomo, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Spiegano gli esperti che l’immagine e somiglianza dell’uomo con Dio sta nel fatto che entrambi, pur se ovviamente in grado diverso, sono intelligenti e liberi. Ora si capisce il motivo di questo agire di Dio: ha voluto l’uomo dotato di intelligenza per parlargli, per entrare in dialogo con lui; l’ha voluto libero, perché la sua risposta non fosse dettata dalla paura, o dalla necessità, ma dall’amore.

Publié dans : OMELIE | le 10 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

Mt 11, 25-30

diario

Publié dans : immagini sacre | le 3 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La motivazione di fondo dell’umiltà e della carità

In riferimento all’argomento della scorsa Domenica, mi sovviene ricordare un pensiero di un confratello oggi tornato al Padre: « Se ogni volta avanziamo pretesti e scuse per non esercitarla, la carità non verrà mai messa in pratica. E il problema è che appunto non di rado noi ci nascondiamo dietro a tali scuse. » Lo diceva in riferimento all’accoglienza che i nostri conventi tante volte negano ai viandanti e ai pellegrini, molte volte con il pretesto di dover essere prudenti, di non poter accogliere persone a casa nostra con troppa facilità, di non essere eccessivamente indulgenti. Se da una parte infatti è vero che occorre molta attenzione, prudenza e circospezione ogni qual volta ci troviamo a dover ospitare o assistere qualcuno che ricorre a noi, è altrettanto vero che tali prerogative non devono diventare un alibi: ferma restando la massima cautela, non possiamo esimerci dal venire incontro a chi ha bisogno, sia in ordine all’accoglienza, sia in ordine alla carità in senso più globale e la volta scorsa riflettevamo sul fatto che aprirsi al povero e al bisognoso equivale aprirsi a Dio medesimo. Nel fratello che chiede aiuto, accoglienza, assistenza non possiamo non vedere il Signore che presenzia negli umili e negli abbandonati.
Dicevamo: non possiamo ogni volta avanzare scuse per legittimare l’esercizio della carità; uno dei motivi per cui non siamo scusati è il fatto che coloro verso i quali siamo chiamati ad adoperarci sono sempre i ?piccoli?, i ?dimenticati?, i ?miseri?… quelle categorie di persone reiette dalla società generale ma che Dio particolarmente predilige. Mancare nei confronti dei semplici e degli umili non è mai giustificato. La motivazione di fondo ce la offre la liturgia di oggi, la cui tematica non si allontana molto dagli argomenti della scorsa Domenica. Dio infatti è provvidente verso i poveri e i piccoli perché egli stessi si è umiliato, rinunciando a posizioni di grandezza, spendendo per noi la sua gloria e addirittura configurandosi in tutto a noi se eccettuiamo il peccato.
Il Messia non viene descritto con categorie di grandezza e di superiorità, ma come lo descrive il profeta Zaccaria nella Prima Lettura di oggi egli sarà un re estremamente sottomesso, che entrerà a Gerusalemme sul dorso di una umilissima cavalcatura ben lontana da quella di cui erano soliti servirsi i monarchi e gli imperatori. Sarà quindi un comune uomo fra gli uomini, partecipe dei dolori e delle ansie della gente, povero fra i poveri e sotto questa fisionomia recherà sollievo e benessere al suo popolo e al mondo intero. La possibilità della pacificazione universale è data appunto dalla piccolezza e dalla povertà quali vie predilette dal Messia, dalla sua fuga personale dalle sicurezze e dalle aberrazioni della materia, dal diniego affermato della mondanità e della secolarità e dalla presa di distanza da ogni sorta di male e di ingiustizia. Umiltà e povertà sono infatti alla radice di qualsiasi miglioramento anche in ordine alla politica e all’economia e il distacco personale dal potere accresce l’apertura verso gli ultimi e gli esclusi. La fuga dal vizio e dal potere è alla base dell’estinzione di tutti i focolai di guerra, ecco perché ad instaurare la pace non può che essere un messia povero e dimesso.
Il Messia sacerdote, re e profeta stravolgerà quindi il comune pensare che vige fra gli uomini e apporterà una novità di salvezza sotto ambiti del tutto innovativi, che privilegeranno la semplicità e l’umiltà di vita. Del resto in tutto l’Antico Testamento ricorre l’idea dei poveri (anawim) privilegiati di Yahvè che a motivo della loro condizione devono dipendere esclusivamente dal Signore per il loro sostentamento.
E così Gesù, nell’?inno di giubilo? esalta il Padre che ha preferito ?tenere nascoste queste cose ai sapienti e rivelarle ai piccoli? attraverso lo stesso Figlio Gesù Cristo che è egli stesso l’umile cavalcatore di cui al brano succitato di Zaccaria. Gesù infatti entrerà in Gerusalemme cavalcando un asino e affermerà se stesso non nell’ottica delle aspettative di sapienza umana, ma da quella sapienza ?nascosta ai dominatori di questo mondo che i potenti non hanno mai conosciuto, di una sapienza divina (1Cor 2, 2) che ha il suo acme in un evento: Cristo crocifisso e che si rivela quindi nella piccolezza e nella semplicità delle cose. Dio l’ha resa manifesta appunto non ai dominatori di questo mondo, agli intellettuali raffinati o ai dotti altolocati, ma a coloro che abbiano un cuore sincero e aperto, amante della verità nella carità. Gesù mostra il volto di un Dio che rifugge ogni sapienza umana, anzi come dirà poi Paolo, un Dio la cui sapienza non è di questo mondo, ma che coincide con ciò che il mondo definisce stoltezza. « Quando sono debole, è allora che sono forte », dirà infatti l’apostolo, delineando che la vera forza di Dio risiede in tutto ciò che noi definiamo debolezza: « Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è: più forte degli uomini. »(1Cor 10, 25)
In forza di questo Gesù può rendere consolazione agli sfiduciati e risollevare i deboli e gli afflitti: si fa loro compagno, amico e confidente avendo egli stesso vissuto la stessa condizione di abbandono e di deperimento e questo lo conduce anche a promettere la sua consolazione e il suo sostegno a coloro che si trovano ?affaticati e oppressi? perché il ristoro, che consiste nella consolazione ma anche nell’equipaggiamento per poter andare avanti, deriverà loro da lui stesso e sarà nella forma convincente.
Si può ribadire allora che è necessario che i sentimenti di Gesù siano anche i nostri e che sulle sue orme ci disponiamo anche noi a prediligere fra tutti i poveri e gli ultimi, senza avanzare pretesti nell’esercizio della carità.

Publié dans : OMELIE, OMELIE DOMENICALI | le 3 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

preghiera all’angelo

diario preghiera all'angelo

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Publié dans : immagini sacre | le 1 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA – CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200312_contrastare-abisso-dellindifferenza.html

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

Giovedì, 12 marzo 2020  

«Continuiamo a pregare insieme, in questo momento di pandemia, per gli ammalati, per i familiari, per i genitori con i bambini a casa; ma soprattutto io vorrei chiedervi di pregare per le autorità: loro devono decidere e tante volte decidere su misure che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene. E tante volte, l’autorità si sente sola, non capìta. Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure, che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo». È con queste intenzioni — nella vicinanza anche ai profughi siriani e ai poveri — che Papa Francesco ha celebrato giovedì mattina 12 marzo la messa, trasmessa in diretta video dalla cappella di Casa Santa Marta.

Per rafforzare le sue parole, all’inizio della celebrazione, ha letto l’antifona d’ingresso — «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; vedi se percorro una via di menzogna, e guidami sulla retta via» — tratta dal salmo 139 (23-24).

Per la sua meditazione — incentrata sulla tentazione di cadere nella «globalizzazione dell’indifferenza» verso gli altri perché troppo presi da se stessi fino a perdere l’identità e divenire un «aggettivo» — il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (16, 19-31), proposto dalla liturgia del giorno, con la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro.

«Questo racconto di Gesù è molto chiaro — ha subito fatto notare — anche se può sembrare un racconto per i bambini: è molto semplice». E infatti «Gesù vuole indicare con questo non solo una storia, ma la possibilità che tutta l’umanità viva così, anche che noi tutti viviamo così».

Nella parabola sono di fronte due uomini. Il primo «soddisfatto, che sapeva vestirsi bene, forse cercava i più grandi stilisti del tempo per vestirsi», tanto «che — scrive Luca nel suo Vangelo — indossava vestiti di porpora e di lino finissimo». Insomma, ha spiegato il Papa, quel ricco era uno che «se la passava bene, perché ogni giorno si dava a lauti banchetti: era felice così, non aveva preoccupazioni; prendeva qualche precauzione, forse qualche pillola contro il colesterolo per i banchetti, ma così la vita andava bene. Era tranquillo».

Però proprio «alla sua porta stava un povero: Lazzaro si chiamava» ha proseguito Francesco, riproponendo i contenuti del brano del Vangelo. Il ricco «sapeva che c’era il povero, lì: lo sapeva, ma gli sembrava naturale». Probabilmente avrà anche pensato: «Io me la passo bene e questo… ma, così è la vita, che si arrangi». Oppure, ha aggiunto il Papa, «al massimo, forse — non lo dice il Vangelo — alle volte inviava qualche cosa, qualche briciola» a Lazzaro.

Il ricco e il povero hanno vissuto così la loro vita e, alla fine, entrambi «sono passati per la legge di noi tutti: morire. Morì il ricco e morì Lazzaro». E il Vangelo, ha fatto presente il Pontefice, «dice che Lazzaro è stato portato in cielo, accanto ad Abramo». Invece «del ricco soltanto dice: “Fu sepolto”. Punto. E finisce».

«Ci sono due cose che colpiscono» ha rilanciato il Papa. Anzitutto «il fatto che il ricco sapesse che c’era questo povero e che sapesse il nome: Lazzaro. Ma non importava, gli sembrava naturale. Il ricco forse faceva anche i suoi affari che, alla fine, andavano contro i poveri. Conosceva ben chiaramente, era informato di questa realtà».

«La seconda cosa che a me tocca tanto — ha confidato Francesco — è la parola “grande abisso” che Abramo dice al ricco: fra noi c’è “un grande abisso”, non possiamo comunicare, non possiamo passare da una parte all’altra». Ed «è lo stesso “abisso” — ha affermato il Pontefice — che nella vita c’era fra il ricco e Lazzaro: l’abisso non è incominciato là, l’abisso è incominciato qua».

Riguardo al ricco, ha proseguito il Papa, «ho pensato a quale fosse il dramma di quest’uomo: il dramma di essere molto, molto informato, ma con il cuore chiuso. Le informazioni di quest’uomo ricco non arrivavano al cuore, non sapeva commuoversi, non si poteva commuovere di fronte al dramma degli altri. Neppure chiamare uno dei ragazzi che servivano a mensa e dire “ma, portagli questo e quell’altro…”» a Lazzaro.

Per Francesco, questo è «il dramma dell’informazione che non scende al cuore». Ma «succede anche a noi». Sì, «tutti noi sappiamo, perché lo abbiamo sentito al telegiornale o lo abbiamo visto sui giornali, quanti bambini patiscono la fame oggi nel mondo; quanti bambini non hanno le medicine necessarie; quanti bambini non possono andare a scuola». Ci sono interi «continenti con questo dramma: lo sappiamo». Ma qual è la reazione? Magari limitarsi a dire: «Eh, poveretti… e continuiamo».

È una «informazione» forte che, però, «non scende al cuore» ha fatto notare il Pontefice: «Tanti di noi, tanti gruppi di uomini e donne vivono in questo distacco tra quello che pensano, quello che sanno e quello che sentono: è staccato il cuore dalla mente. Sono indifferenti. Come il ricco era indifferente al dolore di Lazzaro. C’è l’abisso dell’indifferenza».

«A Lampedusa, quando sono andato la prima volta, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell’indifferenza» ha rilanciato Francesco. «Forse noi oggi, qui, a Roma, siamo preoccupati perché “sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello, e sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni, e sembra questo…”». In sostanza gli uomini sono «preoccupati per le cose» personali. Ma con questo modo di fare «dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che è ai confini dei Paesi, cercando la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e soltanto trovano un muro, un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, ma un muro che non li lascia passare».

E pur se ne siamo consapevoli, questo dramma «non va al cuore». Perché «noi viviamo nell’indifferenza: l’indifferenza è questo dramma di essere bene informato ma non sentire la realtà altrui». Proprio «questo è l’abisso: l’abisso dell’indifferenza».

«Poi c’è un’altra cosa che colpisce» ha fatto presente il Papa. Il Vangelo dice «il nome del povero: lo sappiamo, Lazzaro». Del resto, ha aggiunto, «anche il ricco lo sapeva, perché quando era negli inferi chiede ad Abramo di inviare Lazzaro, lì lo ha riconosciuto». Però, ha proseguito il Pontefice, «non sappiamo il nome del ricco: il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto, aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi».

«L’egoismo in noi» finisce per farci «perdere la nostra identità reale, il nostro nome, e soltanto ci porta a valutare gli aggettivi» ha affermato Francesco. E «la mondanità ci aiuta in questo. Siamo caduti nella cultura degli aggettivi dove il tuo valore è quello che tu hai, quello che tu puoi, ma non come ti chiami. Hai perso il nome. L’indifferenza porta a questo. Perdere il nome. Soltanto siamo i ricchi, siamo questo, siamo l’altro. Siamo gli aggettivi».

Papa Francesco, concludendo la meditazione, ha invitato perciò a chiedere «oggi al Signore la grazia di non cadere nell’indifferenza, la grazia che tutte le informazioni dei dolori umani che abbiamo scendano al cuore e ci muovano a fare qualcosa per gli altri».

Infine, al termine della celebrazione eucaristica il Pontefice ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre di Dio, accanto all’altare della cappella.

Intanto nella Basilica Vaticana, alle ore 12, continua l’iniziativa di preghiera mariana promossa dal cardinale arciprete Angelo Comastri attraverso la recita dell’Angelus e del rosario.

 

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Publié dans : PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE | le 1 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

Pietro e Paolo

diario

Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

OMELIA SOLENNITÀ SS. PIETRO E PAOLO

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OMELIA SOLENNITà SS. PIETRO E PAOLO
padre Ermes Ronchi
Quelle chiavi che aprono le porte belle di Dio

Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d’opinione: La gente, chi dice che io sia? L’opinione del­la gente è bella e incompleta: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di lu­ce, come Elia o il Battista; che sei bocca di Dio e bocca dei poveri.
Ma Gesù non è semplicemente un profe­ta di ieri che ritorna, fosse pure il più gran­de. Bisogna cercare ancora: Ma voi, chi di­te che io sia? Prima di tutto c’è un «ma voi», in opposizione a ciò che dice la gente. Voi non accontentatevi di ciò che sentite dire. Più che offrire risposte, Gesù fornisce do­mande; non dà lezioni, conduce con deli­catezza a cercare dentro. E in questo ap­pare come un maestro dell’esistenza, ci vuole tutti pensatori e poeti della vita; non indottrina nessuno, stimola risposte. E co­sì, feconda nascite.
Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vi­vente. Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi. Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».
Provo anch’io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l’unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impo­ne, che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero. Tu sei vincente a­more.
Pasqua è la prova che la violenza non è padrona della storia e del cuore, che l’a­more è più forte. Oggi o in un terzo gior­no, che forse non è per domani ma che certamente verrà, perché «la luce è sempre più forte del buio» (papa Francesco). Tu sei indissolubile amore. «Nulla mai, né vita né morte, né angeli né demoni, nulla mai né tempo né eternità, nulla mai ci separerà dall’amore» (Rom 8,38). Nulla, mai: due parole totali, assolute, perfette: mai sepa­rati. Poi i due simboli: a te darò le chiavi; tu sei roccia. Pietro, e secondo la tradizio­ne i suoi successori, sono roccia per la Chiesa nella misura in cui continuano ad annunciare: Cristo è il Figlio del Dio vi­vente. Sono roccia per l’intera umanità se ripetono senza stancarsi che Dio è amore; che Cristo è vivo, vivo tesoro per l’intera u­manità.
Essere roccia, parola di Gesù che si esten­de a ogni discepolo: sulla tua pietra viva edificherò la mia casa. A tutti è detto: ciò che legherai sulla terra… i legami che in­treccerai, le persone che unirai alla tua vi­ta, le ritroverai per sempre. Ciò che scio­glierai sulla terra: tutti i nodi, i grovigli, i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libertà e respiro, avranno da Dio li­bertà per sempre e respiro nei cieli. Tutti i credenti possono e devono essere roccia e chiave: roccia che dà appoggio e sicurez­za alla vita d’altri; chiave che apre le porte belle di Dio, le porte della vita intensa e ge­nerosa.

Publié dans : SANTI PIETRO E PAOLO | le 28 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

portare la croce di Gesù

diario

Publié dans : immagini sacre | le 27 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

Un amore assurdo
don Mario Simula

La Parola di Dio, oggi Pasqua della settimana, si presenta come un dono umile, quasi dimesso. Sembra che non voglia sconvolgere la nostra vita. Eppure, se la osserviamo attentamente, troviamo nel suo annuncio un tesoro inestimabile per la nostra vita interiore e comunitaria.
Gesù, se facciamo attenzione, si presenta come il centro focale della vita dell’umanità. Lui, il Primo e l’Ultimo. Lui, pane di vita, vino che inebria la vita.
Guardando negli occhi le nostre comunità e le nostre persone, non ha paura di dirci che se amiamo padre, madre, fratelli e sorelle più di lui, non siamo degni di lui.
Che senso ha questa affermazione categorica e apparentemente misteriosa?
Gesù ci ricorda che la sommità dell’amore, la sommità della vita, è lui se lo mettiamo al primo posto. Se lui diventa l’unica ragione della nostra esistenza, l’amore radicale che sperimentiamo verso la sua Persona inevitabilmente trabocca sugli gli altri e diventa amore per il padre, per la madre, per le sorelle e i fratelli.
Quando mettiamo Gesù al primo posto, Lui, il Signore, ci sta già dando la pienezza del suo amore e il centuplo. Questa ricchezza si diffonde e contagia tutti attorno a noi. Contagia tutta la nostra vita.
Con la stessa forza Gesù non ha paura a dirci che chi conserva gelosamente la propria esistenza, i propri beni personali e li vuole riservare solo per se stesso, sta sprecando l’immenso capitale di bontà che Dio ha posto dentro di lui.
Chi è veramente in grado di conservare sempre e totalmente la sua vita? Chi riesce a donarla.
E’ meraviglioso il messaggio di Gesù: “Più voi donate voi stessi e più raccogliete un supplemento inestimabile di vita”. Così ha fatto Lui. Si è offerto totalmente, si è abbassato fino all’umiliazione più incomprensibile. Il Padre lo ha esaltato. Quando Gesù ci chiede di perdere la vita per gli altri, ci sta assicurando che la troveremo tutta intera più ricca, più preziosa, più utile, più feconda.
Se la certezza del messaggio di Gesù entra nelle nostre ossa, saremo pronti a prendere la nostra croce per seguirlo lungo quella strada, nella quale condividiamo la fatica dello stesso peso. Troveremo la familiarità con Gesù. Diventeremo degni di lui. Saremo suoi intimi. Saremo suoi commensali.
Non a caso, ancora una volta, Gesù richiama come un’anticipazione lo straordinario messaggio dell’amore concreto e quotidiano che lui metterà davanti ai nostri occhi e alle nostre scelte. Dare da mangiare all’affamato. Dare da bere all’assetato. Vestire chi è nudo. Consolare chi piange.
Oggi ci propone quel cammino: “Se avrete dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno solo di questi piccoli, non perderete la vostra ricompensa. Non si saranno impoverite le vostre sorgenti, diventeranno inesauribili per appagare la tanta sete che vi circonda”.
Gesù ha fatto questo. Paolo lo dice con tutta la passione che la morte e la resurrezione di Cristo suscitava in lui. Ci dice con forza che dobbiamo morire con Cristo, perdere la nostra vita per risorgere con Cristo, per ritrovare la nostra vita.
Questo è l’andamento vertiginoso dell’avventura di Gesù in mezzo a noi. Dobbiamo comprenderlo, se vogliamo seguirlo, se vogliamo amarlo. Diventa chiaro, allora, il canto stupendo alla vita illuminata da Gesù, e che oggi viene intonato dalla Parola di Dio. Accoglierlo per noi diventa essere profeti nel suo nome. Persone che in cambio di un’ospitalità gratuita ricevuta da parte di chi ha il cuore semplice, sanno promettere una vita sicura nel nome del Signore.

Gesù, è veramente subdola e sottile la tentazione di voler ammuffire in una vita gretta, riservata tutta per noi e alla quale nessuno di quelli che ci circondano hanno accesso.
Per le nostre comunità tu sei un messaggio e un testimone controcorrente. Fino a sconvolgerci.
Non esiti a dirci, Gesù, che il nostro amore unico sei Tu! Tutti gli altri amori: quelli più intimi e familiari, quelli sponsali, quelli che nascono dalle relazioni, esistono perché sono fecondati dalla sovrabbondanza dell’amore per te.
Gesù, se noi ti diamo tutto l’amore, riceveremo il centuplo, ma sapremo, allo stesso tempo, ridonarlo fuori di ogni misura.
Gesù, guida ciascuno di noi sulla strada della croce.
Insegnaci a comprendere che l’unica sequela che possiamo vivere è la sequela di chi, prendendo la sua croce, viene dietro ai tuoi passi.
Se le nostre comunità, Gesù, non hanno il coraggio di scegliere la strada del dono gratuito, coraggioso, faticoso a volte, doloroso spesso, ti perdono sicuramente di vista.
L’unico sentiero sicuro sei tu!
Lo sei anche quando ci chiedi di buttarci nel vuoto, spendendo tutto di noi stessi, perché abbiamo sempre la sicurezza fiduciosa e amorosa che nulla andrà perso. Nemmeno il piccolo gesto di amore, di attenzione, di tenerezza che riserviamo ai piccoli, agli ultimi, agli invisibili.
Tutto nelle tue mani si trasforma in dono. Ed è questa la nostra meraviglia: nelle tue mani le nostre comunità sono un dono.

Don Mario Simula

Publié dans : OMELIE, OMELIE DOMENICALI | le 27 juin, 2020 |Pas de Commentaires »
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